La struttura del proletariato italiano
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Si afferma da parte dei negatori della necessità di una trasformazione rivoluzionaria in Italia, che il paese avrebbe una composizione sociale eterogenea con prevalenza spiccata dei ceti medi, con scarsità o addirittura mancanza di un proletariato vero e proprio, e che, per conseguenza, in Italia non si può contare che su un’esigua minoranza interessata ad una trasformazione sociale profonda. Inoltre, i ceti contadini sarebbero tutti di tendenza conservatrice, ed è noto che l’attività agricola è, da noi, di gran lunga predominante. Un rapido sguardo ai dati statistici basta a smentire queste tesi.
I lavoratori, o meglio le persone attive, sono (secondo l’ultimo censimento delle professioni) 18 milioni. Su questi, gli operai veri e propri, cioè vincolati a un contratto salariale in un’attività industriale, sono 4 milioni e mezzo, cioè il 25%, cifra tutt’altro che trascurabile, anche se gli operai sono in parte addetti ad aziende industriali di minore entità.
Ma è evidente che non sono soltanto queste persone ad essere interessate alla lotta per il rovesciamento del regime capitalistico: il significato stesso della parola «proletario» dimostra che tutti coloro i quali non hanno nulla da perdere all’infuori delle proprie catene sono uniti da un unico interesse in una sola causa. Chi sono gli altri diseredati in Italia?
Accanto agli operai, possono essere elencati 969.000 addetti a lavori di fatica e servizio. Vi sono poi 972.000 piccolissimi artigiani senza dipendenti, i quali conducono una vita grama e miserevole per la primitività e insufficienza dei mezzi di lavoro. Del milione e mezzo di impiegati, almeno un milione è costituito di stipendiati piccoli e minimi, i quali hanno altrettanto bisogno che la loro situazione cambi quanto l’ultimo operaio. Vi sono 85 mila lavoranti a domicilio, altra categoria di poveri paria che s’ingegnano in mille modi a sbarcare il lunario. Veniamo infine al ceto agricolo: è davvero questo, preso in blocco, un ceto di conservatori accaniti? Chi conosca, sia pure in superficie, le nostre campagne, sa quanta disperazione, quanta ignoranza si annidi ancora nei villaggi rurali, nelle case sparse, nelle baite montane, senza distinzione di regioni, settentrionali o meridionali.
Quanti sono gli agricoli? 8.700.000. Come suddivisi? 1.817.000 lavoratori agricoli a giornata, costretti a migrare di località in località, di paese in paese, vivendo appunto alla giornata. 140.000 lavoratori e conduttori agricoli, ai quali il fondo non dà abbastanza da vivere e che debbono perciò procurarsi altro lavoro per tirare avanti. Dei 2.870.000 conduttori agricoli in proprio, un milione è costituito da piccoli e piccolissimi proprietari, categoria per cui la proprietà del fondo costituisce più una calamità che un beneficio e perciò portata in una fase rivoluzionaria, ad appoggiare un’azione che tenda a sollevare il livello generale di vita e a metterla in condizioni migliori, sia cooperativizzando i grandi strumenti del lavoro, sia alleviandola dagli infiniti pesi che gravano sulle sue spalle.
Ma è proprio vero che tutte le altre categorie debbano essere necessariamente ostili ad una riforma sociale che si traduca in un miglioramento generale del tenore di vita? Lo saranno i liberi professionisti? Lo saranno i proprietari agricoli medi, quando si convinceranno che vivendo in grandi aziende, si lavora meno e si guadagna di più? O non capiterà come in America, dove i contadini hanno abbandonato le piccole aziende agricole per affluire in massa nelle grandi?
In ogni caso, le professioni più sopra elencate comprendono 10 milioni e mezzo di persone, costituenti la cifra minima che si può stabilire per i ceti più o meno direttamente interessati ad una trasformazione sociale. Ciò significa almeno il 60% della popolazione attiva e quasi il 25% della popolazione totale.
Non si dica dunque che la rivoluzione comunista interessi in Italia solo una minoranza! La rivoluzione è nel nostro paese una necessità che si sprigiona dall’immensa miseria della più vasta classe sociale e che tocca livelli tanto infimi da non trovar paragone in quasi nessun paese europeo.