Sguardo panoramico sul movimento di massa nelle fabbriche
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La compattezza con la quale gli operai, i lavoratori di ogni azienda hanno realizzato lo sciopero generale insurrezionale, dimostra una volta di più di quale potenza d’urto sia capace la classe operaia quando sente alleggerirsi il peso della bardatura che la opprime, e i rapporti di forza si mutano rapidamente a suo favore. Infatti, perché la mobilitazione totale degli operai per l’abbattimento del fascismo si realizzasse era necessario che l’armatura dell’apparato bellico e repressivo dei tedeschi e delle forze armate «repubblicane» fosse in fase avanzata di sgretolamento, cioè si creasse una situazione che permettesse l’attacco definitivo.
Il movimento, iniziatosi mercoledì scorso verso mezzogiorno con l’occupazione di alcune fabbriche, e poche ore dopo con l’arresto della circolazione dei tram, si sviluppò rapidamente per divenire generale nelle prime ore del giorno successivo con la partecipazione di tutte le correnti dell’antifascismo; ma è inutile dire che le forze più animose, più combattive furono, e saranno ancor più nei prossimi giorni, quelle operaie, che per lunghi anni hanno saputo tenacemente attendere, resistendo e lottando, questa ora di prima e parziale liberazione.
Ora che la guerra è finita, ora che il fascismo è debellato, strati sempre più vasti di operai cominciano a capire che non si potrà estirpare la mala pianta della reazione se non demolendo tutta l’impalcatura della società borghese della quale è stato finora l’espressione. Il lavoro svolto dal nostro partito, e particolarmente dai compagni operai nelle fabbriche, comincia a dare i suoi frutti.
Seguendo le direttive impartite dagli organi dirigenti nell’imminenza degli avvenimenti, i nostri compagni, dopo aver preventivamente messo in guardia la massa contro colpi di testa prematuri e dopo aver ripetutamente indicato quali obiettivi – obiettivi di classe – si dovevano raggiungere, si sono uniti senza distinzione alle formazioni in movimento nell’opera di distruzione dell’odioso apparato fascista, partecipando alla lotta armata e ad arresti di fascisti noti per i loro crimini; ma è ovvio che si trovino oggi alla testa dell’avanguardia delle masse insoddisfatte dell’estrema esiguità dei risultati raggiunti. Alla Caproni, alla Breda, alla Falck, alla Brown Boveri e in numerose altre officine, i nostri volantini distribuiti a mano sono andati a ruba, letti e commentati con entusiasmo, segno indiecutibile del risveglio di una genuina coscienza di classe, e l’affluire di domande di adesione al nostro partito è la prova migliore della giusta via da noi battuta e di quella che oggi indichiamo.
I giorni che verranno saranno caratterizzati da un rapido spostamento a sinistra di importanti strati operai, i quali già si domandano se devono continuare a lavorare per gli stessi padroni che li hanno ignominiosamente sfruttati in questi ultimi anni e dei quali hanno occupato le fabbriche nell’ingenua speranza di conservarle: caratteristici in questo senso i commenti che abbiamo udito fra alcuni operai della Caproni. Per i partiti a tradizione operaia si pone il seguente dilemma: o aderire alle esigenze profonde delle masse che non si accontentano di semplici cambi nella forma di governo, ma che lasciano intatto l’apparato di sfruttamento del lavoro sul capitale, portandosi sul piano di iniziative tendenti a riunire in un blocco solido le energie proletarie su basi classiste in ogni posto di lavoro per il proseguimento della lotta del proletariato contro il capitalismo, o tagliarsi fuori dal corso vivo della storia, che ora si apre. Le iniziative di cui parliamo non possono essere che quelle contenute nell’appello diretto prima dell’insurrezione ai Comitati di agitazione dei partiti a tradizione operaia dal nostro Comitato di agitazione, contenendo esse tutte le premesse indispensabili per l’unità del proletariato di fronte ai compiti che il momento storico pone alla classe.
Saremo soli a combattere la nuova battaglia? La risposta non è in grembo agli dei, ma al prossimo avvenire.
M. C.
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Nei centri operai della provincia milanese, lo sciopero e l’insurrezione hanno avuto sostanzialmente gli stessi caratteri che nel capoluogo, con episodi più o meno violenti di partecipazione diretta della massa operaia negli stabilimenti e nelle strade. Ma più che in città, è stato facile individuare nei centri della Brianza la natura sociale di certi ravvedimenti e solidarietà patriottiche-proletarie dell’ultima ora. All’inizio dell’insurrezione non è sempre stato facile trovare chi, all’infuori dell’organizzazione partigiana, fosse disposto a prendere le armi contro i centri di resistenza delle S.S. italiane, ma determinatosi il collasso, è sorta una fungaia di guerriglieri usciti improvvisamente da tutti gli oratori, da tutte le sagrestie che tentano ora di dominare politicamente la scena politica. Sintomo ancor più allarmante: forte di un recente atteggiamento frondista nei riguardi della repubblica sociale, i vecchi finanziatori dei fasci di combattimento, resisi in qualche modo – certo concretamente – benemeriti della causa patriottica, sono apparsi con tanto di coccarde tricolori in funzione di dirigenti e di purificatori. Gli operai hanno capito e si ritraggono disillusi e nauseati.