Partito Comunista Internazionale

La guerra è l’opposto della rivoluzione

Categorie: Capitalist Wars, Spanish Civil War

Questo articolo è stato pubblicato in:

Non vi è gran che di nuovo se si confronta la situazione attuale con quella del 1914. Due sono le barricate e, come allora: da un lato, un gruppo sparuto di qualche decina di proletari belgi ed italiani, dall’altro un plebiscito immenso che abbraccia tutte le forze; dai fascisti, ai democratici, ai socialisti, centristi, trotskysti, comunisti di sinistra. Sì, anche dei fascisti, giacché la bubbola non ha nessun rapporto reale con la situazione, che cioè è unicamente sotto la costrizione violenta che dei lavoratori italiani partirono nel 1935-36 in Etiopia e successivamente in Ispagna. L’affarista antifascista che fa la guerra nelle redazioni dei giornali, oppure nei restaurants di Madrid od infine nelle sinecure di fronti dove la battaglia non si sviluppa, l’affarista antifascista guadagna il pane per i suoi denti (e che pane!), i soldi per gozzovigliare, quando fa credere agli operai che è con la rivoltella alla tempia che i «fascisti» partono per la Spagna e che, è sempre sotto la minaccia della violenza, che essi fanno la guerra e rischiano la loro vita.

Esiste una violenza non fisica, ma politica in Italia, in Germania, in Giappone, come d’altronde in Russia, Spagna, Cina, Francia e non vi è dubbio alcuno: nella situazione attuale questa violenza politica si esprima attraverso quella fisica e terroristica molto più in Russia che nei paesi fascisti, in forma più insidiosa nella Spagna repubblicana che in quella di Franco. Verità queste che non è facile oggi affermare e che espongono i militanti della rivoluzione a subire gli attacchi da parte di proletari che il veleno nemico è riuscito a sconvolgere a tale punto che essi si dirigono contro il solo manipolo che resta per difenderli e, che sa che per permettere la vittoria di domani, il comandamento è assoluto per oggi: non deflettere di un millimetro dal compimento del loro dovere.

Questa violenza politica si esprime attraverso la decapitazione del proletariato italiano: tutte le precedenti situazioni hanno determinato un tale grado di tensione che è impossibile dare corso oggi in Italia ai Gramsci, Tasca, Togliatti, Nenni, Trotsky, ecc. Se, per ipotesi, le carceri italiane si aprissero, da questi focolai di rivoluzione sorgerebbero dei militanti di classe, dei capi proletari che chiamerebbero il proletariato all’insurrezione, e che già lo chiamerebbero perché l’apertura della situazione rivoluzionaria sarebbe talmente incendiaria dal punto di vista sociale, che le masse non intenderebbero che una sola voce: quella della lotta per la rivoluzione comunista. È per questo che il fascismo è costretto ad esercitare questa violenza fisica contro la testa del proletariato. E le masse, private della loro testa, sono e non possono essere altrimenti, che la preda di tutte le ideologie nemiche, fra le quali quella della difesa della patria della «guerra giusta» in Etiopia od in Ispagna.

In altri paesi la situazione è diversa. La meno accentuata tensione sociale permette ancora libero corso ai Blum, Tasca, i Nenni, gli Stalin ecc, ma il risultato è ANALOGO: il proletariato è vittima di una violenza politica giacché il suo cervello è alimentato dal veleno capitalista: vincere la guerra di Spagna e di Cina, uccidere quanti più «fascisti» o «giapponesi» è possibile, questa sarebbe la via della salvezza. I giornali hanno pubblicato che la vittoria antifascista di Teruel ha costato 60.000 morti. Si supponga per un istante che domani, Saragozza sia presa stendendo al suolo 100.000 proletari, e si avrà un’idea di quanti poemi eroici sapranno scrivere, nelle sale redazionali, gli affaristi antifascisti: almeno quanti ne hanno scritto gli avventurieri del fascismo in Italia ed in Germania sulle precedenti vittorie dell’esercito di Franco.

Non vi è gran che di diverso dal 1914 e noi, non ci stupiamo affatto che dei proletari i quali avrebbero, nel 1935, giurato di restare fedeli alla divisa del disfattismo rivoluzionario nel corso della guerra imperialista, si siano poi trovati nella prima fila dell’interventismo per la guerra in Ispagna. Marx ci ha insegnato che gli uomini sono il prodotto delle situazioni e, quando una situazione di guerra ha potuto essere creata, è inevitabile che l’immensa massa vi si ricolleghi e applauda o passi sotto silenzio i massacri di Stalin in Russia, di Stalin che è alla testa dei guerrafondai (la Spagna ha preso il terzo posto fra i clienti dello stato russo, che buon affare!) e che è evidentemente il continuatore di Lenin ed anche della sua opera…

In fondo, la linea di demarcazione della barricata di classe può esprimersi in queste due formule: da un canto la vittoria nella guerra che soffocherebbe la rivoluzione, dall’altro il disfattismo nella guerra che apre la via alla rivoluzione.

Molte sono le varianti della tesi antifascista: la democratica che vuole uno stato liberato dall’oppressione feudale e clericale, la «Fronte Popolare» che vuole salvaguardare le conquiste di Luglio ma che subordina queste alla vittoria militare, la comunista di sinistra-anarchico massimalista che dice che la condizione della vittoria militare consiste nella salvaguardia e nell’estensione delle conquiste del Luglio 1936… Ma sul problema della guerra l’accordo è generale e, se intorno alle decine di migliaia di morti, di Teruel vi è il cordoglio dei rivoluzionari che si tormentano rabbiosi per non avere avuto la forza di impedirlo, vi è per contro la gioia di tutti gli antifascisti che conficcano su questi cadaveri le bandiere delle loro ideologie particolari.

Unica è per contro la tesi dei comunisti. La guerra conduce al rafforzamento del capitalismo e l’esperienza del 1914-18 è là per provarci che, laddove essa si termina con la vittoria militare, le condizioni sono le meno favorevoli per la lotta per la rivoluzione. A tale punto che, di contro alla credenza generale che il veleno capitalista ha potuto introdurre nei proletari, le condizioni per la lotta rivoluzionaria saranno domani meno sfavorevoli nel campo dove si sarà avuta la vittoria. Nel 1917-20 i movimenti rivoluzionari sono scoppiati nei paesi che uscirono o sconfitti, o insoddisfatti dalla guerra, e la vittoria comunista si ebbe in Russia dove vi fu un’opera costante e cosciente dei bolscevichi per il disfattismo rivoluzionario.

Noi sappiamo perfettamente che: ancora una volta, non si tratta di una lotta fra le idee dei guerrafondai di tutte le tinte e la nostra frazione che sostiene le posizioni comuniste. Sappiamo che il capovolgimento delle situazioni di guerra attuali (e, dal punto di vista politico questa situazione esiste di già anche laddove non vi è il conflitto militare) nelle opposte situazioni rivoluzionarie dipende dallo scoppio dei contrasti economici, i quali acquistano una portata estrema, giacché è estremo, il campo dal quale prorompono: quello dell’economia di guerra. Nel 1914-18 il contrasto essenziale derivava dall’impossibilità – dato il carattere mondiale della conflagrazione – di adeguare l’industria di consumo a quella di guerra. I contadini erano sul fronte in grande maggioranza e l’industria era consacrata esclusivamente alla fabbricazione di guerra; ne risultava l’affamamento, quello che dava poi origine allo scatenamento dei conflitti rivoluzionari.

Nella situazione attuale della circoscrizione a qualche settore della guerra imperialista, questo contrasto non si presenta più con le stesse forme acute e brutali. In tutti i paesi il tenore di vita delle classi lavoratrici è abbassato ed in Ispagna ben più che altrove (si ha ragione di presumere lo scoppio dei primi movimenti della fame in Ispagna), ma le circostanze non ci autorizzano a prevedere delle situazioni così favorevoli, come ne fu il caso nel 1917, allo scoppio di movimenti rivoluzionari di masse.

Ciò non toglie però che, se il capitalismo può evitare le forme estreme dei contrasti da un canto, esso non si trovi oggi di fronte ad un’altra serie di contrasti che non apparivano nel 1914-18. Vogliamo parlare della recente epidemia di scioperi in Francia. Dopo la prima fase gavella di Blum e l’Unione Sacra dove lo sviluppo dell’industria di guerra permetteva un accrescimento dei profitti senza per questo dovere procedere ad un abbassamento IMMEDIATO delle condizioni di vita dei lavoratori, la nuova fase ci è aperta in cui il capitalismo deve procedere ad un attacco contro le condizioni di vita dei lavoratori. Il nuovo Matignon si prepara, mentre i padroni dell’alimentazione e dei trasporti affermano categoricamente che vogliono la libertà di procedere a delle rappresaglie e la sentenza arbitrale di Chautemps si conclude esplicitamente con il riconoscimento della pianificazione del licenziamento dell’impianto di Goodrich. I grandi magnati sono infine riusciti a fare imporre la battuta agli operai: finire lo sciopero che avevano cominciato per impedire il licenziamento di un lavoratore giacché si sarebbe soddisfazione, la sentenza di Chautemps avendo affermato solennemente che «l’onore» dell’interessato è salvo ma che, egli sarà ugualmente licenziato, per delle ragioni diverse tuttavia da quelle primitivamente indicate dai padroni.

Nel 1914-18, questo contrasto nell’industria di guerra non appariva direttamente giacché la produzione era immediatamente smaltita. Oggi non si può collocare, malgrado la propaganda antifascista l’immensità degli armamenti che si produce e ne risulta che a breve scadenza, l’antagonismo di classe si manifesta anche nelle questioni rivendicative. Vi è dunque qui un fattore importante di contraddizione dell’economia di guerra e vediamo gradualmente disporsi la manovra antifascista. Innanzi tutto si parlerà ancora più di prima della guerra di Spagna (che mangia, Teruel!), in seguito si cercherà di ottenere l’adesione operaia alle rivendicazioni patronali, mettendo in evidenza la necessità di non disarticolare il Fronte Popolare, garanzia della vittoria in Ispagna e della lotta contro i cagoulards.

La posizione dei comunisti non può che restare analoga alla precedente, anzi devesi più incidere in relazione con lo sviluppo della situazione: appoggiarsi sulle lotte rivendicative per dirigerle verso il loro sbocco naturale: il disfattismo rivoluzionario che è valido non solamente per i paesi dove esiste il conflitto militare, ma altresì per gli altri paesi dove facendo leva sull’antifascismo, si spingono gli operai a sacrificare non solamente i loro interessi finalistici, ma anche quelli immediati.