Partito Comunista Internazionale

La situazione economica in Italia

Categorie: Capitalist Crisis, Italy

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L’analisi economica «classica» non è più valida

Non solamente la stampa d’emigrazione, ma i grandi giornali d’informazione di tutti i paesi, hanno recentemente richiamato l’attenzione sulla gravità della situazione economica in Italia, ed è giustamente dopo quest’allarme generale, che la notizia arriva del formidabile programma di riarmamento navale dell’Italia. Dove prende i soldi Mussolini! Questa è la questione che cominciano a porsi soprattutto i giornali del Fronte Popolare e possiamo di già attenderci ad una campagna su questa base: devono essere rifiutati i capitali al «fascismo che prepara la guerra». Le prime reazioni alle indiscrezioni sul rapporto di Van Zeeland, sulla situazione economica internazionale, rapporto che sembra concludere per l’appoggio finanziario alla Germania ed all’Italia, ci indicano la direzione che prenderà la politica del Fronte Popolare.

Come se il problema fosse quello di trovare dei capitali e che l’azione politica potesse agire per farne rifiutare l’attribuzione a Mussolini! Oh! che, la Germania non è forse stata ricostruita con i capitali dall’America, l’Inghilterra, la Francia, le tre potenze che furono contro di essa nell’ultima guerra! Nel regime capitalista i capitali non obbediscono a nessuna volontà prestabilita, essi vanno dove esistono delle prospettive immediate di benefici e non vi sarà nulla da stupirci se domani saranno confermate le voci che circolarono l’anno scorso e secondo le quali il governo di Fronte Popolare di Blum avrebbe fornito non pochi miliardi al governo fascista di Mussolini. Oggi si dice che Volpi non avrebbe nulla ottenuto nel suo recente viaggio a Londra. Non sappiamo quanto ci sia di vero, ma quello che ci interessa di mettere subito in evidenza è che non è giammai per mancanza di capitali che la grave situazione economica italiana precipiterà nell’abisso. I capitalisti che hanno fatto l’esperienza con la rivoluzione russa la quale ha cancellato tutti gl’impegni che aveva precedentemente preso il governo zarista, non si lasciano, per ciò, scoraggiare da investimenti nel braciere economico e politico dell’Italia e questo per una ragione molto semplice: i grandi prestiti sono oggi fatti sotto la garanzia diretta od indiretta dello stato di origine, cosicché il capitalista inglese se non ha di già ottenuto l’avallo diretto del suo governo, ha almeno potuto ottenere il cambio dei titoli italiani con altri di sicuro rimborso e la restituzione del suo capitale è così pienamente assicurata per l’avvenire. Nel frattempo egli ha la certezza di potere riscuotere, alla data stabilita, gl’interessi che lo stato italiano potrà pagare prelevandoli sullo sfruttamento dei lavoratori, sfruttamento che è talmente intenso da lasciare il margine di beneficio sia per il capitalista antifascista che per lo stato fascista. L’esperienza dei debiti zaristi è là per provare ai capitalisti di tutto il mondo che non vi è che un solo pericolo per i loro capitali: la rivoluzione internazionale, altrimenti vi sarà sempre la possibilità dell’indennizzo o attraverso l’intervento diretto dello stato, o sotto una delle molteplici forme che è persino impossibile elencare: quelli che sono sacrificati sono sempre i piccoli risparmiatori, ma a questo non vi è nulla da obiettare giacché si tratta della logica stessa del regime capitalista che, fascisti ed il Fronte Popolare, mascherano facendo propaganda per sostituire alla lotta contro il regime capitalista, la lotta contro le «200 famiglie» (Fronte Popolare) o l’«iper-capitalismo» (fascismo e nazismo).

Se si prendono gli strumenti classici dell’analisi economica e li si applicano alla situazione italiana, si resta stupiti come mai la catastrofe economica non è venuta nel 1930, nel 1934, nel 1937, come è stato possibile fare la guerra di Etiopia, malgrado il blocco di 51 stati, quando per di più l’Italia manca delle materie prime indispensabili all’industria di guerra, non possiede che una riserva aurea irrisoria per fare fronte al deficit della bilancia dei conti (entrata ed uscita dei capitali) che è sempre più aggravata dal deficit della bilancia commerciale (importazioni e esportazioni)? L’ultima bilancia commerciale comporta 11 miliardi e 500 milioni per le importazioni contro 8 miliardi e 500 milioni per le esportazioni, cioè un deficit di circa 3 miliardi contro 690 milioni per l’esercizio precedente.

In un altro campo. Su un reddito nazionale stimato 70 miliardi, la parte che è assorbita dallo stato attraverso le imposte monta a 27 miliardi: quando si considera che, prima della guerra la pressione tributaria era di circa il 16 p.c., si rende conto che, con la proporzione attuale del 38 p.c., le condizioni non esistono più per la riapertura normale del nuovo ciclo della produzione quello che spiega la catastrofe dei fallimenti. Per conto suo lo stato attribuisce, del montante delle sue entrate di questi 27 miliardi, all’impero 18 miliardi alle spese militari ed al servizio degli interessi sui debiti statali, provinciali e comunali, quello che gli lascia circa 9 miliardi per tutti gli altri servizi statali e tutti sanno che polizia, milizia ecc., assorbono somme fantastiche. Sul detto reddito nazionale di 70 miliardi pesa un debito pubblico di circa 187 miliardi di cui 84 sono stati contratti dal governo fascista da quando ha preso il potere. E, per concludere con queste indicazioni statistiche, rileviamo che la riserva aurea che era di 12 miliardi nel 1927 è discesa, nel 1937 a 4 miliardi di lire, se ci si attiene alle recenti cifre ufficiali fasciste, od a due miliardi e mezzo secondo quanto fu comunicato nel marzo 1937.

Se ci si attiene ai criteri che furono valevoli nella fase, ormai definitivamente chiusa, dell’economia capitalista progressiva, non solamente ci appare inevitabile una catastrofe immediata della situazione economica italiana, ma ci appare altresì incomprensibile che essa non si sia precedentemente verificata. Notiamo, fra parentesi, che le sommità economiche del Fronte Popolare, se applicassero gli stessi criteri che servono loro per analizzare la situazione economica italiana, alla Francia del Fronte Popolare, non potrebbero che giungere a conclusioni se non catastrofiche almeno gravemente pessimiste, mentre essi affermano (ed a giusta ragione, diciamo noi) di fare magnificamente gli affari finanziari del paese e – aggiungeremo noi – delle 200 famiglie.

I criteri marxisti per giudicare la situazione economica nell’epoca del capitalismo decadente

Occorre esaminare la situazione economica con altri criteri, con quelli che formano la base e la sostanza della dottrina marxista ed allora apparirà chiaro che, se in Italia siamo fondati ad attenderci ad uno scoppio di contrasti economici e sociali questo è per tutt’altre ragioni da quelle avanzate dal Fronte Popolare il quale d’altronde, se lancia l’allarme sul fallimento della politica fascista, esso lo fa nella prospettiva di potere succedere a Mussolini per una «corretta gestione» degli affari del capitalismo, e per preservare la borghesia dall’attacco rivoluzionario del proletariato.

Tutti i proletari sanno che il regime capitalista è fondato non sulla legge della riproduzione dei capitali, ma sulla legge del profitto (sfruttamento del produttore) e che dunque la prospettiva del profitto attira i capitali i quali sono garantiti in ordine essenziale (quanto al loro rimborso) dalla possibilità di ottenere profitti successivi. Tutto il problema consiste a vedere se il meccanismo economico può continuare a funzionare lasciando in piedi l’armatura del regime, se cioè quanto è sottratto ai produttori permette al capitalista di affrontare il nuovo ciclo della produzione, alle classi medie di fare sussistere le loro imprese od affari, ai lavoratori di ottenere l’indispensabile per riprodurre la loro forza di lavoro. Ed è qui e non nella mancanza di capitali o dei deficit, che si trovano i punti vulnerabili della situazione economica di tutti i paesi, e dell’Italia in primo luogo.

I contrasti inerenti al regime determinano altresì lo scoppio dei movimenti sociali. La ragione storica del fascismo la ritroviamo nel fatto che la debolezza del tessuto economico del capitalismo italiano era di già tale che i minimi movimenti rivendicativi dei lavoratori trovavano, nella base economica del paese, la condizione per attingere le forme estremamente elevate della lotta per la rivoluzione. Per mantenere in piedi il regime capitalista italiano, sono state necessarie le leggi eccezionali e non dimentichiamoci che, due anni dopo la marcia su Roma, avevamo in Europa un governo laburista ed il blocco delle sinistre a Parigi, senza contare il paese del socialismo, e la repubblica democratica in Germania ed in Austria. In un mondo antifascista, il fascismo italiano ha potuto magnificamente rassodarsi – malgrado la crisi Matteotti – e questo perché, malgrado il colore della bandiera, i capitalismi di tutti i paesi sono solidali, ed ancora oggi essi sono dispostissimi a salvare il capitalismo italiano dalla minaccia che è rappresentata, non dalla mancanza dei capitali, non dal disavanzo statale, o dal deficit delle bilance dei conti e commerciale, ma dalla minaccia rivoluzionaria del proletariato.

Tutta la legislazione terrorista del fascismo trovava dunque la sua giustificazione nella necessità di scaraventare nelle prigioni tutte le conseguenze sociali potenti sgorgare dagli acutissimi contrasti verificantisi nel campo economico. Per quanto concerne l’aspetto specialmente economico, della situazione, è innegabile che Mussolini aveva fatto tutto il possibile per ispirarsi ai criteri di correttezza che rivendicano gli economisti classici del capitalismo. Nel 1927, per ottenere il pareggio del bilancio statale e conformarvi la vita economica del paese, egli stabilì la parità aurea della lira, un piano, non sappiamo se quinquennale come Stalin, per lo sviluppo di tutte le capacità produttive della nazione, e disse che la diminuzione del 10 per cento degli stipendi e salari dell’epoca si giustificava in corrispondenza con il ribasso dei prezzi che, in effetti, se pure non in misura corrispondente, si verificava (l’indice dei prezzi discese da 740, agosto 1926 a 485 nel settembre 1927). Nel 1931, nel pieno della crisi mondiale, nuova diminuzione dei salari del 10 per cento, ma stavolta, malgrado la caduta dei prezzi mondiali la ripercussione in Italia non si ebbe e l’indice marcava 500 al principio del 1931, qualche cosa dunque che non quadra con il programma del Fronte Popolare che richiama i governi di Theunis nel Belgio, di Laval in Francia. Nel 1934, Mussolini davanti alla necessità di fare faccia al nuovo aggravamento della situazione, non può più limitarsi alla riduzione dei salari e stipendi che sono ancora una volta ridotti dall’8 al 12 per cento, ma deve procedere a delle misure che si ispirano del programma finanziario del Fronte Popolare, programma che d’altronde egli sarà costretto di applicare ad una cadenza sempre più accentuata: «i ricchi devono pagare» ed abbiamo la conversione delle rendite nel 1934, la nazionalizzazione della Banca d’Italia nel 1936, nel 1933 e 1934, l’applicazione del Piano De Man attraverso la separazione fra Banche di risparmio e Banche commerciali sottomesse al controllo diretto dello stato, il prelevamento, nell’ottobre 1936, del 5 per cento (che era poi il 10 per cento giacché i proprietari di immobili che dovevano sottoscrivere al prestito nella misura del 5 per cento del valore della proprietà furono tassati da una nuova imposta del 3 e mezzo per cento), infine, nell’ottobre 1937 il prelevamento diretto del 10 per cento sulla proprietà mobiliare.

Questa rapida rassegna che abbiamo fatto permette ai proletari di constatare che, se il grado è differente, l’evoluzione è identica quanto al piano quadriennale, quinquennale od altro, attraverso il quale il capitalismo mondiale cerca di reagire allo scoppio di movimenti sociali che portano in essi la minaccia della rivoluzione e che, se anche possono essere canalizzati verso Matignon, come in Francia, conservano tuttavia questa portata storica.

La crisi economica in Italia e il suo ineluttabile sbocco

Veniamo ora a qualche conclusione. Il corso che abbiamo rapidamente riassunto ci permette di vedere che, progressivamente, il campo in cui opera il regime capitalista si restringe e che l’intenso sfruttamento del lavoro non permette più la persistenza delle precedenti forme di vita economica del capitalismo: non più banche private, le stesse industrie sono indirettamente ricollegate allo stato; per quanto concerne le classi medie rurali o cittadine (piccoli proprietari, artigiani o piccoli commercianti) oltre la pressione tributaria, legislazione dei mercati ed infine Tribunale Speciale e prigioni per i proletari affinché non si osi passare a dei movimenti rivendicativi.

Parallelamente alla trasformazione della precedente base del regime ed all’intervento crescente dello stato in tutti i campi, noi assistiamo ad una modificazione del quadro in cui scoppiano i contrasti economici. Se prima una crisi poteva bastare a ritrovare un certo equilibrio, oggidì è necessaria una guerra. È inutile porre il problema della mania di grandezza di Mussolini, o dell’incapacità di questi come uomo di stato (tutti sanno che Togliatti si sta facendo le ossa per diventare un grande uomo di stato, peccato per lui che gli operai italiani non glielo permetteranno), la guerra di Etiopia, come l’intervento italiano in Spagna sono due prodotti inevitabili dell’economia italiana, sono altresì due espressioni anticipate di fenomeni che in altri paesi sembra debbano esprimersi con un personale governativo di Fronte Popolare. Che il capitalismo italiano ci rimetta l’occhio della testa in Etiopia, questo non toglie che esso era ineluttabilmente costretto ad andarvi ed il capitalismo degli altri paesi lo ha talmente bene compreso che ha opposto ai cannoni fascisti, gli o.d.g. di Ginevra permettendo così a Mussolini di attribuire alle sanzioni «antifasciste» la responsabilità dell’affamamento dei lavoratori italiani.

Da quanto precede risulta dunque che il fascismo non è nullamente minacciato da mancanza di capitali. Mussolini diceva, quando considerava che deve importare il 50 per cento delle materie prime per l’industria siderurgica che si troverà sempre qualcuno disposto a venderle: il boia del proletariato italiano conosce bene i suoi compari Stalin, Blum, Eden, Roosevelt, Chiang Kai-shek, ecc. Quello che minaccia il capitalismo italiano è che il prodotto dell’intensificato sfruttamento dei produttori non permette più di dare vita al funzionamento della società capitalista. Ne consegue che lo stato deve supplire prendendo sotto il suo controllo una parte sempre crescente della vita economica che potrà prima svilupparsi sulle basi naturali dell’iniziativa privata, e questo ha per risultato che i contrasti economici vanno verso il loro sbocco ultimo che è quello da cui origina il dilemma: guerra o rivoluzione.

I capitalisti, probabilmente «antifascisti» che hanno fornito i capitali per il recente piano di riarmo navale, sanno magnificamente che è così che si fanno gli affari del loro regime. Gli economisti del Fronte Popolare i quali vorrebbero che si rifiutassero i soldi a Mussolini, per consacrarli al riarmo delle «potenze democratiche» hanno in gran parte soddisfazione: Roosevelt, Chamberlain, Stalin rispondono subito. Conseguenza! I lavoratori di tutti i paesi si fanno sfruttare per pagare gl’interessi ai capitalisti e per preparare il loro massacro nella guerra. Poiché l’evoluzione economica attuale non è esclusiva all’Italia, ma si ritrova in tutti i paesi, la propaganda del Fronte Popolare è esattamente quella che ci vuole per stornare l’attenzione delle masse dai loro obiettivi di classe; il loro ruolo è chiaramente definito: come Mussolini, anch’essi vogliono la guerra. Ma anche nell’ipotesi dannata che i proletari italiani non trovino nelle condizioni obiettive la possibilità di scatenare la lotta per la rivoluzione, prima della guerra, questo conflitto segnerà la morte del capitalismo italiano, prologo alla rivoluzione mondiale. Esso libererà il proletariato da tutti gli agenti del nemico e spalancherà l’orizzonte della società comunista nel mondo intero: è per questo che combatte la nostra frazione, è così che essa prepara il partito di domani, è così che essa si sforza di utilizzare i capitali rivoluzionari che accumulano i proletari italiani contro tutti gli appelli ai traditori che sono oggi arrivati all’ultimo termine della loro opera: sostituire alla lotta del proletariato contro la guerra, la lotta per una «giusta» distribuzione dei capitali consacrati alla fabbricazione delle armi che, TUTTE, sono puntate contro la rivoluzione comunista.