Partito Comunista Internazionale

La Casa Bianca ed il Cremlino si sostengono l’una con l’altro

Categorie: USA, USSR

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Le sibille del capitalismo guardano preoccupate il 1954. Lo stesso presidente americano si è sentito in dovere di versare ottimismo sulla sensazione diffusa dell’approssimarsi della crisi. Essa è denunciata, in America, dalla sensibile diminuzione del lavoro nelle acciaierie, dalla cessazione dell’attività di alcuni alti forni, dall’aumento della disoccupazione, dalla minor produzione automobilistica negli ultimi mesi, dallo sfavorevole andamento dei corsi azionari (l’indice Dow Jones, che riguarda le più importanti categorie di titoli azionari ha segnato nel corso del 1953 notevoli flessioni e, alla fine dell’anno, dava per i titoli industriali 280,43 contro 289,65 nell’anno precedente – ma la punta inferiore era stata raggiunta poco tempo prima con 255,49 – per i titoli ferroviari 94,38 contro 111,8), e dall’ingorgo chiaramente avvertito nei consumi al termine di un’annata che, dal punto di vista della produzione, ha battuto tutti i record. Anche in Inghilterra, il 1953 è stato un anno di intensa attività economica, ma sul finire si nota che gli elementi favorevoli – rialzo dei valori industriali, ricostituzione delle riserve d’oro e divise, riduzione del tasso di sconto – cominciano ad essere controbilanciati dalle difficoltà di esportazione e da una tendenza all’aggravamento dello squilibrio della bilancia commerciale. La politica francese riflette il cronico marasma della vita economica interna e il costo gigantesco del mantenimento delle posizioni imperiali, soprattutto in Indocina. Infine, sull’industria e sui commerci della Gran Bretagna e della Francia, si proietta l’ombra della poderosa ripresa tedesca.

Di fronte a questa situazione, Eisenhower ha annunciato che, in caso di approfondirsi dei fenomeni di crisi, il governo americano è pronto a fare intervenire « elementi stabilizzatori »: ironia della dialettica storica, i repubblicani, saliti al potere con un programma di smantellamento dei controlli ed interventi dello Stato e di ripresa della libera iniziativa, si dispongono a rimettere in moto il meccanismo « anti-crisi » del New Deal democratico (lavori pubblici, previdenze sociali, aumento delle spese nel bilancio statale). Ma poiché lo stesso esperimento rooseveltiano si è salvato solo grazie al riarmo nel 1934-41 e al conflitto mondiale dopo, e la crisetta 1949 grazie alla guerra in Corea, così la valvola vera è ora cercata dai dirigenti occidentali in altra direzione, nel senso cioè dell’allargamento del mercato mondiale con la ripresa di rapporti commerciali e politici (d’altronde non cessati mai, in una forma o nell’altra) con la Russia. È già significativo che Stassen, direttore dell’Amministrazione delle operazioni estere degli U.S.A., abbia spezzato una lancia a favore dell’allentamento dei controlli sul commercio oriente-occidente per quanto riguarda le merci di importanza non strategica, o di importanza strategica « minore ».

Ma più importante è che l’iniziativa congiunta Malenkov-Churchill per una ripresa di trattative sia ormai uscita dal regno delle possibilità lontane per divenire una realtà pratica. È una spinta economica che, da ambo le parti, muove in quel senso: abbiamo spesso rilevato come il « pacifismo » russo riflettesse una situazione obiettiva di soffocamento e quindi la necessità di rientrare nel circolo del commercio internazionale (vedi Conferenza economica di Mosca); abbiamo anche osservato – e gli avvenimenti ultimi lo confermano – che il marasma occidentale pone per forza di cose il problema di una espansione dei traffici, dell’esportazione di merci e capitali. La tendenza è dunque verso l’accordo. I dirigenti del Cremlino hanno più volte dichiarato che la pacificazione da loro proposta avrebbe sventato la crisi in maturazione nell’Occidente: a parte che potrà sventarla ora per ripresentarla domani in forma aggravata, la loro tesi ha un fondamento reale. Per il proletariato essa significa questo: nel momento che l’ombra della « recession » sgomenta il capitalismo occidentale, Mosca è lì non già per assestargli l’ultimo colpo, ma per offrirgli una via di salvezza, – via di salvezza che, d’altro lato, per la sproporzione esistente nei rapporti di forza fra i due « blocchi », può solo implicare una ribadita sudditanza della struttura economica più debole (quella orientale) dalla più forte. Più la situazione del regime vigente diviene confusa, più lo stalinismo gli tende la mano, gli si offre come salvagente: è la sua storica missione. Qualunque cosa esca dalla conferenza di Berlino, la « pace » fra i due « avversari » di ieri può significare soltanto una somministrazione di ossigeno al regime dello sfruttamento del lavoro e del profitto: al regime della guerra.