Partito Comunista Internazionale

Don Peppino superpatriota

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Nella conferenza-stampa di fine d’anno, che Di Vittorio tiene ormai regolarmente sul modello dei presidenti del consiglio e di altri illustri uomini di quest’epoca pubblicitaria, e in cui ha condito le roventi minacce alla classe padronale (can che abbaia non morde) con patetici appelli a fronti quasi popolari, poteva mancare la coda patriottica? Ohibò, come chiedere a Vidali, gran gerarca del cominformismo triestino, di rinunciare a levar inni a Oberdan e all’irredentismo o a colpir di invettive appassionate i rinunciatari tipo Sonnino.

Invero – cosa scandalosa per chi ha osannato agli eserciti alleati passeggianti per lo stivale e sparoneggianti con la stessa jattanza dei tedeschi sulla « Patria amata » – è successo che capitali stranieri minacciano di investirsi nei giacimenti petroliferi scoperti in Sicilia, cioè appunto là dove per primi sbarcarono gli « eserciti liberatori », gaffette com’è logico dei finanzieri e degli industriali. Ora, Di Vittorio non è contro il capitale; schifa il capitale straniero, per quanto riteniamo difficile che possa spiegare all’operaio petrolifero siciliano il gran vantaggio ch’egli ricaverebbe dal lavorare per il capitale nazionale invece che per il capitale americano o inglese, dal produrre plusvalore in lire invece che in dollari. Il gran punto non è nel sostantivo, è nell’aggettivo: non è il « capitale » che fa rizzare i capelli patriottici di Don Peppino; è lo « straniero » (già liberatore…).

D’altra parte, Don Peppino, da buon patriota, non è poi molto sentimentale: i capitali stranieri è disposto ad accettarli, purché la direzione dell’attività economica alimentata da quei capitali rimanga « in mani italiane » (e, immaginiamo, il petto gli si gonfiava e gli occhi gli luccicavano).

Strane cose suggerisce il patriottismo, a Di Vittorio come a tutti i patriottardi: vedono l’odiato straniero dovunque, eccetto che nei quattrini. Non olet; non puzza; la patria è patria, il denaro è denaro. Quindi, poiché d’altra parte non siamo (vero, Don Peppi?) contro il capitale in genere, vengano pure i capitali stranieri; però, i padroni restiamo noi! Come chi dicesse, andando a buscar quattrini: Concedetemi un prestito; però io resto libero come prima, il mio orgoglio non me lo toglie nessuno. Delle due l’una: volete capitali stranieri, e allora dovete per forza dipendere da quelli che ve li danno; o rivendicate la « direzione dell’attività economica », e ciò significa soltanto che chiedete al creditore o al finanziatore che vi conceda l’alto onore da lustrascarpe di addossarvi il compito di far fruttare al massimo i suoi quattrini.

Ora, non c’è nessun patriottico governo, in tutta la storia delle « passioni nazionali » della borghesia, al quale non sia stato concesso insieme quel vantaggio e questo onore; tutti si sono indebitati, quando potevano, verso lo « straniero », conservando però la faccia dell’orgoglio e del purissimo onore nazionale; tutti si sono venduti fingendo di rimanere « padroni in casa propria ». Di Vittorio non fa eccezione: purché rechino soldi, benvenuti gli stranieri: dateci la libertà, l’onore, la verginità, e siamo lieti di frustare i proletari perché mettano in valore i capitali non-nazionali (giacché sbagliamo, o questi capitali saranno investiti per cavarne un utile?).

Dopo tutto, non ha chiesto Di Vittorio maggiori investimenti con esenzioni fiscali nel Sud? La C.G.I.L., come la C.I.S.L. e l’U.I.L. e la neonata C.I.S.N.A.L., difendono prima di tutto il capitale, giacché che ne sarebbe, senza capitale, del lavoro? E che ne sarebbe del capitale senza la patria; e che della patria senza Botteghe Oscure?