Molti candidati al salvataggio della greppia
Categorie: Democrazia Cristiana, Italy
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I Re Magi ci hanno regalato le dimissioni del governo Pella al termine di una vicenda che ha tutti gli aspetti di farsa propri della più moderna democrazia. Il Governo «transitorio» è caduto, d’altronde, prima ancora che fosse esaurito il famoso periodo di attesa in cui avrebbero dovuto chiarirsi gli orientamenti politici non tanto «nazionali», quanto internazionali, e il suo crollo lascia le cose al punto di prima. Non è nell’ambito della greppia nazionale e montecitoriana che il governo «efficiente» (!!!) invocato da tutti può nascere, non potendo esso esprimere la volontà di un partito di maggioranza dilaniato da contraddizioni interne e tanto incapace di una «apertura a destra» (per timore di perdere voti a sinistra) quanto di una «apertura a sinistra» (per timore di perdere voti a destra), né riuscire a risuscitare una coalizione di centro minata dalle stesse oscillazioni amletiche. La soluzione può venire soltanto da fuori, dagli orientamenti che prenderanno i rapporti fra i due grandi blocchi imperialistici. Se quindi rinascerà un governo, esso sarà per ora provvisorio, personale e spettrale, qualunque sia la «personalità» chiamata a dirigerlo. La farsa non è finita: al massimo, si può dire che è calato il sipario sul suo primo atto.
Ma prima dei Re Magi, la fine dell’anno ha portato alla ribalta una dozzina di candidati alla salvezza del regime, alla conservazione della greppia. Se Pella si è sforzato di accreditarsi come salvatore della Patria; se i gruppi e gli uomini del suo stesso partito che l’hanno rovesciato posano alla stessa parte; se i monarchici hanno fatto sfoggio del loro «disinteresse» di patrioti non ponendo alcuna condizione al proprio inserimento nel carrozzone governativo; dall’altro lato Nenni e Togliatti hanno ripreso i motivi del loro mai assopito frontepopolarismo, chiedendo di essere «messi alla prova» come dirigenti della Nazione. Quando il regime è in crisi, sono essi, le tradizionali riserve, a farsi avanti per tappare le falle e assicurare la pacifica navigazione della galera. Hanno ragione di farlo: capiscono che l’aria internazionale spira nel senso dell’abbraccio. Sentono odore di greppia, preparano caldo il lettuccio a una nuova esarchia. Nessuno può sostenere che, come amministratori del regime borghese, essi siano meno capaci ed «efficienti» di Pella o De Gasperi. Con questi ultimi hanno ristabilito, negli anni più difficili, polizia, esercito, bilancio, industria; con loro hanno amnistiato fascisti, pasteggiato al tavolo degli aiuti americani, invocato la concordia fra le classi e la distensione sociale. Sono i guardiani del gregge degli scontenti: meriterebbero un posto al governo anche solo per avere, da «oppositori», tenuto nella più perfetta legalità le masse proletarie. Non hanno bisogno di essere «messi alla prova»: il capitalismo li ha già provati, continua a provarli anche fuori del baraccone governativo. Dateglielo, un posticino; vi serviranno ancor meglio, e non moriranno di crepacore. D’altronde, non sono forse tutti – a cominciare dalla D.C. coi suoi quattro ultimi punti programmatici – per una «larga politica sociale», cioè per lustrare le scarpe ai proletari facendo gli interessi dei padroni?
Nell’agenda per la riunione di Berlino c’è anche questo piccolo – ma, per gli interessati, elettrizzante – problema.