Un socialismo che partorisce mercanti
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L’Unità del 14 gennaio informava degli ultimi sviluppi della campagna per l’incremento del commercio interno promossa dal Governo russo, a seguito delle decisioni adottate dal Comitato centrale del P.C.U.S. nella seduta dell’ottobre dell’anno scorso. Nel n. 18 anno 1953 di questo foglio demmo esaurienti notizie sul contenuto del rapporto di Kruscev al C.C. riguardo alla politica agraria e formulammo la nostra interpretazione.
Il rapporto Kruscev rivelava, al di sotto della trasparente scorza di eufemismi e di diplomatiche reticenze, una situazione di arretratezza nel settore agricolo, e in genere, della produzione di beni di consumo. Naturalmente, il sommo gerarca non chiamava le cose col loro nome, ma la sostanza effettiva delle condizioni economiche generali russe risultava indirettamente dalle misure che, per bocca sua, il partito suggeriva al Governo. Si trattava di questo: ai contadini delle cooperative agricole (kolchoz) veniva concesso di detrarre dal prodotto totale una parte maggiore di derrate da destinare al mercato privato; da parte sua, lo Stato operava un aumento sui prezzi pagati ai contadini per i prodotti consegnati agli ammassi. La conclusione si imponeva da sé, e la esprimemmo in termini che così si possono riassumere: allargamento del mercato privato, restringimento del mercato statale; ulteriore rafforzamento dei ceti sociali non proletari, contadini e piccolo-borghesi, economicamente saldati alla compravendita delle derrate agricole e dei prodotti industriali che normalmente si inseriscono nel circuito commerciale città-campagna; dimostrazione della tendenza dell’economia russa alla privatizzazione della proprietà, in contrasto con le raffigurazioni correnti che pretendono di presentare una Russia di maniera in cui tutto si produce e si consuma sotto la gestione e il controllo dello Stato.
I sintomi esteriori del rafforzamento dei ceti mercantili, cioè capitalistici, nel preteso «paese del socialismo», si rivelavano nel processo, tuttora in corso, di allargamento della rete commerciale. Dicemmo allora che la notizia riportata dall’Unità in quel torno di tempo circa la progettata apertura in Russia di 22.000 tra negozi e spacci mobili, giungeva a conferma della nostra previsione. Recentemente come dicevamo in principio, il numero citato dell’Unità aggiungeva altri particolari. Apprendevamo così che «negozi mobili montati su slitta faranno il giro dei più remoti villaggi delle regioni artiche dell’Unione Sovietica, durante quest’inverno».
Gli esaltatori dello Stato russo non mancheranno di esultare, venendo a sapere che nuove zone del continente russo, che sotto il regime zarista vivevano un’esistenza locale e circoscritta, vengono immesse nel vortice del mercantilismo. Il fatto è da considerarsi un passo avanti o un avvenimento indifferente? Certamente, un passo avanti. Ma non verso il comunismo. Di questo siamo altrettanto sicuri. Si avvia verso il comunismo, cioè verso la totale soppressione delle classi, quella produzione che gradualmente riduce l’imperio del mercantilismo, assottiglia gli effettivi sociali che vivono del commercio, supera la remunerazione in denaro della forza-lavoro. Perciò, se di passo avanti si può e si deve parlare in riguardo alla conquista di zone remote della Russia al mercantilismo, esso non può considerarsi compiuto che nella direzione del capitalismo.