Filosofia fiscale
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Prima di morire, il ministro Pella ha votato un disegno di legge che abolisce l’imposta di negoziazione sostituendola con una imposta operante in varia misura sia sul patrimonio imponibile delle società, sia sui redditi di bilancio. Il disegno mirerebbe a sottoporre a tassazione – dopo il privato – le aziende industriali e commerciali.
Si è però osservato che è stata invece rinviata l’approvazione dell’altro disegno di legge – senza il quale il primo non avrebbe portata pratica – che dovrebbe permettere di accelerare e perfezionare l’accertamento dei redditi delle società, ora difficilissimo sia per le note manovre di compilazione dei bilanci, sia per l’esistenza delle molteplici «società di comodo» istituite proprio allo scopo di mascherare patrimoni e redditi delle società effettive.
La cosa non stupisce. A parte che non saremo certo noi a credere che basti un disegno di legge per consentire al fisco di mettere seriamente il naso nei bilanci aziendali, è chiaro che un passo anche soltanto formale e cartaceo di questo genere urta la suscettibilità di coloro che sono, volere o no, i reali padroni dello Stato. Resta il fatto che, intanto, una imposta a carico delle società è stata abolita, mentre non sono stati creati (e campa Fanfani che l’erba cresce) gli strumenti sia pure teorici per dare una qualunque efficacia pratica all’introduzione della nuova imposta, sedicentemente intesa ad eliminare lo «scandalo» della evasione fiscale delle grandi società. E noi siamo certi che le cose rimarranno a questo punto: a nessun piccolo contribuente è consentito di sfuggire alla rete creata dai grandi; perché mai questi ultimi dovrebbero lasciarsi pescare?