L’internazionale comunista e la situazione Italiana
Categorie: Communist Abstensionist Fraction of the PSI, Italy, Third International
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Occorre stabilire chiaramente quanto a Mosca si è fatto e si è detto circa il Partito Socialista Italiano, per sventare fin da ora qualunque gioco inteso a seminare equivoci, da qualunque parte venga.
Si parlò la prima volta della quistione italiana nella discussione delle condizioni di ammissione.
Al Partito Italiano si accenna nella brochure di Lenin, e più volte nelle tesi proposte dal C.E., sempre nel senso di deplorare la presenza in esso della destra riformista, spesso facendo i nomi di taluni dei caporioni parlamentari.
Nella relazione di Zinoviev sulle condizioni di ammissione e nel discorso di Lenin furono svolte nel modo più ampio severe critiche al Partito Socialista Italiano, su quegli argomenti che su queste colonne sarebbero una ripetizione.
Alle obiezioni di Serrati circa la poca conoscenza dell’argomento, Zinoviev rispose esibendogli il voluminoso zibaldone riguardante i socialisti italiani e le loro pecche, nonché osservando che quelle critiche erano state avanzate dalle correnti di sinistra del Partito, e suffragate da tutte le relazioni degli stessi delegati italiani presenti a Mosca.
Se i compagni del C.E. sono incorsi in inesattezze ed in errori di valutazione, è solo su dettagli secondari – se in Italia essi chiedono l’applicazione di criteri più severi che in altri paesi è cosa da vagliare a parte – il fatto è che essi hanno posto il dito sulla piaga e proposto quei provvedimenti che i veri comunisti in Italia esigevano da tempo.
Serrati rispose con dichiarazioni e proteste, Graziadei avanzò riserve, Bombacci e Polano ribadirono le critiche dei compagni russi e si associarono alle loro rampogne. Quanto a Bordiga egli non interloquì che per trattare una questione di indole generale e senza parlare dell’Italia.
Alla fine della discussione Serrati dichiarò di accettare le tesi, interpretandole nel senso, a lui più comodo, che il P.S.I. avrebbe avuto tutto il tempo per procedere, senza fretta e coi piè di piombo, a qualche eventuale epurazione. Si ebbe delle repliche molto secche da Lenin e dal relatore, e non precisamente gli applausi del Congresso.
Del partito italiano parlò ancora Bucharin nella relazione sul parlamentarismo deplorandone la politica socialdemocratica in Parlamento, e credo se ne parlò di passaggio altre volte, causando dichiarazioni degli italiani.
Ma la grossa questione doveva venir fuori con la discussione delle tesi di Lenin sui compiti del II Congresso dell’Internazionale.
La rispettiva commissione invitò tutti noi italiani e ci pregò di dire il nostro parere sulla famosa tesi 17 il cui testo primitivo era questo:
«In ciò che concerne il partito socialista italiano, il II Congresso della III Internazionale trova fondamentalmente giuste la critica di questo partito e le proposizioni pratiche che sono state pubblicate, come indirizzate al Consiglio Nazionale del Partito Socialista Italiano a nome della Sezione Torinese del Partito, nel giornale «L’Ordine Nuovo» dell’8 maggio 1920, e che corrispondono integralmente a tutti i principii della III Internazionale.
«Per queste ragioni il II Congresso della III Internazionale prega il Partito Socialista Italiano di convocare al più presto un Congresso straordinario del partito per esaminare queste proposizioni e tutte le decisioni dei due congressi dell’Internazionale Comunista, particolarmente a proposito del gruppo parlamentare e degli elementi non comunisti del Partito».
Nessuno dei delegati italiani accettò questa formulazione. Serrati e Graziadei osservarono che nel Consiglio Nazionale la sezione di Torino si era schierata contro la Direzione del Partito sulla questione dello sciopero piemontese, e il valorizzarla equivaleva a sanzionare, oltre alle sue accuse, il suo atteggiamento «contrario alla disciplina». Bombacci osservò che era anche pericoloso valorizzare le tendenze sindacalisteggianti dell’«Ordine Nuovo» e la sua interpretazione del movimento dei Consigli di Fabbrica. Polano sostenne che, essendo la Commissione Esecutiva della Sezione Torinese formata in gran parte da astensionisti, si veniva ad approvare l’opera della nostra frazione, sconfessata sulla questione parlamentare. Bordiga rilevò anch’egli la possibilità dell’equivoco circa la sanzione a tutto l’indirizzo dell’«Ordine Nuovo», che, oltre ad essere contrario alle direttive del Congresso sulla questione sindacale e della costituzione dei Soviet, era stato fautore dell’unità del Partito fino a poco prima del Convegno di Milano.
Lenin e Bucharin dichiararono formalmente che non avevano inteso esprimere un giudizio sull’indirizzo dell’«Ordine Nuovo», su cui non erano abbastanza documentati, ma solo indicare la citazione precisa di un documento al quale soltanto si riferiva la loro approvazione.
Venne quindi solo modificata in tal senso la forma grammaticale: «proposizioni indirizzate dalla Sezione etc. ed apparse nel numero … etc.».
Inoltre, su proposta di Bordiga, venne aggiunto in fine del 2° periodo: «e del lavoro da svolgere nei sindacati».
Serrati cercò invano di evitare l’invito a convocare il Congresso affermando che era già indetto quello ordinario: fu anzi specificato il termine di quattro mesi.
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Abbiamo insistito sulla questione dell’«Ordine Nuovo», ma vogliamo fare una piccola digressione per aggiungere che lo facciamo per chiarire bene le cose, e non già per farci belli noi della maggior corrispondenza tra la nostra posizione e quella del Congresso Comunista.
Non solo noi eravamo e siamo in dissenso sulla questione del Parlamentarismo, ma abbiamo altre riserve da fare – salva la disciplina – su questioni anche più importanti contemplate dai deliberati del congresso. Non poniamo quindi la nostra candidatura – né come uomini, né come giornale, né come Frazione – al perfetto tipo del comunista quale lo ha dipinto il Congresso.
Ma osserviamo che tra i massimalisti elezionisti anche di estrema, anche finalmente persuasi dell’antica nostra tesi della cacciata dei socialdemocratici, non vi è quasi nessuno che non sia stato eterodosso sulla questione dei consigli di fabbrica, e soprattutto su quella della costituzione dei Soviet.
Chiudiamo questa noticina osservando che, se si volesse impersonare in una figura del movimento italiano la massima corrispondenza con le tesi di Mosca, è il compagno Misiano che avrebbe diritto di essere prescelto, per l’attitudine da lui tenuta fin’oggi, specie nel Consiglio di Milano.
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La quistione del partito italiano ritornò al Congresso in seduta plenaria. Serrati tornò a protestare, Bombacci e Polano ad assentire, Graziadei a tentare di arrotondare gli spigoli chiedendo una sanzione all’attitudine della maggioranza massimalista a Bologna.
Bordiga dichiarò in tre parole di disinteressarsi della forma dell’emendamento, e di interpretare il pensiero del congresso ripetutamente espresso, soprattutto da Lenin e Zinoviev, nel senso che per la trasformazione e il rinnovamento del Partito Socialista Italiano non solo non sono da concedere dilazioni e temporeggiamenti, ma è affermata la responsabilità di tutta la frazione massimalista elezionista e dei suoi uomini per aver mancato fin da Bologna a quel compilo inderogabile, portando nella III Internazionale un partito che non aveva il carattere comunista.
Egli rilevò di non avere mai accennato prima in Congresso alla quistione italiana, dichiarando che i conti sarebbero stati fatti in Italia sulla base dei deliberati del Congresso.
Non abbiamo il testo preciso delle tesi approvate, ma dubitiamo che ci sia l’emendamento Graziadei, che il presentatore ritiene sia stato accettato.
La “lettera agli italiani”
Dopo la chiusura del Congresso i delegati italiani furono invitati ad una speciale adunanza del Comitato Esecutivo nella quale fu letto un progetto di lettera ai compagni italiani predisposto da Bucharin con talune aggiunte di Zinoviev.
Tale lettera dette luogo a vivaci discussioni. Bombacci, Polano e Bordiga ne condividevano l’intonazione di massima e ne riconoscevano l’opportunità, l’ultimo enunciò solo alcune obiezioni circa i passi che riguardavano il movimento dei consigli di fabbrica e il movimento sindacalista.
Serrati, contrario all’idea stessa della lettera, polemizzò con osservazioni di dettaglio, alcune delle quali avevano qualche fondamento, ma che assolutamente non potevano inficiare il concetto fondamentale della necessità che il supremo organo dell’Internazionale invitasse in modo formale il movimento italiano ad uniformarsi alle decisioni del Congresso e a darsi un vero contenuto comunista che oggi manca.
Il C.E. si riservò di dare alla lettera redazione definitiva, ed il testo ufficiale fu dato, al nostro ritorno dall’Ucraina, quando lasciammo Mosca, al compagno Serrati.
La lettera, dopo una esposizione della situazione sociale e politica italiana e la affermazione che essa è eminentemente rivoluzionaria, dice che, pur respingendo il metodo delle azioni frammentarie e slegate, occorre creare le condizioni di un movimento rivoluzionario generale e tener presente che ogni giorno di ritardo può essere un vantaggio accordato alla borghesia che va organizzando la propria difesa. Quindi sono passate in rassegna gravi deficienze del nostro movimento, la incapacità e la incertezza della maggioranza del Partito di fronte alle gesta dei destri nel Parlamento e nei sindacati operai.
La lettera conclude dicendo che tutte le condizioni dell’Internazionale sono poste al Partito Italiano in forma di ultimatum: se esse non saranno adempite l’Internazionale si vedrà costretta a rivolgersi direttamente ai lavoratori d’Italia: ciò vuol dire ad espellere dal suo seno il P.S.I..
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In conclusione, nell’Internazionale comunista e nel suo congresso l’atteggiamento del Partito Socialista Italiano è stato giudicato con grande severità, e le relative decisioni sono improntate ad una intransigenza forse più rigorosa di quella applicata per altri paesi.
A parte ogni altra considerazione, non può negarsi che questo fatto è in relazione ad un convincimento formatosi nei compagni di Russia e degli altri paesi: che il proletariato italiano sarà presto chiamato a svolgere una parte importantissima sulla scena della storia, e forse a dare il segnale della lotta rivoluzionaria nell’occidente capitalista.
Ecco perché da Mosca si ripete la nostra parola d’ordine di Bologna: guardiamoci negli occhi e dividiamoci da coloro che domani nell’ora suprema non saranno dei nostri – ecco perché Mosca sottolinea felicemente il nostro motto preferito: chi non è con noi è contro di noi!