Partito Comunista Internazionale

Conferme: Fascisti contro la proprietà privata

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Pubblicasse quest’articolo uno qualunque dei giornali che circolano nella Repubblica italiana, non tralascerebbe certamente di appioppare tanto di punto esclamativo al titolo. Tale segno di interpunzione dovrebbe stare lì a dire: «A tanto siamo giunti. Persino i fascisti sbraitano contro la proprietà privata ed invocano l’intervento dello Stato espropriatore». A noi la cosa – la decisione presa dal Congresso del M.S.I. di delegare i gruppi parlamentari fascisti a presentare in Parlamento una legge per la «socializzazione» delle aziende IRI – non ha fatto proprio né caldo né freddo. Perciò, il punto esclamativo di meraviglia al titolo non lo accodiamo affatto.

Quale partito politico, quale uomo politico, quale ciarlatano parlamentare che debba accostare la «questione della politica sociale», non somministra una frecciata, o solo una puntura di spillo, alla sacra istituzione della proprietà privata? Persino i liberali e i monarchici che pure si scalmanano a condannare e deprecare gli eccessi del dirigismo economico sono fautori di temperamenti del diritto privato, ove, si suole ripetere con espressione sacramentale, urti con la pubblica utilità. D’altra parte, nessuno di codesti signori si sogna di accusare, ad esempio i laburisti inglesi autori di profonde riforme della proprietà, di sovvertire lo Stato e gli ordinamenti sociali britannici, salvo, s’intende, ad identificare col comunismo identiche statizzazioni eseguite da governi stalinisti.

Il IV Congresso del M.S.I., cioè di un partito che si dichiara erede e continuatore del fascismo mussoliniano, che si è tenuto nella prima decade del mese, doveva concludersi in bellezza con un colpo sensazionale. Il Centro, da cui era espressa la Direzione uscente e successivamente ristabilita in carica, con abile mossa svuotava il programma della sinistra facendone proprio il nucleo. In particolare, accettava il principio della socializzazione delle imprese, pur limitandone la pratica applicazione alle aziende IRI. Di più, con un infuocato intervento di Roberti, si preoccupava di risalire alle origini del movimento fascista, o per lo meno alla costituzione della Repubblica di Salò, per rivendicare la paternità del principio «socializzatore» a tutto il movimento, nessuna corrente esclusa. In altre parole la Direzione del M.S.I. ci teneva a dichiarare che «socializzatore» il fascismo lo è da sempre. Naturalmente, la stampa social-stalinista, che si sente menomata ogni volta che altri schieramenti politici si mostrano criticamente disposti verso la proprietà privata, si è sentito rubare il mestiere, e non ha potuto fare di meglio che revocare in dubbio le dichiarazioni stataliste del Congresso missino, accusando di demagogia e malafede la proposta di nazionalizzazione delle aziende I.R.I.

Il Congresso del M.S.I. coincideva casualmente con la crisi governativa. Per tirare acqua al proprio mulino, il P.C.I. si gettava a capofitto nella mischia parlamentare aggrappandosi, come al solito, al lato personale della miserabile vicenda della caccia ai posti ministeriali. È la pappa che il palato del grosso pubblico preferisce: il ministro X ruba sugli appalti, il sottosegretario Y è interessato nella tratta delle bianche, il direttore generale Z traffica in licenze di esportazione, e così via. Ma nell’oceano delle sensazionali storie a base di intrighi sfacciati e di tenebrose macchinazioni, che scolava dalla stampa socialcomunista, non seconda agli altri nello sporco mestiere, spuntava (L’Unità, 10-1-54) una risoluzione della Direzione del P.C.I. contenente una serie di punti programmatici, polemicamente contrapposti alla politica sin qui seguita dal governo democristiano. Pompeggiava, naturalmente, nell’elenco delle misure che il P.C.I. si riserva di eseguire, se insediato al Governo, la nazionalizzazione delle aziende IRI. Orbene, appena un giorno dopo, la stampa fascista (Secolo, 11-1-54) pubblicava il resoconto dell’intervento Roberti al Congresso del M.S.I., da cui risultava che non solo la Sinistra, ma anche il Centro, e persino la Destra del M.S.I. acclamava al principio della «socializzazione», e in particolare alla nazionalizzazione delle aziende IRI.

Se per essere socialisti basta proporre l’abolizione della proprietà privata e la statizzazione delle aziende, perché non considerare socialisti e nemici del capitalismo anche i puzzoni in camicia nera di Graziani e De Marsanich? Per fortuna del P.C.I., gli stessi fascisti ci tengono a mettere bene in chiaro di sentirsi «sociali», non «socialisti», volendo ribadire con ciò la loro avversione al marxismo. Ma forse che l’incenso bruciato davanti ai ritratti di Marx basta a comprovare la fedeltà al marxismo del P.C.I.? Il fatto provato è che il P.C.I. ha in comune col fascismo l’accapo n. 1 del programma di governo: la statizzazione della grande industria. Che è pura coincidenza? La stampa piccista, profondamente irritata dal vedere in pericolo il proprio monopolio ideologico, sostiene che i capi del M.S.I. si ripromettono soltanto di lanciare fumo negli occhi dei gonzi promettendo di lavorare in Parlamento per mandare avanti la legislazione statalista. Noi invece non escludiamo affatto che un partito fascista possa procedere a formulare e applicare riforme dirette a limitare la proprietà privata, perché sappiamo che l’affarismo capitalista prospera benissimo nel paese della cuccagna delle gestioni statali delle aziende. L’unipartitismo è solo uno strumento del fascismo, il fine della sua politica essendo la difesa integrale della conservazione borghese. Ora la statizzazione delle aziende non intacca minimamente la dominazione di classe sul proletariato. Perché allora rifiutare di accettare che un governo o un partito possa essere nello stesso tempo fautore dell’abolizione della proprietà privata e agente della conservazione della dominazione borghese nelle forme fasciste di governo?

Noi non combattiamo il fascismo in quanto movimento fondato sull’esercizio della violenza della forza e della dittatura. Nascondendosi sotto un velo di ipocrisia, i governi democratici applicano gli stessi metodi di repressione, allorché il proletariato osa rizzarsi minaccioso di fronte agli organi dello Stato. Forza, violenza e dittatura saranno impiegati sistematicamente e, se occorrerà senza remissione di sorta, dallo Stato sorto dalla Rivoluzione. Perciò, il social-stalinismo tradisce la fiducia accordata dalle masse predicando forme di governo liberal-democratiche, fondate sul parlamentarismo e sulla truffa del pacifico accordo tra le classi sociali. Solo esprimendo un governo rivoluzionario, rigidamente dittatoriale, autoritario, forte, intransigente verso i nemici, incondizionatamente antiparlamentare, il proletariato potrà avere ragione della borghesia e del capitalismo. La questione, in merito all’atteggiamento del comunismo di fronte al fascismo, non è dunque sulla forza e la dittatura, ma sull’uso di esse e gli obiettivi cui esse tendono.

Al traguardo della statizzazione delle aziende i governi borghesi ci arrivano indifferentemente attraverso i normali canali amministrativi della democrazia parlamentare come attraverso le equivalenti istituzioni dittatoriali del fascismo.

Nella statizzazione, nella abrogazione della proprietà privata, democrazia e fascismo coincidono: socialdemocratici, laburisti, missini, stalinisti, pur partendo da opposti punti ideologici, pervengono, sul terreno pratico, allo stesso punto di arrivo. E tutti insieme sostengono di lavorare per la soppressione del capitalismo!

Se partiti innegabilmente borghesi, dichiaratamente nemici del comunismo, tradizionalmente carnefici del movimento operaio, osano chiedere, sia pure entro certi limiti, l’abolizione della proprietà privata, chi potrà confutare la nostra tesi che la soppressione della proprietà privata è una misura accettabile dalla borghesia? Conseguentemente diciamo, perciò, il socialismo comincia a sorgere allorché comincia a scomparire il salariato, il mercantilismo, la distribuzione dei prodotti a mezzo della moneta. L’elemento sociale che caratterizza il capitalismo di fronte alle epoche storiche passate è il proletariato, cioè la classe dei lavoratori salariati, per cui il capitalismo esisterà finché esisterà il salariato. La statizzazione non abolisce il salariato, dunque è una misura che perpetua il capitalismo.

Troppo presto per dire queste cose! bofonchiano gli stalinisti con aria di sufficienza. Per non volerle dire, che fanno? Cantano in coro con i fascisti.