Piccole note triestine
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Un’intervista concessa dal direttore generale dei Cantieri Riuniti dell’Adriatico invocante dallo Stato una legge organica che possa assicurare ai cantieri un più adeguato carico di lavoro lascia prevedere «soluzioni drastiche a breve scadenza» se tali provvedimenti legislativi non verranno. In pratica, si prevederebbe per il 30 giugno 1954 una riduzione delle maestranze ad appena il 25% del livello attuale a Monfalcone e al 40% a Trieste!
Naturalmente, di fronte a questa prospettiva i Sindacati Unici non hanno da proporre che la riorganizzazione dell’I.R.I. e provvedimenti di salvezza «della nostra industria cantieristica», cioè appunto quello che chiedono i dirigenti. L’azione padronale e sindacale è convergente. Potevamo dubitarne?
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I diversi sindacati sbandierano l’accordo raggiunto il 31 dicembre in merito al premio di produzione per i C.R.D.A. Si tratta di un accordo transattivo in attesa di quello che sarà raggiunto nel mese di marzo. «Fermi restando i normali elementi della retribuzione stabiliti dal contratto collettivo, viene data così la possibilità al lavoratore di essere partecipe dei vantaggi derivanti da un aumento della produttività che, giova ricordarlo, fino ad oggi sono andati esclusivamente a beneficio dei datori di lavoro».
Il gran successo, in verità! Il premio è concesso, meritatamente per il padrone, al maggior sforzo di lavoro dell’operaio: è la carezza data perché il somaro renda di più. Ferme restando ecc… avrà aumentato il suo reddito chi faticherà di più: chi non desidera ridursi a bestia, viva con quello che gli si dà normalmente. Evviva gli aguzzini!
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C’è fermento nelle classiche Cooperative Operaie di Trieste. Un manifestino di un Comitato fra i soci delle stesse denuncia la trasformazione avvenuta in questi organismi, «tale da farle identificare agli usuali complessi d’affari e svolgere perciò la loro funzione nell’ambito e con i fini del commercio capitalista. Le Cooperative di Trieste sono divenute oggi infatti un’anonima grossa società commerciale così come ve ne sono in qualsiasi grande città… Il popolo consumatore e gli stessi soci delle Cooperative considerano lo spaccio delle C.O. alla stregua di un qualsiasi negozio privato… La regia delle C.O. è appesantita e aggravata dal rilevante e costoso sproporzionato apparato e le attività delle Cooperative si snodano perciò stentatamente e si esauriscono pressoché nelle azioni intese a contendere agli altri esercizi affini una aliquota di generica clientela».
Alla buon’ora! L’abbiamo sempre detto, nella polemica coi riformisti, che la Cooperativa, vivendo in ambiente capitalistico, non può che subirne le leggi e trasformarsi essa stessa in azienda commerciale, per giunta – oggi soprattutto – burocratizzata ed elefantiaca in ragione diretta dell’estensione e complicazione crescente del suo raggio d’affari. Questo processo non lo cambierà lo sforzo di nessun Comitato per quanto ben intenzionato e ligio agli interessi operai. È un processo inevitabile, una prova dell’impossibilità di «costruire il socialismo» per oasi parziali entro la società capitalistica, un fenomeno non specifico di Trieste e che non sarà rimediato a Trieste.