Gli insegnamenti della Pignone e della sua “Union sacrée”
Categorie: Italy, Opportunism
Questo articolo è stato pubblicato in:
Se l’opportunismo avesse qualche senso storico per la classe operaia, non saremmo qui a celebrarne i nefasti; e, soprattutto, da un pezzo – da quando cioè è sorta monolitica la dottrina del proletariato – ne avremmo indicato il corso e lo sbocco positivo, e come abbiamo fatto per la giovane borghesia rivoluzionaria, ne avremmo intessute le lodi.
L’opportunismo, invece, è paragonabile a quei ciaccioni che tutto fanno e nulla fanno: o più precisamente a quell’amico zelante ed assiduo che in fondo ti frega. La borghesia ha bisogno di un alleato di questa fatta, e non si è peritata di affidargli in dati tempi e luoghi vere e proprie mansioni di rappresentante dell’oppressione capitalistica e di guardiano della classe lavoratrice, confidando a giusta ragione nei suoi travestimenti rossastri, necessari per meglio distogliere il proletariato dalla suprema lotta contro il Capitale. Abbiamo assistito ad alleanze aperte ed ufficiali, poi ad abbandoni più o meno clamorosi nelle apparenze, e a successivi ritorni agli abbracci di un tempo. Sempre, però, i risultati sono stati gli stessi; sempre e comunque il solito fregato: il proletariato.
In fondo l’opportunismo è cresciuto e si è fatto le ossa nei Sindacati, appunto perché privo di vitalità propria e di propria fisionomia: incapace di costruirsi in Partito autonomo, ha dovuto prendere a prestito dalla classe più attrezzata e aspirante alla primogenitura del potere la propria giovane e apparente vitalità. Nelle organizzazioni professionali e di mestiere ha reclutato i suoi giannizzeri, e in esse ha trovato buon terreno di lavoro, data la natura costituzionalmente non rivoluzionaria dei Sindacati. Ambiente sano per l’opportunismo; difficile invece e a volte micidiale per il partito rivoluzionario, il Sindacato è stato spesso, nei momenti cruciali della storia della dominazione del Capitale, un ostacolo non indifferente allo sviluppo rivoluzionario della lotta di classe.
Malgrado questo, i rivoluzionari comunisti non hanno mai desistito dall’agitare il loro massimo programma fra i lavoratori organizzati, contrapponendo alla politica opportunista dei sindacati quella rivoluzionaria del Partito di classe. Così, data ormai per scontata la direzione opportunista dei sindacati, soprattutto nei momenti di stanca della rivoluzione, gli operai hanno dovuto patire e patiranno ancora tutta una politica mistificatrice, intessuta di false proposizioni socialisteggianti, e di ipocrite preoccupazioni umanitarie. Nessuna meraviglia, dunque, per la politica ufficiale di generica lotta contro i licenziamenti – per nulla rivoluzionaria anche se riuscisse ad ottenere il massimo impiego della forza-lavoro, ed obiettivo verso cui lo stesso Capitale tenta di erigersi, in quanto vede in essa l’optimum delle condizioni sociali per il massimo sfruttamento del lavoro (se così non fosse, il Capitale non sarebbe capitale, non sarebbe lavoro alienato e il Lavoro lavoro forzato. Marx, Opere economiche del 1844); politica che sfuma in una bolla di sapone e serve solo a trattenere nelle maglie del capitalismo il proletariato. La tendenza al concentramente del capitale nelle mani di pochi; il conseguente assorbimento più o meno violento della piccola proprietà nella grande e dei piccoli Paesi nei maggiori; la caduta, dopo l’ultima guerra imperialista, di gran parte delle vecchie nazioni allo stato di colonie sotto la dominazione della centrale imperialista dell’America; il conseguente acuirsi dell’endemica tendenza all’anarchia della produzione; tutto ciò ha per effetto che il capitalismo, come l’apprendista stregone, non riesca più a controllare le forze sociali che ha evocate, e oggi tiene a mala pena la rotta di copertura non riuscendo neppure a risolvere i normali problemi della sua quotidiana esistenza. Di qui aziende in disfacimento, fabbriche chiuse, elefantiasi burocratica, soffocamento di attività, distruzione e sperpero di ricchezza e di lavoro, crescente parassitismo del capitale, ecc. Questo stato di cose non abbisogna di correttivi e di riforme dall’etichetta socialista, bensì della frontale lotta delle classi sfruttate contro il capitalismo.
L’opportunismo gioca qui appunto il suo ruolo di fetido mezzano: impedire queste lotte, spezzarle in mille modi e forme, dirottarle dal punto storico centrale. Una volta legati i lavoratori in organizzazioni di partito e sindacali che si dichiarino socialiste, il gioco è fatto. Tutti gli impulsi di classe passeranno per questo filtro poderoso per esserne devitalizzati. Ogni tentativo di rottura del proletariato con l’opportunismo sarà schiacciato, se necessario, nel sangue – come di recente a Berlino. Le promesse alimentate dallo spettro della fame e dalla sete di pace e di giustizia penetreranno, corroborate dalla speranza, nelle file della classe operaia, perché si sazi di parole e di fittizie vittorie e non pensi a rinsaldare le sole posizioni di autentica forza di classe rappresentate dal suo Partito rivoluzionario.
È quindi comprensibile ogni sconfitta operaia, ogni aumento dell’autorità del capitalismo nelle stesse organizzazioni per loro natura proletarie. La «Pignone» di Firenze ci ha insegnato ancora una volta – e nel modo più chiaro e solenne – che per schiantare la dominazione capitalistica è necessario, anzi indispensabile, passare sul corpo dell’opportunismo traditore. Qui non è bastata la palla al piede dell’opportunismo tradizionale; si è chiesto anche l’aiuto degli altri sindacati, dei preti, del sindaco-gesuita La Pira – l’amico dei poveri – di «tutta la cittadinanza», di tutto un conglomerato controrivoluzionario, per soffocare in modo momentaneamente irrimediabile la lotta dei lavoratori, per farli operare, sotto questa sporca copertura di comodo, a favore degli interessi di gruppi monopolistici che maneggiano a loro volta lo Stato.
L’unione sacra fra capitalismo e opportunismo, il blocco fra le classi, questo l’anello che ha soffocato e soffoca la classe operaia impedendole di muoversi in senso convergente col predisporsi materiale dei fatti verso la rivoluzione. La «Pignone» ci ha insegnato soprattutto questo, anche se certi amori non sono nuovi per noi, ed hanno accompagnato fin dalle sue origini di classe il proletariato – ferme restando, naturalmente, le normali lezioni, le più comuni, quelle, cioè, che partono dal presupposto ipocrita di «impedire i licenziamenti» per far digerire agli operai proprio i licenziamenti, le lezioni ordinarie che insegnano ormai ad abundantiam come, per fregare con successo gli operai, lo Stato capitalista debba rivolgersi ai partiti cosiddetti operai e ai sindacati della pace sociale.