Partito Comunista Internazionale

Sui luoghi della rivolta proletaria danzano i necrofori borghesi

Categorie: DDR, Stalinism, USSR

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Sotto i piedi del gigante di creta capitalista, la terra di Berlino scotta. È il ricordo dell’altro dopoguerra, quando l’esplosione sociale europea, già vittoriosamente avvenuta a Leningrado e Mosca, si riprodusse minacciosa in un susseguirsi di scoppi, sfortunati bensì ma fecondi di risonanze nella classe operaia internazionale e suscitatori di sgomenti nelle file della borghesia di tutti i Paesi. È, oggi, il ricordo della rivolta berlinese del luglio, primo sintomo del permanere – sotto il velo dell’occupazione e dei controlli – del fermento sociale e della minaccia di nuove esplosioni. È, allora ed oggi, la coscienza che nel cuore dell’Europa si giocano le sorti del capitalismo internazionale, perché è qui che l’industria ha raggiunto i più alti livelli, la concentrazione operaia è fortissima, le tensioni sociali profonde.

Appunto perché questo terreno scotta, alla fine del secondo conflitto mondiale Berlino fu occupata e divisa in quattro zone di controllo: isolati dunque e spezzettati i grandi concentramenti operai, sotto la cappa di una quadruplice ma solidale polizia. E i Grandi scelsero anche allora Berlino e Potsdam per il primo incontro di «pace», quasi a simboleggiare di fronte al potenziale rivoluzionario del proletariato la loro strapotenza di reggitori di un mondo falsamente liberato. Oggi, a otto anni da una liberazione irta di carri armati, hanno scelto ancora Berlino per condurre sul luogo stesso della rivolta operaia schiacciata dai carri armati liberatori la macabra danza dell’incontro «ad altissimo livello».

La ricetta che i necrofori riuniti a Berlino hanno in tasca, e di cui si contendono l’esclusiva, è unica: democrazia; la gara è a chi è più democratico puro. Elezioni libere da un lato; plebiscito dall’altro; su entrambe le sponde, una dannata paura che dai colloqui esca una soluzione che renda possibile la rinascita di un proletariato tedesco unito senza polizie ed eserciti quadripartiti a controllarne le mosse e, se occorre, a spezzargli le reni. La loro paura è quella, non già il terrore tanto invocato della rinascita del militarismo prussiano – di cui l’una e l’altra parte sarebbero ben liete di servirsi per le loro mire imperiali. E danzeranno a lungo per trasformare questa battaglia per cacciar la paura sociale in un’epica lotta per il trionfo degli eterni principii.

Che cosa uscirà da questa danza macabra? Molotov invoca il «ritorno allo spirito di Potsdam», e Togliatti e compagni gli fan coro. Lo spirito di Potsdam è lo spirito della divisione del mondo in sfere d’influenza, dello spezzettamento della Germania, delle riparazioni – il tutto dietro la cortina fumogena della vittoria internazionale della democrazia. Ebbene, questo spirito non ha bisogno di essere rievocato, perché non è mai morto, è lo spirito di questo dopoguerra infame, belante gli eterni principii della eguaglianza, della fratellanza e della libertà, e sanguinante di sfruttamento, di cinismo poliziesco e di guerra. Si mettano o no d’accordo sull’agenda della loro riunione, i necrofori non potranno dare alla Germania e al mondo – in pace o in guerra – che il regime carcerario della loro dominazione imperialistica. Ma qual è il carcere, per quanto perfetto, le cui sbarre non siano saltate ai colpi della rivolta dei detenuti?