Aziendisti del buon Dio
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La stampa ha informato di un convegno tenuto a Rapallo fra dirigenti di azienda cattolici, e inaugurato con un discorso dall’arcivescovo di Genova, card. Siri (i neo-porporati si dividono le parti della «apertura sociale»: Lercaro organizza a Bologna preti volanti; Siri reca la sua benedizione ai buoni capi d’azienda decisi a introdurre nella fabbrica un’atmosfera paterna). Il nocciolo delle tesi agitate al convegno è stato la necessità che il supersfruttamento aziendale dell’operaio sia cristianamente abolito, e che l’operaio non più supersfruttato riceva un’equa partecipazione agli utili della grande famiglia dell’azienda.
Mette conto di osservare che rivendicazioni analoghe escono quotidianamente dalla bocca di Di Vittorio e consorti, a ulteriore dimostrazione della convergenza di tutte le correnti «progressiste» borghesi nel comune obiettivo di indorare la pillola dello sfruttamento del lavoro e di legare l’operaio alla fabbrica col fantasma di una gestione familiare e di un regime interno carezzevole.
La storia è vecchia di un secolo, e non vale la pena di tornarci sopra. Ma il fatto che la si ripeta da parte industriale e cattolica e che alla rifrittura si sia creduto necessario di far presenziare un cardinale-arcivescovo (di una delle regioni, inoltre, più battute dal disagio economico e quindi più suscettibili di infezione classista), dimostra – come avevamo osservato in numeri precedenti – che stiamo avviandoci verso un disgustoso periodo di prediche morali e di paternalistiche azioni, di tenerezze verso gli operai, di giri di valzer a sinistra – prologo a nuove e più raffinate fregature.
Come non accordare la benedizione a prospettive di questo genere? Accanto agli attivisti del buon Dio, gli aziendisti del buon Dio. Le messe di La Pira nella fabbrica, e il padrone-chierichetto in direzione!
È l’età dell’oro (l’oro, vogliamo dire, nelle tasche di lor signori).