Morte e miracoli di un “vinto”
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Quanto sta accadendo in Germania prova il carattere classista della guerra. Se fosse vero che le guerre scaturiscono da contrasti statali tra le nazioni, le cosiddette «nazioni vinte» dovrebbero subire inevitabilmente decadenza e rovina. Chi al mondo più vinta e sconfitta della Germania? Messa in ginocchio nel 1918, schiacciata al suolo nel ’45, e, per soprammercato, smembrata dai patti di guerra occidentale-russi, dovrebbe figurare oggi, se la dottrina della nazione vinta fosse qualcosa di diverso da una stupidaggine, in coda alla classifica generale degli Stati. Succede, invece, che le cosiddette «nazioni vincitrici» debbano preoccuparsi della insopprimibile vitalità economica e delle minacciose tendenze espansionistiche della due volte vinta Germania.
Nei primi quattro mesi del 1953, la Germania Occidentale ha esportato nel Sud America merci per un valore di 90 milioni di dollari (nel 1952, 104 milioni). La Gran Bretagna, negli stessi paesi e nello stesso periodo, riusciva appena ad esportare per 84 milioni di dollari (l’anno scorso, 145 milioni). Ciò significa che per la prima volta dalla fine della guerra, la Germania ha superato l’Inghilterra sui mercati sud-americani. Relativamente al solo mercato dell’Argentina, il commercio estero tedesco ha superato, per il periodo anzidetto, lo stesso colosso americano. I dati in merito, espressi in milioni di dollari, istituiscono la seguente graduatoria: Germania di Bonn per 30,7; U.S.A. 23,9; e buona ultima, Inghilterra soltanto per 9,6.
Evidentemente, sono gli Stati a dichiarare e condurre le guerre, ma gli Stati stessi obbediscono inevitabilmente a forze superiori che ne determinano l’azione: le forze anonime e impersonali dell’economia capitalista che accomuna tutti gli Stati borghesi. La linea del fuoco e i trattati di alleanza possono ben dividere in opposti campi militari e politici il pianeta intero, le leggi di sviluppo dell’economia capitalista continuano a vigere più rigorose che mai, al di sopra del fronte e delle montagne di morti. Accumulazione e concentrazione del capitale: ecco le leggi storiche dello sviluppo capitalista. La guerra non fa che esaltare il loro imperio, sia negli Stati vincenti che nei perdenti, sia nei vincitori che nei vinti.
Tutti gli Stati belligeranti «vincono» le guerre, i vinti non esclusi. Sembra un paradosso, ma non lo è. Sta a provarlo il fatto che la «vinta» Germania fa mordere la polvere alla «vittoriosa» Inghilterra sui mercati internazionali, e fa scomodare i quattro Grandi. L’enigma si spiega solo con la divisione in classi della società. Che esponenti oscuri e famosi della borghesia tedesca abbiano pagato con la pelle, sui campi di battaglia e sulle forche di Norimberga, non dimostra che la classe borghese tedesca abbia «perso» la guerra. Se le condizioni eccezionali di guerra hanno permesso al meccanismo produttivo tedesco di rafforzarsi, come stanno a provarlo i fatti del dopoguerra, ciò vuol dire che la guerra ha giovato al capitalismo tedesco, come ha giovato ai complessi produttivi capitalistici rivali che si denominano con le sigle U.S.A., U.R.S.S. e Gran Bretagna. Vuol dire che la guerra ha favorito le tendenze organiche alla accumulazione e alla concentrazione della produzione in Germania come altrove. Come si è svolto in pratica il fenomeno? Secondo leggi da un secolo e mezzo riconosciute al capitalismo: compressione del capitale variabile, limitazione drastica delle spese salari, abbassamento brutale del livello di vita delle masse lavoratrici dell’intera Europa. L’azienda «Germania», adoperando la forza armata della Wehrmacht e delle S.S. arruolava gli sterminati eserciti industriali dell’Europa intera, assoggettandole ad un regime di sfruttamento, impossibile in tempi di pace. Col razionamento dei viveri, il modo di vivere da militare, i campi di lavoro forzato e, all’occorrenza, i forni crematori adibiti alla distruzione di bocche da sfamare, il padrone tedesco conduceva il suo affare.
La cosiddetta liberazione, operata dagli eserciti anglo-americani e russo, ricacciando indietro le armate naziste, reintegrava gli antichi padroni nei loro diritti di sfruttamento della mano d’opera locale: gli schiavi salariati francesi ai padroni francesi, gli schiavi salariati italiani ai padroni italiani, e via dicendo. Ma ai capitalisti tedeschi rimaneva ben saldo nelle mani il bottino raccolto da Capo Nord a Capo Passero, dal Golfo di Guascogna al sistema del Caucaso. Che il bottino fosse colossale sta a provarlo il fatto che né i bombardamenti a tappeto né le riparazioni di guerra sono riuscite ad intaccarlo. Ma chi se non il proletariato europeo, ne sopportava le spese?
I sicofanti del capitale affermano che le guerre vengono per tutti. Senza dubbio, nel mostruoso carnaio bellico si mescolano i cadaveri dei proletari e dei borghesi. Ma ciò non smentisce affatto il carattere classista della guerra. Che la guerra serva gli interessi della sola classe borghese, viene provato dal fatto inoppugnabile che sulle tombe dei caduti e sulle case dei sopravvissuti continua a sussistere il modo di produzione capitalista, su cui si fonda la dominazione di classe della borghesia.
Guai a chi si illude di moralizzare la borghesia predicando l’orrore per il sangue e la violenza. L’esempio della Germania che «vinta» risorge ancora più forte di quanto era «vincitrice», santifica la guerra agli occhi della borghesia. Se veramente esistesse il pericolo di «perdere», esso varrebbe a frenare, certamente con energia milioni di volte superiore ai fiati dei predicatori pacifisti, i Governi borghesi. Ma in guerra non perde né lo Stato vittorioso né quello «vinto». Perché mai la borghesia dovrebbe considerare «immorale» la guerra? Per gli sfruttatori tutto ciò che è «redditizio» è morale.