Arrivati tardi
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Forlì, gennaio
Nell’estate del 1953, l’on. Longo proclamò sulla piazza principale della nostra città che in Russia non vi erano più prigionieri italiani. Né il rientro in Italia di un primo scaglione di 16 prigionieri ha scosso il morale dei suoi gregari, ormai da tempo avvezzi a digerire ogni mossa e svolta dell’imperialismo russo. Secondo l’opinione generale degli stalinisti, i pochi rientrati sarebbero infatti dei fascisti e criminali di guerra graziati dall’indulgenza del regime di Malenkov. E sia: fossero stati in Italia, la grazia di S. E. Palmiro li avrebbe raggiunti prima. Il destino ha voluto che rimanessero in Russia e, fascisti nel 1943, si mantenessero tali perché, isolati in campi di concentramento, ignoravano che i loro camerati italiani erano prontamente divenuti in maggioranza, antifascisti e, alle dipendenze del C.L.N. o di altro organismo partigiano, si accingevano a farsi decorare per i servigi resi dal generale Alexander. Non ebbero quindi la possibilità di cambiare in tempo gabbana, come tanti di coloro che oggi figurano sui gradini alti e bassi della gerarchia stalinista in Italia. Sono rimasti criminali di guerra, quando potevano divenire eroi della liberazione…
La tesi staliniana sui rientrati ha dunque la stessa consistenza di tutti gli slogans della stessa origine: lotta di classe – ma collaborazione; rivoluzione – ma riforma; internazionalismo operaio – ma Patria; bandiera rossa – ma tricolore; atei – ma religiosi; partigiani – ma pacifisti. Quelli sono, dite voi, «criminali di guerra». E noi abbiamo il diritto di dirvi, quando cantate gli inni nazionali che hanno accompagnato tutte le carneficine, quando inneggiate alla ricostruzione dell’industria nazionale o chiedete di collaborare coi mitragliatori degli operai, quando proclamate di poter salvare la Patria meglio di De Gasperi o Fanfani, abbiamo il diritto di dirvi che assomigliate loro come due gocce d’acqua e meritate il titolo di criminali della classe operaia!
Scuciain