Partito Comunista Internazionale

A Berlino si sono fatti affari

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La chiusura della Conferenza di Berlino ha dimostrato, se ve n’era bisogno, che i ministri delle quattro grandi potenze non si erano riuniti per portare a conclusione i trattati tedesco e austriaco, ma per avviare un processo di collegamento e di affiatamento fra i due blocchi. Se tedeschi e austriaci si attendevano che truppe di occupazione, controlli, divisioni del territorio, ed altre delizie della sistemazione democratica del dopoguerra sarebbero spariti, i negoziatori sapevano che non di questo si trattava, ma di cominciare a risolvere il problema di stabilire un corridoio fra i due blocchi. La sistemazione tedesca ed austriaca verrà al termine di un processo di nuova divisione di sfere d’influenza e di riallacciamento di rapporti fra i dominatori mondiali; non prima. Né, del resto, l’impegno di continuare per via diplomatica i negoziati sul disarmo, sull’energia atomica e sulla preparazione della conferenza asiatica hanno altro senso che quello di ricucire contatti e concludere transazioni commerciali.

I commentatori non ne fanno mistero. Essi dicono che nulla si è concluso a Berlino, ma si è iniziato uno scambio di cordialità e si sono conclusi degli affari. Contemporaneamente, è stato annunciato che industriali britannici sono riusciti a collocare lunghe liste di loro produzioni in Russia e non si esclude che altrettanto facciano gli americani. La riconciliazione universale delle democrazie ha fatto un passo avanti: il commercio seguirà la bandiera.

La spinta in questo senso è, dai due lati, obiettiva ed irresistibile. Il riconoscimento ufficiale americano dell’aggravarsi della recessione economica, le croniche difficoltà commerciali europee, la necessità di mantenere il ritmo della produzione al livello raggiunto e, se possibile, superarlo, spingono l’occidente verso l’apertura di mercati nel gigantesco spazio asiatico e russo; la penuria di beni di consumo e l’insufficienza di beni capitali spinge quest’ultimo spazio verso le forniture di occidente: la teoria staliniana della coesistenza pacifica, le invocazioni moscovite agli uomini di commercio, s’incontrano con una realtà non meno forte all’interno del blocco atlantico, ed è chiaro che, al di là delle rivendicazioni del primo successo diplomatico, chi veramente guadagna in questa ripresa di contatti d’affari è l’America, il potenziale economico più robusto anche se minato da lacerazioni e contraddizioni interne. Il dollaro preme sulle linee di minore resistenza dell’impero del rublo.

Il processo sarà lento e faticoso, ma è un processo reale. Ritorniamo alle grandi trattative a due o al massimo a tre del periodo di guerra; rivedremo sotto altra forma i prestiti e affitti di rooseveltiana memoria. La timida pace che sembra sopravvenire alla guerra fredda sarà una pace di affari, un paradiso da magnati. Destini, aspirazioni, libertà dei popoli – tutte queste parole sbandierate dall’una e dall’altra parte – stanno traducendosi in soldoni della bilancia commerciale dei grandi complessi capitalistici di oriente e di occidente. Le apparenze di conflitti ideologici rimarranno per ingabbiare le masse, e far passare per «istanze» di pace e di liberazione dei popoli la più sordida delle contrattazioni mercantili.