Partito Comunista Internazionale

Come i riformisti confederali tengono il piede in due staffe

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Come già è noto, i rappresentanti italiani al 2° congresso della III Internazionale erano i seguenti: per il P.S.I.: Serrati, Graziadei e Bombacci; per la Federazione Giovanile: Polano (con voto deliberativo) e per la Frazione astensionista Bordiga (con voto consultivo).

Quando il Congresso si aprì (18 luglio) erano in Russia altri italiani membri della «missione» … benemerita: cioè D’Aragona, Colombino, Vacirca, Pavirani i quali, ed ebbero per mezzo di Serrati, anziché la tesserina verde degli invitati, quella azzurra dei delegati con voto consultivo.

Allorché, dopo le prime sedute, la presidenza del Congresso propose di ripartire il lavoro tra apposite Commissioni nominate per ciascun punto dell’ordine del giorno, si stabilì che ogni delegazione nazionale dovesse designare uno dei suoi componenti a far parte di ciascuna commissione. Altrettanto avrebbe dunque dovuto fare la delegazione italiana.

Il compagno Serrati, mentre si svolgeva la seduta del Congresso, venne a proporci alcuni nomi, e tra gli altri segnò per la Commissione della questione sindacale: D’Aragona.

Non si andò innanzi perché il sottoscritto, il compagno Bombacci, ed anche gli altri italiani, osservarono subito che il D’Aragona non era un delegato al Congresso.

Bombacci anche nella sua qualità di membro della Commissione per la verifica dei mandati, dichiarò che la Confederazione non aveva inviata alcuna delega al Congresso – d’altra parte la Confederazione non era un organismo aderente alla III Internazionale, tanto più che aderiva tuttora al segretariato di Amsterdam.

Serrati tentò di sostenere che la Confederazione del Lavoro non aderiva più ad Amsterdam; che essa, con l’adesione di D’Aragona alla famosa convenzione di sindacati firmata il 15 luglio (di cui parlammo estesamente nel numero scorso) doveva ritenersi aderente alla III Internazionale; che il telegramma di Gennari (da noi menzionato nel numero scorso) col quale si comunicava che la Confederazione autorizzava il D’Aragona a restare in Russia, poteva aver valore di mandato pel Congresso; infine che tutti gli altri compagni della missione italiana dovevano essere considerati congressisti con voto consultivo e diritto a stare nelle Commissioni.

(Peccato, aggiungiamo noi, che era già partito quel Pozzam, commendatore della Corona d’Italia, spacciato in Russia per un autentico «tovarisc» (compagno) e nominato membro onorario del Soviet di Pietrogrado, oratore rivoluzionario sulle piazze di Mosca e prudente diffamatore del bolscevismo in Italia! Si poteva metterlo, magari, nella commissione per le condizioni d’ammissione all’Internazionale!)

Tutte quelle affermazioni erano e risultarono infondate. Che la Confederazione aderiva ad Amsterdam poteva essere negato soltanto a Mosca. L’adesione alla convenzione sindacale, e il telegramma di Gennari non erano mandati ufficiali per Congresso: tuttavia, dichiarò Bombacci, D’Aragona poteva essere ammesso quale rappresentante al Congresso della Confederazione del Lavoro Italiana, forse anche con voto deliberativo: bastava che ne facesse domanda per iscritto dichiarando che la Confederazione non aderiva ad Amsterdam e chiedeva formalmente di partecipare al Congresso della Terza Internazionale.

Infine fu assodato che gli altri italiani potevano, come compagni esteri assistere al Congresso, ma non quali delegati, e quindi non avevano voto consultivo né diritto alla parola né tampoco ad essere membri delle commissioni.

D’Aragona rifiutò di presentare la domanda di cui sopra.

Tuttavia Serrati, membro della Presidenza, mentre tra noi si svolgeva tale discussione, fece raggiungere alla Commissione sindacale, come rappresentante «dei sindacati» assieme … all’anarchico Pestagua, il D’Aragona.

I compagni della commissione dei mandati e con essi Lenin, Bombacci, Zinoviev, da noi interpellati, si pronunziarono nel senso da noi sostenuto contro il Serrati.

Il D’Aragona, vista questa situazione, non solo non si presentò nella commissione sindacale, il che avrebbe dato luogo ad altri incidenti, ma credette bene disertare le sedute del Congresso.

Pochi giorni dopo egli partì con gli altri delegati, ad eccezione del Pavirani, che restò con noi fino al nostro ritorno in Italia.

Per questo motivo – e con grande stupore di tutti i compagni esteri – nessun delegato italiano prese parte ai lavori delle commissioni. Se il compagni Graziadei partecipò a quella per la questione del Labour Party, fu perché questa era stata nominata già prima a parte. Se il sottoscritto intervenne in quel pel Parlamentarismo, fu dietro la sua richiesta di presentare e sostenere le conclusioni in contrasto a quelle del relatore.

Tutto ciò potrebbe sembrare un pettegolezzo non degno di pubblica discussione, ove non ne emergessero due fatti di grande portata politica.

Il primo riguarda la condotta equivoca dei riformisti che dirigono la Confederazione Generale del Lavoro: essi vogliono far credere in Italia che sono colla III Internazionale, essi volevano – dopo aver partecipato alla famosa convenzione – accreditarsi colla partecipazione al Congresso Comunista; ma nello stesso tempo non volevano e non vogliono staccarsi dall’Internazionale gialla e tagliare i ponti col corporativismo riformista e collaborazionista internazionale.

Per raggiungere tale scopo tennero a Mosca un contegno equivoco, e vollero insinuarsi nel Congresso per la finestra dato che costava loro troppo passare per la porta.

Il secondo rilievo riguarda l’atteggiamento di Serrati, che, pronubo dell’adesione di D’Aragona alla convenzione famosa, favorì il contegno di costui, essendo deciso a difendere a tutti i costi il riformismo dei capi della Confederazione, anche di fronte alle sferzanti accusa portate da più parti alla tribuna del Congresso.

D’Aragona e Serrati volevano arrivare alla conclusione – ingenui! – che la Confederazione del Lavoro, dati i suoi rapporti col P.S.I., partito aderente da tempo a Mosca e sinceramente massimalista, era il prototipo dei sindacati quali la III Internazionale deve desiderarli e comprenderli nel suo seno!

Ma questo è mancato, poiché a Mosca, nella chiusa sala del Kremlino, ha tuttavia potuto arrivare l’eco dell’avversione che la parte migliore dei lavoratori d’Italia nutre per l’opera antirivoluzionaria dei capi del massimo organismo proletario.

Contro i capi della Confederazione e contro l’indirizzo da loro seguito, oltre la formale sconfessione della Internazionale contenuta nella lettera famosa – che non si vede ancora venir fuori!! – stanno formalmente i testi del Congresso, e tra quelli già da noi ricordati anche la 10° e delle 21 condizioni d’ammissione: «Ogni partito appartenente alla Internazionale Comunista è obbligato a fare una lotta tenace contro la «Internazionale» dei sindacati gialli di Amsterdam. Esso deve fare energica propaganda tra gli operai organizzati nei sindacati, per dimostrare la necessità della rottura con la Internazionale gialla di Amsterdam. Ogni partito deve, con ogni mezzo, appoggiare la nascente Unione Internazionale dei Sindacati Rossi che si uniscono alla Internazionale Comunista».

Dunque è chiaro. Tocca ai comunisti ed ai lavoratori rivoluzionari italiani imporre alle organizzazioni il dilemma: o coi gialli o coi rossi. Tocca ad essi spezzare l’equivoco, per cui le rosse masse inquadrate nei sindacati italiani e frementi di insofferenza rivoluzionaria subiscono il controllo di un sinedrio di capi gialli, che in Italia usurpano la tessera del nostro partito, e a Mosca volevano usurpare la cittadinanza nella Internazionale Comunista.

a.b.