Le commemorazioni di Palmiro Togliatti
Categorie: Partito Comunista Italiano
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Palmiro Togliatti ha «celebrato» a Milano il trentesimo anniversario dell’Unità; ma si è guardato bene, prima di tenere il suo discorso (riprodotto sul «giornale del popolo» con fotografie in tutte le pose, giusto come per Miss Vie Nuove), di rivedersi l’Unità di allora, e, tanto meno, di citarla. L’Unità di trent’anni fa era bensì all’inizio di una curva molto diversa dal Comunista – l’organo fondato a Livorno – era bensì annacquata secondo i dettami del centrismo internazionale e locale, ma non avrebbe mai tollerato di passare per l’organo dell’«unità del popolo italiano» o della «unità di tutte le forze democratiche». Era un giornale di classe, non un giornale di conciliazione delle classi; antiriformista, non ultrariformista; internazionalista, non patriottardo.
Non ci si poteva aspettare che Togliatti parlasse in modo diverso da come ha parlato. Egli ha bensì riconosciuto che «si è creata una Repubblica fondata sul lavoro, e chi comanda, in questa Repubblica, sono coloro che sfruttano il lavoro»; che le libertà democratiche sono fittizie, che il fascismo è sempre vivo, che non esiste eguaglianza dei cittadini di fronte alla legge; ma, riconoscendo questo, si è ben guardato di rifarsi all’Unità di trent’anni addietro e ricordare che questa nostra critica alla democrazia non si riferisce a istituti contingenti, ma alla sostanza permanente del regime politico rappresentativo, e che appunto perciò noi lo neghiamo e lavoriamo a rovesciarlo non con la scheda ma con la violenza di classe. No: la critica di Togliatti significa soltanto questo – la democrazia è stata «deformata»; non si tratta di distruggerla, ma di correggerla, di riportarla alle sue origini (ma le sue origini sono borghesi!), di ricondurla sulla… retta via. Noi non lottiamo – significa la critica togliattiana – per infrangere questo gigantesco castello di menzogne; lottiamo per entrarci dentro e migliorarlo dall’interno: ci entreremo con la maggioranza parlamentare (campa cavallo!) o «con altre forze di ispirazione democratica», con quelli ch’egli stesso chiamò i capitalisti onesti e i patrioti sinceri…
Povero Migliore! Bussa disperatamente ad una porta che non si apre ancora; lunga sarà la sua penitenza, noiosa sarà la sua anticamera. Noi siamo convinti che tornerà al governo con tutti i «democratici di buona volontà», con quegli stessi che si sono macchiate le mani di qualcosa che «non vuole dire». Ma il momento non sarà lui a stabilirlo; aveva forse sperato, insieme con compare Nenni, che la porta si aprisse a Berlino; attenderà ancora. Poi leggerà a Palazzo Viminale l’Unità 195… patriottica, ultrademocratica, ultraparlamentare, ultrariformista, insomma anticomunista e forcaiola. E non si può negare che si sentirà più comodo, più in sella, che nel lontano 1923, nell’oscura stanza di via Napo Torriani, in una poltrona non precisamente di velluto…