Abadan e la pace sociale
Categorie: Iran, Petroleum/Oil
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Una notizia-stampa reca che una delegazione petrolifera anglo-franco-americana rimetterà piede, dopo la nota vertenza iraniana, ad Abadan. Evidentemente, la tecnica inglese del «vedere ed aspettare», cioè di lavorare sulla pazienza, sul lento ma sicuro effetto delle leggi economiche, ha raggiunto il suo scopo: l’Iran ha «nazionalizzato» il petrolio, ma non è stato in grado di far funzionare le sue raffinerie, sia perché gli mancavano tecnici e capitali, sia perché i grandi produttori mondiali hanno intensificato la produzione di altri pozzi petroliferi (specie in Arabia) e rifornito il mercato internazionale di prodotti meno cari. Così – senza intervento armato, con l’arma della finanza e della pressione economica – l’Inghilterra ha vinto: la nazionalizzazione resterà, ma la produzione sarà ripresa sotto l’egida degli ex-proprietari, assicurando allo Stato quegli introiti che la paralisi degli impianti gli aveva impedito di ottenere al ritmo di prima.
La stessa notizia dice però che la delegazione, pur lieta di ritornare in terra iraniana, guarda con preoccupazione all’avvenire, giacché del petrolio di Abadan farebbe volentieri a meno. Infatti, la produzione, grazie alla attivazione o intensificazione di pozzi in altre zone, è oggi, su scala internazionale, superiore al consumo, e il riafflusso sui mercati del petrolio iraniano – difficile d’altronde in ragione degli alti prezzi – avrebbe per conseguenza una crisi di sovrapproduzione.
Così, non solo la nazionalizzazione avrà sortito l’effetto di richiamare nell’Iran inglesi e americani, ma il ritorno di questi ultimi varrà solo a controllare che la produzione ripresa non rovini il mercato mondiale del petrolio. Perché allora, si dirà, la riprendono? È chiaro: non per ragioni economiche (o economiche solo nel senso che procureranno di manovrare le scorte in modo da non introdurre nuovi fattori di concorrenza negli scambi internazionali già intasati), ma per ragioni di conservazione, per ragioni sociali e politiche. Le centrali internazionali del capitalismo – Wall Street alleata con la City e i banchieri francesi – non hanno nessun interesse che la situazione sociale iraniana si aggravi; sono disposte a pagare un prezzo purché la stabilità interna, già migliorata col nuovo governo, si rafforzi anche sul terreno dei rapporti fra capitale e lavoro. È una funzione di polizia senza poliziotti visibili, quella che attende la delegazione occidentale ad Abadan: riprendere la produzione senza che questa ripresa eserciti dannose influenze sul mercato mondiale, e col vantaggio di impedire che la situazione sociale interna imputridisca.
La «pace sociale» val bene una messa.