La strada di sangue dell’imperialismo
Categorie: Imperialism, Puerto Rico, Sudan, Syria
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Il tragico scontro di Khartum, i gravi incidenti in Siria, la sparatoria portoricana, sono venuti nel giro di pochi giorni a ricordare al mondo come il sottosuolo dei Paesi su cui è esercitata e si esercita la spinta dell’imperialismo sia scosso da incessanti convulsioni, e come la strada di sangue non abbia fine.
Non c’è bisogno di scomodare le streghe, per spiegare questi episodi di violenza. Non c’è bisogno di scoprire a Khartum o a Damasco l’oro di Londra, e a Portorico l’oro di Mosca. La verità è insieme più semplice e più profonda. Rapidamente entrati nel girone dell’economia capitalistica saltando con un brusco sbalzo gli anelli di un lungo processo economico e sociale, sottoposti a un grado elevatissimo di sfruttamento, contesi da forze internazionali che li hanno colonizzati sotto pretesto di civilizzarli, questi Paesi non trovano pace, sono teatro di tensioni rabbiose che si scaricano di volta in volta in uragani di una tropicale violenza. Essi ondeggiano fra un irrealizzabile sogno di autonomia e la ricaduta nell’appoggio diretto o indiretto alle grandi centrali imperialistiche, e nessuna delle soluzioni risolve i contrasti che il turbinoso processo di industrializzazione di alcuni settori economici in un ambiente generale semi-feudale provoca a getto continuo. Interessi internazionali e locali s’intrecciano: si vedono nel Medio Oriente i signorotti arabi trasformati in percettori di utili della grande industria petrolifera inglese o americana, e il sogno hashemita della Grande Siria sfruttato dall’Inghilterra contro gli impotenti conati di una fragile borghesia nazionale; si vede nel Sudan il Mahdi, discendente di un acerrimo nemico del colonialismo britannico, trasformato in grande cotoniero, interessato al commercio internazionale di questa fibra e renitente all’assorbimento nell’Egitto; si vedono i giovani «riformatori» del Cairo disfare il colpo di Stato appena fatto per evitare di perdere nel Sudan una popolarità appena conquistata. L’imperialismo britannico vive di compensi: si consola a Damasco di quello che perde al Cairo o a Khartum.
A loro volta, i colpi di pistola portoricani al Campidoglio di Washington hanno risollevato il velo su una sanguinosa e ipocrita storia di colonizzazione mascherata di… aiuto ad aree depresse. Portorico è stata ed è il grande pascolo delle gigantesche compagnie statunitensi dello zucchero, del rum, del caffè, del cotone. Le monocolture hanno rovinato le popolazioni indigene, sfruttate nelle grandi piantagioni e costrette a dividere una magrissima dieta alimentare fra un numero sempre crescente di bocche. L’autonomia politica non è stata e non è che l’espressione di una dipendenza economica, di una sudditanza al capitale americano e ai suoi traffici. L’ipocrisia dell’anticolonialismo degli Stati Uniti ha avuto la sua risposta nel tempio degli eterni principii a Washington. Il sangue ha chiamato il sangue. La catena non avrà fine finché dal suo grande piedestallo non sarà precipitato – come precipiterà – l’edificio della libertà di sfruttamento del lavoro.