Partito Comunista Internazionale

La CED vale il piano Molotov

Categorie: Europe, Europeanism, Imperialism

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Le controversie suscitate dall’imperialismo non sono passibili di soluzioni. Se soluzioni sono suggerite e rivendicate dalle opposte parti in causa, in realtà si tratta di impostazioni diverse dello stesso problema, che rimane insolubile, focolaio di contrasti e rivalità infinite destinate a sfogarsi nella fornace della guerra. Esempio eloquente: l’unificazione politica e militare dell’Europa.

Fino alla conferenza di Berlino si conosceva soltanto la tesi occidentale-americana, divenuta ormai materia di prammatica di tutte le accademie dei convegni internazionali di parte democratico-atlantica. L’«Europa made in U.S.A.» ancor prima di nascere ha avuto il battesimo e il nome: C.E.D. l’han chiamata, alias Comunità Europea di Difesa. Gli Stati Uniti, nazionalisti inveterati in casa loro, propugnatori della dottrina di Monroe sintetizzabile nella formula «L’America agli americani», protezionisti al millesimo di dollaro in economia, dall’epoca della guerra di Corea hanno preso a sostenere il noto progetto di integrazione dell’Europa, di cui la questione basilare è la costituzione di un esercito a comando supernazionale. Mai progetto del genere fece infiammare il trigemino dei rissosi nazionalismi europei. Il lato comico degli sbraitamenti dei nazionalisti dei sei paesi della progettata «Comunità» è dato dal fatto che le forze armate rispettive sono al livello ormai, per la concentrazione del potenziale militare, di eserciti da operetta.

La Francia, che allo stato è la potenza militare più consistente della costituenda C.E.D., sta dimostrando in Indocina da tre anni quanto valga il suo esercito. I tronfi generali francesi, competenti più di traffici affaristici e di orgie notturne più o meno esistenzialistiche, fecero uno schifo da non dire di fronte alle armate di Hitler. Parve allora che la pretesa gloria militare gallica non potesse cadere più in basso. Invece i guerriglieri di Ho-chi-minh, contro i quali i generali francesi sanno solo usare l’arma della ritirata, dovevano mostrare che al confronto con le batoste subite nelle risaie indocinesi, le terribili calate di brache di fronte ai nazisti nella primavera del 1940 costituivano miracoli di valore e di potenza. Pure gli sciovinisti francesi, la sottospecie più ripugnante della fauna nazionalista del mondo, stanno in testa alla santa alleanza della paura europea verso la C.E.D. Trattenendoci sui numeri militari della Francia, ci siamo esentati dal compito ingrato di parlare delle restanti «forze armate» che gli Stati Uniti vorrebbero vedere integrarsi: Italia, Belgio, Olanda, Lussemburgo.

L’obiettivo che gli Stati Uniti si ripromettono di raggiungere con la costituzione della C.E.D. non ha bisogno di troppe delucidazioni. Centralizzando il comando degli eserciti nazionali dei paesi aderenti e collegando l’organismo supernazionale così costituito allo Stato Maggiore dell’Alleanza Atlantica, praticamente dominato dai generali americani, il famoso esercito europeo integrato verrebbe a dipendere indirettamente dal Dipartimento della Difesa di Washington. Molto si parla da parte dei generali europei favorevoli alla C.E.D. della necessità dell’impiego degli eserciti europei in una eventuale guerra contro la Russia, e molto si dice per sostenere che la resistenza dell’Europa cedizzata all’invasione russa costituirebbe una questione di vita o di morte per gli Stati Uniti. L’esempio citato della meschina prova data dalla Francia nei confronti della Germania nel 1940, sta a testimoniare delle capacità militari della futura C.E.D.

Gli Stati Uniti non pensano neppure di profondere denaro e armi per porre il progettato esercito europeo all’altezza del tremendo compito di fronteggiare un’eventuale invasione russa. Le commesse militari alle industrie europee, è chiaro, rispondono al solo scopo politico della lotta contro la disoccupazione e la crisi industriale. In realtà, la C.E.D., nei disegni del governo americano, rappresenta un’assicurazione contro il pericolo di radicali voltafaccia politici dei governi atlantici dell’Europa. Alla Casa Bianca sanno bene, e ne hanno isterica paura, che i governi dell’Europa Occidentale sentono con profondo allarme l’influenza dell’enorme potenza russa, accampata a Berlino e a Vienna, a poche centinaia di chilometri dall’Atlantico e dal Mediterraneo. Si figurano facilmente come i politicanti di Parigi, Roma, Bruxelles, Bonn, ecc., comprendano che una eventuale occupazione russa dell’Europa occidentale durerebbe lunghi anni, con tutte le conseguenze ben note dal tempo dell’occupazione tedesca. Ecco come il nazionalismo maccartista degli Stati Uniti riesce a figliare vangeli… internazionalisti.

Sarebbe un cretino inguaribile chi volesse spiegare le resistenze dei partiti cosiddetti di destra, come gli ex gollisti in Francia o il M.S.I. in Italia, con concezioni eroiche dell’onore nazionale e simili ribalderie. Come lo sarebbe a più forte ragione chi pretendesse di spiegare la rabbiosa opposizione delle sinistre stalinistiche o stalineggianti con argomenti classisti. Ma neppure è lecito ridurre ad un solo movente la generalizzata crociata contro il progetto della C.E.D., che nell’altra parte della barricata, nella parte anti-C.E.D. fa confluire partiti, associazioni, sodalizi dei più disparati colori.

L’Unità del 26 u.s. annunciava che per i giorni 20 e 21 marzo è indetta a Parigi una conferenza internazionale contro la C.E.D., su iniziativa di «alcuni deputati ed intellettuali francesi». A quali partiti appartengano costoro si ricava dalle firme con relative «qualificazioni» politiche apparse in calce all’appello-invito. Nomi di deputati democristiani, radicali, gollisti, comunisti, di direttori di giornali e riviste neutraliste e sinistreggianti, di ex Presidenti del Consiglio come Daladier, di esponenti della magistratura, della Sorbona, ecc. Né l’unione sacra, patriottica contro la C.E.D. si limita nel fatto all’ammasso di partiti, per altri versi nemici o sedicenti tali, rappresentati dai promotori della conferenza. In Francia generali e ministri in carica, e intere bande finanziarie spasimanti per la Saar, militano nell’esercito integrato alla rovescia che è il campo dell’anti-C.E.D. Né fuori dalla Francia mancano ostinati nemici della «Comunità». In Germania, l’intero potente partito socialdemocratico osteggia caparbiamente gli sforzi del governo di Adenauer intesi ad ottenere la ratifica dei patti stipulati con l’Occidente e l’approvazione della legge per la coscrizione obbligatoria. In Inghilterra, la sinistra del partito laburista è ugualmente contro, dividendo l’onere dell’opposizione con non pochi gruppi e giornali politici di tinta liberale o conservatrice. In tutti i paesi della costituenda comunità, i partiti stalinisti, inutile dirlo, sono all’avanguardia: urlano e strepitano più di tutti, offrendo a getto continuo contropartite politiche a nome proprio e del governo di Mosca in cambio della rinuncia a ratificare gli accordi C.E.D.

Se i partiti stalinisti, o stalineggianti, fossero veramente esponenti degli interessi proletari, l’opposizione internazionale alla C.E.D. costituirebbe la prova inoppugnabile della completa falsità della dottrina marxista, dato che i partiti sedicenti comunisti si trovano schierati nella stessa trincea con partiti e associazioni dichiaratamente borghesi e anticomuniste: gollisti, radicali, democristiani di destra, socialisti antiamericani in Francia; laburisti liberali e conservatori in Inghilterra; socialdemocratici in Germania; fascisti in Italia.

Nella lotta pro e contro la C.E.D. confluiscono disparati moventi, anche se tutti riflettono le esigenze della conservazione sociale e le segrete angosce della borghesia dell’Europa occidentale che è costretta dall’instabilità economica e sociale a tradurre in termini di politica estera le stridenti pericolose contraddizioni interne, ma deve fare i conti con i colossi statali che dominano il mondo. Se la lotta contro la C.E.D. fosse veramente un aspetto della lotta di classe, siccome pretende lo stalinismo, non assisteremmo alle divisioni interne della stessa borghesia. È vero invece che lo stalinismo spinge il proletariato ad accodarsi pecorescamente ai partiti borghesi predisponendo le condizioni dello scoppio futuro della guerra.

La Conferenza di Berlino doveva gettare altro olio sul fuoco dell’aspra contesa. Fino a quel momento, le forze politiche contrarie alla C.E.D. non possedevano un chiaro programma da opporre al progetto di unificazione militare dell’Europa propugnato dagli Stati Uniti o dai governi ad essi legati. Molotov doveva incaricarsi di metterlo al mondo. Alcuni l’hanno chiamato piano di Sicurezza Collettiva Europea, altri più sbrigativamente Piano Molotov. Si potrebbe intitolarlo più efficacemente l’Europa made in U.R.S.S., oppure «C.E.D. russa». Infatti, per bocca di Molotov, il governo di Mosca proponeva, dall’alto della tribuna della Conferenza a 4, né più né meno che una C.E.D. alla rovescia, e cioè l’unificazione degli Stati dell’Europa in una coalizione, aperta naturalmente alla Russia ma chiusa agli Stati Uniti, in quanto potenza non europea. Ciò significherebbe in pratica la distruzione del Patto Atlantico, la ricacciata dell’influenza imperialistica americana entro le frontiere del continente americano, e, naturalmente, la supremazia di Mosca in Europa, anzi nell’immenso spazio che va dal Pacifico all’Atlantico, da Vladivostok a Brest.

I partiti stalinisti si impadronivano subito del piano Molotov, sminuzzandolo coscienziosamente nelle pietanze quotidiane che offrono ai lettori della loro stampa. Non è escluso che lo tireranno in ballo alla prossima conferenza anti-C.E.D. di Parigi. È il loro compito. Se per ipotesi assurda la C.E.D. russa divenisse realtà, toccherebbe a loro recitare la parte di riformatori dei principi di nazionalità che oggi sopportano gli Adenauer, i Bidault, i De Gasperi, mentre costoro, ammesso che potessero fiatare, passerebbero probabilmente sulle posizioni di smaccato nazionalismo che ora caratterizza lo stalinismo. Per quali ragioni? Non certo per ripicco o ripugnanza estetica verso i russi, ma proprio perché la costituzione di organismi supernazionali sotto l’egida del governo di Mosca lascerebbe insoluti i problemi che scaturiscono dal diverso sviluppo storico e dalle diverse condizioni economiche degli stati dell’Europa. Gli stessi che il governo di Washington pretende di risolvere con la bacchetta magica della C.E.D.

Immaginatevi l’Europa occidentale centrale ed orientale unificata sotto lo scettro di Malenkov. Cesserebbero per questo le rivalità commerciali e i timori di aggressione di Londra verso Berlino, di Parigi verso Berlino, degli Stati orientali (Cecoslovacchia, Polonia, Romania, Ungheria, Bulgaria) che dietro la cortina di ferro, cioè al riparo della pesante tutela tedesca, stanno facendo i primi o i secondi passi sulla via dell’industrializzazione, verso Berlino? E, tagliati fuori dal flusso commerciale da e per l’America tutti insieme questi Stati non disputerebbero ferocemente a Mosca la supremazia commerciale? La risposta degli stalinisti è quella che risponde a tutti i quesiti: l’adeguamento della economia degli Stati europei sul «modello» russo eliminerebbe le rivalità internazionali. Già, ma è proprio il «modello» russo che sta imboccando sotto i nostri occhi la stessa via della espansione economica e politica che gli Stati che Molotov invita alla integrazione di marca russa hanno preso a percorrere da secoli. La C.E.D. russa vale a tutti gli effetti delle rivalità e della guerra la C.E.D. americana: altro giudizio non è possibile.

Purtroppo, la maggioranza del proletariato mondiale crede che i progetti di superamento degli Stati nazionali possano essere attuati, vuoi da Mosca vuoi da Washington, e che le cause delle guerre possano così sparire. In realtà la C.E.D. e il Piano Molotov non sono soluzioni delle contraddizioni nazionalistiche, sorgenti inarrestabilmente sul terreno della economia capitalistica. Al contrario, sono costruzioni ideologiche destinate ad avere in pratica soltanto applicazioni posticce, ma canagliescamente adatte ad ingannare gli operai conferendo alla guerra imperialistica falsi obiettivi interclassisti. Chi combatte la C.E.D. senza respingere le lusinghe sfacciate del Piano imperialistico di Molotov, non lavora per la rivoluzione, ma per la guerra.