L’azienda URSS vende e compera all’ingrosso
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La Conferenza di Berlino non si limitò a dichiararsi incinta della conferenza sui problemi dell’Asia, che vedrà la luce il 26 del prossimo aprile. Anche quel giorno verrà, ed allora si vedrà se i problemi sorgenti dallo spaccamento in due zone di influenza della Corea e dell’Indocina, che ripetono in Asia le intricate situazioni della Germania e dell’Austria in Europa, subiranno nuove impostazioni. Di risultati concreti, a parte la impressione prodotta sul pubblico da un dibattito tra i quattro privo di risse verbali che servirà ad abituare la gente al nuovo clima di distensione, la Conferenza di Berlino non sortiva che la intensificazione degli scambi commerciali tra i blocchi.
La cosiddetta cortina di ferro non ha mai cessato di funzionare come un abbondantemente forato colabrodo, attraverso cui, guerra fredda o non, durante gli anni scorsi, è transitato il flusso del commercio internazionale. A parere degli affaristi americani ed inglesi, che sentono urgere alle spalle i pericoli di depressione economica negli Stati Uniti, e guardano con bramosia i ricchi pascoli del mercato russo-cinese; a concorde parere dei dirigenti del commercio estero russo (L’Unità in quei giorni osò addirittura chiamarli col nome che loro spetta di commercianti!) che sentono l’insufficienza della produzione industriale locale, la pace commerciale tra i blocchi si impone, e pace ci sarà. La parola è ai mercanti, agli affaristi, ai banchieri. Lo era anche prima, d’accordo, e i quattro Grandi eseguivano i loro ordini. Ma oggi fa più spicco.
Winston Churchill, intervenendo il 25 u. s. sul dibattito che si svolgeva ai Comuni sui risultati della Conferenza di Berlino, affermava che «l’aumento del commercio è un mezzo per rafforzare i legami tra l’URSS e l’Occidente» e auspicava un «considerevole alleggerimento» delle restrizioni commerciali attualmente in vigore nei confronti con l’URSS specialmente per quanto riguarda i manufatti e le materie prime. Aggiungeva che il suo governo riesaminerebbe la lista dei prodotti «strategici» la cui esportazione nei paesi orientali è vietata da un provvedimento imposto dagli Stati Uniti. Con ammirevole parallelismo, Scelba auspicava intanto a Palazzo Madama un’intensificazione degli scambi con l’Oriente.
Mentre il premier Churchill parlava ai Comuni, le delegazioni degli industriali inglesi facevano affari d’oro a Mosca. Il tempo è moneta.
Tra dicembre e gennaio l’Unione Sovietica ha trattato accordi commerciali con la Finlandia, con l’India, l’Afghanistan, la Norvegia, l’Unione economica belga-lussemburghese, la Svezia, la Cina, l’Egitto, l’Argentina, l’Inghilterra, il Pakistan, la Francia, il Brasile. Ma particolarmente importanti dovevano riuscire gli incontri tra i dirigenti del commercio e dell’industria russi e gli industriali inglesi che arrivarono a Mosca il 29 gennaio, cioè quattro giorni dopo l’inizio della Conferenza di Berlino.
Il viaggio a Mosca della delegazione affaristica britannica, composta di 33 industriali inglesi, rappresentanti di grosse ditte (ahimè, dove finisce la lotta del PCI contro i «monopolisti»!) fabbricanti macchinari per industrie tessili, di cantieri navali e di fabbriche di materiale elettrico, fu compiuto su invito del Ministero sovietico del commercio estero (L’Unità 19-1-54). In quel torno di tempo l’Ufficio di Statistica di Mosca pubblicava un comunicato sullo sviluppo dell’economia russa nel 1953, nel corso del quale si annunciava che il commercio estero russo «è giunto complessivamente, nel 1953, ad un livello 4 volte superiore a quello prebellico» e si sottolineava che le «aperture più significative si sono registrate proprio nei rapporti con l’Ovest» (L’Unità, 22-2-54). Evidentemente, la guerra guerreggiata e la guerra fredda, se hanno provocato la morte di milioni di uomini, hanno in compenso favorito il commercio russo. Uno schiaffo ai Partigiani della Pace!
In un articolo pubblicato sul moscovita «Tempi nuovi» durante la permanenza degli industriali inglesi, il presidente della Camera di commercio dell’URSS (sissignori, il socialismo di Malenkov anche di questo è attrezzato) Nesterov, dichiarava: «L’Unione Sovietica potrebbe nei prossimi due o tre anni commerciare con l’Europa Occidentale, le Americhe, l’Asia sud-orientale, il Medio Oriente, l’Africa e l’Australia per un valore variante dai 30 ai 40 miliardi di rubli, ossia dai 10 ai 15 miliardi di rubli all’anno, contro il massimo prebellico di 5 miliardi di rubli registrati nel 1948» (L’Unità, 9-2-54). La politica di riarmo eseguita per le esigenze della guerra fredda e la guerra di Corea, ebbero l’effetto, lo sanno tutti, di una salutare frustata alle economie occidentali, soprattutto a quella americana. Ma, a stare a sentire il presidente della Camera di Commercio dell’URSS, neppure l’economia russa si lasciava sfuggire la felice congiuntura. Un buon affare doveva condurre pure Mosca se dal 1948 ad oggi i 5 miliardi di merci esportabili son saliti a 15 miliardi. Ma di ciò nell’Unità non si trova cenno, siatene sicuri.
La notizia, vera o falsa che sia poco importa, su cui la stampa stalinista ha lavorato di lena, è che le commesse sovietiche all’Inghilterra, se raggiungeranno il livello annuale di 300 milioni di sterline, daranno lavoro a oltre 200.000 operai inglesi. Non dicono lo stesso i ministri americani quando assegnano commesse alla Fiat o altre industrie italiane? Forse che le fabbriche non lavorano per la felicità degli operai? Il fatto si è che pure gli industriali inglesi ebbero parole di elogio per i negoziatori sovietici e uno di loro (che in altra occasione la stampa stalinista chiamerà un «monopolista») si fece un dovere di dichiarare alla stampa londinese: «La nostra visita a Mosca è stato un pieno successo» (L’Unità, 18-2-54). Evidentemente, dove nessuno finora ci è riuscito, ci riesce il governo di Mosca: ordinazioni di merci diventano un lauto affare per operai e industriali, per sfruttati e padroni. Ma allora il marxismo che figura ci fa, signor ministro del commercio estero dell’URSS? Siamo sempre lì, alla forcaiola adulazione degli interessi aziendali ove è possibile conciliare la paura della disoccupazione e la sete del profitto dell’imprenditore. Ma se l’offensiva commerciale russa dovesse avere successo, non provocherebbe la chiusura delle ditte concorrenti? Due guerre mondiali provano che lo scontro degli eserciti ha fatto invariabilmente seguito alle ostilità aperte in campo commerciale.
Fino a qualche anno fa, lo stalinismo ha sostenuto che la Russia andava esclusa dalle cause della guerra, perché non soggetta alle spinte espansionistiche e alla lotta per la conquista dei mercati. Poi, poco prima della sua morte, si alzò Stalin ad annunciare la imminente offensiva commerciale russa nel mondo. Da allora la stampa stalinista ritiene che il primo comandamento di ogni Stato sia quello di aprire le porte alle merci made in URSS. Ciò significa che l’industria russa è arrivata alla stessa fase raggiunta al principio del secolo dall’industria tedesca: il suo sguardo è puntato oltre le frontiere, invidia i mercati altrui, brama crearsi una rete di clienti. L’argomento più pacchiano che la stampa stalinista possa sostenere è che, come pretende L’Unità, gli altri paesi del mondo sarebbero costretti, pena il dissesto, a trafficare con la Russia, mentre questa acconsentirebbe solo per amore della pace internazionale. Se fosse vero, la Russia terrebbe in pugno il mondo intero e sarebbe lei a cingere d’assedio le cittadelle dell’imperialismo occidentale, che potrebbe prendere per fame.
Ciò che rimane assolutamente incomprensibile è come mai la Russia che nel 1941 non esitò a lanciarsi nel vortice della seconda guerra mondiale per sopravvivere, faccia a meno, potendolo, di conquistare il mondo senza colpo ferire. Misteri della stampa stalinista! Quel che rimane incontrovertibile è che affaristi inglesi, francesi, belgi, olandesi, e in seguito forse americani, trafficano redditiziamente con i commercianti russi, dal che il capitalismo mondiale trae novello vigore.