Partito Comunista Internazionale

La Russia a caccia di mercati esteri

Categorie: Petroleum/Oil, USSR

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Il pregiudizio sulle pretese tendenze congenite dello Stato russo al pacifismo, diffuso dalla propaganda stalinista, non è stato in tutti i tempi un pregiudizio. Come avviene per tutte le nozioni riflettenti il corso storico degli Stati — e il discorso vale anche in altri campi — il pacifismo russo, cioè i concreti sforzi politici e diplomatici e le escogitazioni ideologiche del governo di Mosca diretti a conservare la pace o sottrarre se stesso alla guerra — il che è lo stesso — ha avuto nel passato un fondamento reale. E nel presente?

Se ci limitiamo a ricercare nelle intenzioni o nelle dichiarazioni pubbliche dei capi e delle correnti alternatisi al vertice dello Stato di Mosca il fondamento del pacifismo programmatico stalinista, perderemmo tempo e fatica. Al contrario, dobbiamo andare a scoprirlo nella evoluzione, fisicamente tangibile questa, del meccanismo economico produttivo.

Posta così la questione, è possibile scendere nel concreto. Allora sorge il quesito: le ultime manifestazioni dell’economia russa autorizzano a concludere che gli interessi della classe dominante russa collimano con la conservazione indefinita dello status quo internazionale e della pace? Precisando maggiormente: le forze materiali sviluppate dall’allargamento delle dimensioni del mercato interno e il conseguente aumento della produzione possono rimanere circoscritte nell’ambito dell’economia nazionale? Oppure le forze endogene dell’industrializzazione ad oltranza, spinta avanti con i giganteschi piani quinquennali inaugurati nel 1929, tendono a rovesciarsi oltre le frontiere politiche dell’U.R.S.S. ed alterare in tal modo il mercato mondiale?

L’equilibrio politico e militare degli Stati si fonda sull’equilibrio del mercato mondiale: mantenendosi questo approssimativamente stabile, o subendo brevi oscillazioni, cioè conservandosi pressoché immobili i rapporti di forza economici alla scala mondiale, si perpetua necessariamente l’equilibrio politico internazionale. Viceversa, la minaccia di un sovvertimento delle posizioni acquisite dominanti nel mercato mondiale, crea le condizioni della guerra. Naturalmente, il discorso vale per gli Stati industrialmente sviluppati. Contrasti economici possono causare guerre, poniamo, tra le repubbliche della America del Sud ma, essendo scarse le influenze che quelle potenze esercitano sui traffici mondiali, il conflitto non potrà che svolgersi in area limitata.

Questo non può dirsi per le conseguenze che alla lunga l’espansionismo economico russo provocheranno. I dati analitici, le relazioni tecniche, i rapporti ministeriali provenienti da Mosca stanno a provare che il flusso delle merci russe tende — accrescendosi quantitativamente — a perturbare profondamente lo status quo del mercato mondiale, minacciano le posizioni detenute tradizionalmente da predominanti potenze industriali. Un esempio: l’Unione sovietica è divenuta, dopo l’Inghilterra, il secondo acquirente del burro della Danimarca, ed ha occupato in tal modo nel commercio estero danese il posto un tempo occupato dalla Germania (Unità, 9-3-54). Un altro esempio. La Russia ha prodotto nel 1953 ben 65 milioni di tonnellate di petrolio russo, cifra imponente sebbene rappresenti solo il due per cento della produzione mondiale. In Finlandia e in Islanda, il petrolio russo ha ottenuto quasi un completo monopolio, esclusa la benzina per aviazione che continua ad essere comprata dai monopoli anglo-americani. La potentissima compagnia petrolifera «Shell » ha subito il colpo della penetrazione commerciale russa, né le sue preoccupazioni sono finite, giacché la Russia ha promesso mezzo milione di tonnellate di petrolio all’Argentina e 400.000 tonnellate alla Francia. Recentemente, Israele ha concluso un contratto di compera di forti quantità di grezzo. Il ristretto margine di petrolio esportabile e la mancanza di una flotta petrolifera oppongono ostacoli, oggi insuperabili, alla concorrenza russa. Tuttavia, quello che già è riuscita ad ottenere testimonia delle sue tendenze espansionistiche. Le ordinazioni di navi cisterne ai cantieri di Danimarca mostrano le intenzioni dei dirigenti del commercio estero russo in materia.

Le declamazioni pacifiste dei politicanti del Cremlino fanno a pugni con la dichiarata guerra commerciale condotta contro i degni concorrenti di Occidente, come al confronto con la reale politica di asservimento economico del pianeta, la nauseante predicazione umanitaria e pacifista dell’America e dell’Inghilterra, mostra la corda. Non ci stomacate con i sorrisi soavi dei vostri capi! Il pacifismo è la difesa passiva degli Stati a basso potenziale economico, i quali debbono lottare contro la soffocante invadenza dell’imperialismo. Quando lo sono sul serio, gli Stati sono pacifisti per necessità: la esecrazione della violenza non c’entra, dato che ogni Stato si mantiene sull’esercizio permanente della violenza e della intimidazione contro le classi sfruttate. Il pacifismo è impossibilità fisica di fare la guerra.

Esempi attuali di Stati «pacifisti» nel senso nostro, possono essere dati dall’India e dalla Cina, le quali per l’abbondanza della mano d’opera e ricchezza di depositi di materie prime, hanno davanti a loro un grande avvenire industriale, che sarà reso possibile soprattutto dalla emancipazione dalla mortifera influenza straniera, ma che un cataclisma bellico bloccherebbe. La Russia rientra in tale ordine di Stati? o non appartiene ormai alla specie dei grandi razziatori internazionali? La risposta viene dai fatti stessi che offrono lo spettacolo della lotta a coltello tra i monopoli statali russi e i trusts privati dell’Occidente. La diversa titolarità nulla toglie al ferino carattere imperialistico dei colossi in lotta. Purtuttavia, la Russia è stata un tempo uno Stato pacifista. E quando? Gli esaltatori della costruzione del «socialismo in un solo paese» non a torto potevano inneggiare, negli anni dal 1929 al 1939, al pacifismo russo. Ma l’amore di Mosca per la pace non proveniva certamente dai baffi di Stalin. In quelle condizioni storiche, in quella fase iniziale dell’industrializzazione, la pace all’estero era una necessità imprescindibile. Lo era perché all’interno dello Stato era in atto una tremenda guerra sociale combattuta su due fronti. Il governo di Stalin era occupato, ferocemente occupato, da un lato, a schiacciare la resistenza dell’ala sinistra rivoluzionaria del bolscevismo rimasta fedele al programma del socialismo e della rivoluzione mondiale; dall’altro lato, a frantumare con spietata energia l’ostinata opposizione delle classi precapitalistiche e contadine alla rivoluzione industriale di tipo capitalista. Un aggressore militare esterno automaticamente avrebbe fatto causa comune con la reazione agraria, come al tempo della guerra civile del 1918-20, arrestando così lo slancio dell’industria. In quell’epoca, il pacifismo sbandierato dal governo di Mosca corrispondeva agli interessi dello sviluppo economico.

La situazione era completamente cambiata allorché la Germania ruppe, nel giugno 1941, il patto Stalin-Hitler firmato nell’agosto 1939, ed invase il territorio dell’ex alleato. Seppure quantitativamente modesta, l’industria russa era un fatto compiuto. Aveva imposto sofferenze fisiche inaudite ai lavoratori e faraoniche decimazioni di milioni di contadini, ma era un fatto compiuto, un fenomeno irreversibile, un organismo in tumultuosa crescita. La guerra doveva vieppiù accelerarne l’impeto. L’ironia della dialettica storica volle che il nemico attuale, la Germania nazista, e il nemico futuro, gli Stati Uniti vi contribuissero in diversa maniera: la prima addossandosi le maledizioni delle masse lavoratrici che altrimenti si sarebbero indirizzate contro il governo di Stalin; i secondi aiutando direttamente con prestiti e forniture allo Stato (ancora non rimborsati) lo sforzo produttivo russo. Il dopoguerra, che per Mosca significò l’occupazione militare di paesi industrializzati, come la Germania Orientale, la Cecoslovacchia, l’Austria, e, in misura ridotta, l’Ungheria, doveva condurre l’industria russa alla maturità. Gli smantellamenti industriali a titolo di riparazione, furono soltanto la parte più appariscente, non certamente la maggiore, degli immensi beni che Mosca arraffò e continua ad arraffare nella sua riserva di caccia imperialistica, accumulando enormi capitali in patria. È di questi giorni la notizia della scoperta di importanti depositi di uranio nella zona di Blankenburg, nelle montagne dello Harz della Germania Orientale. Con questa scoperta, i russi dispongono di tre fonti di uranio nella Germania Orientale, di cui quella di Gera nella Turingia è la più ricca di Europa. Oggi, Mosca non disporrebbe forse della bomba atomica, se la guerra non avesse esteso la sua dominazione fino all’Elba. Ma l’uranio è solo una voce dei prodotti e degli impianti caduti in mano ai russi nelle zone occupate.

Soprattutto, è stata la messa sotto controllo del mercato dell’Europa orientale e la sua trasformazione in uno sfogatoio e, al tempo stesso, in alimentatore dell’industria russa a permettere alla Russia di assurgere al rango di seconda potenza mondiale. Che la guerra tra la Russia e la Germania ebbe per posta il controllo del mercato dell’Europa orientale è dimostrato, se mancassero altre prove, dal fatto che al giorno d’oggi, cioè a nove anni dalla fine della guerra, la Germania non è ancora riuscita a raggiungere il 10 per cento del volume del suo commercio d’anteguerra con i paesi che attualmente si trovano al di là della cosiddetta cortina di ferro. Ciò preoccupa grandemente gli industriali tedeschi che temono di perdere definitivamente quei preziosi mercati. Ma i dirigenti del commercio estero russo sono felicissimi di vedere i loro concorrenti d’oltre Elba mangiarsi le mani dalla disperazione. Ed ecco come la distensione, la famosa distensione, prende due significati opposti nella bocca di tedeschi e russi. In realtà vogliono la stessa cosa: dominare economicamente l’Europa orientale; ma ciò per gli uni significa collaborazione e pace, per gli altri conflitto e guerra, e viceversa.

Un più lungo discorso meriterebbe il mercato cinese, e la lotta che esso accende tra Stati Uniti e Gran Bretagna. Per le potenze occidentali non costituisce un formidabile ostacolo la rivoluzione nazional-popolare di Mao-tse tung, ma il fatto che la Russia contenda loro accanitamente il monopolio del controllo del mercato cinese. Il fatto che la Russia, evidentemente richiesta dalla Cina, lavori ad ottenere il riconoscimento del nuovo governo cinese, sta a provare che il governo di Mosca è costretto, per l’insufficienza temporanea del suo apparato produttivo, ad accettare, digrignando i denti, il principio del ristabilimento dei traffici commerciali tra la Cina e l’Occidente. Checché verrà fuori dalla prossima conferenza di Ginevra sull’Asia, il determinismo dell’ulteriore sviluppo industriale della Russia e il conseguente rafforzarsi delle sue spinte espansionistiche, fa agevolmente prevedere che, in un’epoca più o meno lontana, Mosca lotterà ferocemente per scacciare le influenze occidentali dall’Asia provocando una reazione non meno decisa. Non basta. Il conflitto si acutizzerà man mano che the progrediente industrializzazione cinese avrà l’effetto di limitare il bisogno di rifornirsi all’estero di prodotti industriali. Allora tramonterà anche il «pacifismo» cinese.

Non si fatica molto davvero a trarre lezione dai fatti. In venticinque anni di tremendo lavoro, la Russia, da ultimo paese industriale dell’Europa è balzato al primo posto, testimone vivente dell’impetuoso sviluppo delle forze produttive sotto il capitalismo. Produce più acciaio e petrolio di tutti gli Stati d’Europa, presi isolatamente. Sotto l’aspetto tecnico, taluni rami dell’industria metalmeccanica risultano ancora inferiori ai corrispondenti rami inglese e tedesco, ma le dimensioni della produzione sono superiori. La rete ferroviaria e l’impianto elettrico nazionale sono relativamente arretrati, se confrontati al numero della popolazione e all’estensione del territorio. Non possiede flotta mercantile degna di una grande potenza. Ma, in compenso, dispone di un mercato interno immenso e di inesauribili giacimenti di materie prime e fonti di energia.

Il pacifismo di Mosca è un fantasma d’oltretomba, la vuota e fallace etichetta di una fase storica irrimediabilmente passata. Il Capitale marcia a passi giganteschi nelle ex terre dello zar e stende bramosamente i tentacoli al di là delle frontiere dello Stato, costretto a segnare il passo o battere in ritirata solo perché impotente a fiaccare la tremenda spinta di potenziali imperialistici più potenti. Che si ritenga Malenkov una incarnazione di Satana o di Gandhi, il risultato non cambia. Il suo governo non potrà che farsi strumento delle esigenze della produzione che sviluppa giorno per giorno spiccate tendenze imperialistiche, e perciò bellicistiche.