Due anni fruttuosi di imprese “liberatrici”
Categorie: Korea
Questo articolo è stato pubblicato in:
La Corea – e con essa il mondo – hanno celebrato in questi giorni il secondo anniversario di una delle tante guerre «liberatrici» di cui il capitalismo ci sta deliziando. E mai, neppure nel corso della seconda guerra mondiale, la gigantesca truffa della liberazione è apparsa in luce più meridiana.
Due volte ciascuno, i «liberatori» hanno liberato la Corea; in soldoni, due volte i carri armati, gli aerei, le navi da guerra, hanno devastato la piccola penisola destinata a servir di campo sperimentale all’industria del massacro imperialistico. In questo gioco di liberazioni, milioni e milioni di civili hanno perso la vita, la casa (la catapecchia) e tutto il resto, liberati, questo sì, dai più pesanti fardelli di questa vita terrena, il volgarissimo cibo e l’ancor più volgare pellaccia. I rimasti hanno avuto il bene, a sud, del governo di Syngman Rhee, che gli stessi suoi sostenitori dipingono come un’accozzaglia di sfruttatori, di parassiti e di ras al comando di un dittatore da strapazzo; a nord, di un governo «popolare» sotto le cui ali gli stessi prigionieri non chiedono – o addirittura si rifiutano – di ritornare. Un anno è durata la guerra guerreggiata; un anno un armistizio che ha cinicamente fatto girare davanti agli occhi del pubblico coreano e mondiale il film della pace in regime capitalista, la pace in regime di occupazione militare ormai divenuta permanente. Il terzo anno pare iniziarsi sotto il segno della ripresa del conflitto o, se si preferisce, di una nuova «liberazione»; il che non impedirà ai generali delle due parti di brindare al tavolo dell’armistizio, e ai commercianti di far affari, oltre che col commercio dei cannoni, coi traffici fra «nemici».
Due anni con bilancio in attivo, per l’imperialismo; e non altro che bilancio in attivo significa l’allucinante termine: «liberazione». Su scala mondiale i liberatori della seconda guerra mondiale hanno lavorato, in questo biennio, a riarmarsi, a seminare morte e distruzione anche se soltanto alla chetichella, a lanciare proletari contro altri proletari sia pure soltanto in esercitazioni di piazza, a stendere fili spinati intorno alle cittadelle della controrivoluzione. Hanno, insomma, ben lavorato a «liberarsi dalla paura», cioè a rendere ancora più schiava, ancor più terrorizzata, la classe avversa. I centri dominanti dell’imperialismo hanno infittito le maglie della rete che avvolge e lega ai loro interessi le nazioni minori, ne hanno fatto il proprio arsenale di uomini e di armi, la loro riserva di forza-lavoro e di carne da cannone. La pace perpetua, la giustizia, la libertà dal bisogno e dal timore, queste colossali menzogne della seconda guerra mondiale, hanno riprodotto centuplicandolo il regime prebellico della guerra perpetua, della servitù, della miseria e dell’incertezza, il regno della grande morte.
Il terzo anno della liberazione universale, ufficialmente inauguratasi con la guerra in Corea ma preceduta dalle avanliberazioni della guerriglia greca e del ponte aereo berlinese, si celebra in Francia e in Italia col rafforzamento dello Stato democratico, questo prototipo della dittatura mascherata – ma non perciò meno violenta – del Capitale. Pinay si è guadagnato i galloni mostrando di servir bene all’interno gli interessi militari americani; De Gasperi, avendoseli guadagnati da un pezzo, ha potuto passare alla codificazione giuridica della «democrazia che si difende», ha varato la legge per la difesa della democrazia e «contro il fascismo». Penseremo che la classe dominante si preoccupi davvero di un «pericolo fascista»? Ohibò, lo Stato democratico ha mostrato di avere il pugno duro senza bisogno di ricorrere alle squadracce in camicia nera; e, il giorno che il pugno s’indebolisse, il suo ricorso al fascismo sarebbe immediato e pacifico; la democrazia si vestirebbe allegramente e fulmineamente in orbace. Ma lo spauracchio fascista serviva a salvar la faccia per votare una legge il cui senso era del resto cinicamente espresso dalla formula della sua «polivalenza». Legge contro il fascismo? No, legge di guerra nei suoi obiettivi e nelle sue formulazioni immediate; legge di difesa sociale nei suoi obiettivi lontani. Giacché è chiaro: la legislazione in corso, eccezionale per le oche capitoline, perfettamente normale in regime borghese-democratico per i rivoluzionari, potrà servire contro le quinte colonne della guerra fredda e calda, ma nessuna repressione contro queste è, alla lunga, una cosa seria, e i nemici di ieri possono tornare ad essere gli amici di domani, come i «criminali di guerra» o gli «ostaggi» della seconda guerra mondiale sono divenuti gli amici più cari del dopoguerra. La «democrazia che si difende» ha un solo nemico: non il fascismo, non il contingente avversario militare, ma il proletariato. Il capitalismo internazionale ha prima sfruttato, poi ingannato, infine piegato questo suo permanente avversario: ora si premunisce contro il suo risveglio avvenire. Legge contro il fascismo? Legge contro lo stalinismo? Non scherziamo: né fascisti né staliniani predicano o predicheranno la dittatura, questa bestia nera della democrazia solo in quanto sia dittatura proletaria. Fascisti e stalinisti sono democratici, i più ferventi sostenitori – anzi – della democrazia vera. No, la legge è diretta, del resto logicamente, contro i conati di ripresa rivoluzionaria del grande becchino della società borghese, l’unico candidato aperto alla dittatura di classe.
Non gridiamo allo scandalo. La democrazia non ha fatto altro che togliersi il velo. È una sfida che lancia al proletariato rivoluzionario. Il proletariato non ha da versare lacrime sulla «libertà conculcata»; non si perde ciò che non si è mai avuto. La sua risposta sarà non nella difesa di un presunto patrimonio democratico; ma nell’offensiva contro il mondo dorato delle sue catene.