Partito Comunista Internazionale

Ad Est, il capitalismo in marcia

Categorie: Banking, USSR

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Ad Est, il capitalismo in marcia

Ci sono ancora in giro teorici falliti e giornalisti megalomani, i quali pretendono che si debba «aprire una discussione» sul fenomeno russo. Sono coloro che, gratta gratta, coltivano un culto feticistico per l’idolo Danaro, che ritengono imbattibile e indistruttibile istituzione, comune sia al capitalismo che al socialismo. Se fosse diversamente, non si attarderebbero a sofisticare sulle forme giuridiche di proprietà statale vigenti in Russia, trascurando, perché impotenti a farlo, di seguire il gigantesco processo di intensificata mercantilizzazione capitalistica che, su una linea ininterrotta, è in atto nella struttura economica russa. Non significa nulla la funzione svolta dallo Stato di Mosca, di fulcro della colossale trasformazione in senso mercantile e monetario delle enormi zone arretrate dell’Asia continentale e della stessa Russia? Eppure, la rivoluzione borghese, misurabile cronologicamente a una diecina di secoli, è vista da Marx come il sovvertimento irresistibile del modo di produzione feudale, svolgentesi praticamente senza scambio mercantile e senza l’intermediario del denaro. Il Capitale inizia, non certamente a caso, con il fondamentale capitolo sulla Merce. Non a caso appunto la terribile epoca storica del capitalismo comincia con la trasformazione del lavoro sociale in Merce, pagabile con salario.

Perciò, discorrendo della Russia, troviamo il tratto comune delle strutture economiche e produttive dell’Occidente e della Russia, prima di tutto, nel salariato, nel generalizzato mercantilismo, nell’accumulazione capitalistica, nella dominazione del capitale finanziario. Ciò non basta ai «fissati» della persona umana, ai quali per dire: «Qui esiste il capitalismo» occorre leggere i titoli di proprietà dei capitalisti. Meno male che la stampa staliniana si fa in quattro anche per accontentare costoro. Sì, se proprio volete la «prova» della esistenza di capitalisti privati in Russia, non avete che a leggere l’Unità, senza bisogno di scomodare i grandi luminari della economia borghese.

L’Unità è il direttore d’orchestra della stampa paracomunista; possiamo quindi scegliere senza esitazione Paese Sera, per avere testimonianze ufficiali sulla Russia. Nel numero del 22 giugno, Paese Sera pubblicava un articolo sull’incremento del risparmio in Russia. Citiamo qualche brano: «In Russia, i privati hanno la possibilità di tenere dei libretti di risparmio e di farsi capitalizzare gli interessi. Bisogna anzi dire che il risparmio viene ora incoraggiato dallo Stato e che i depositi vengono accettati dalle numerose banche, costituite nell’intera Unione Sovietica… Nella sola Mosca l’ultimo elenco telefonico cita 170 casse di risparmio. Il primo gennaio dell’anno scorso, la massa dei risparmi individuali ammontava ad oltre 18 miliardi di rubli (circa tremila miliardi di lire), ma da quell’epoca i depositi bancari sono ulteriormente aumentati».

Ovviamente, quel che importa non è tanto il montante complessivo dei depositi bancari quanto l’ammissione da fonti staliniane non sospettabili della tendenza all’aumento dei depositi stessi. Ciò sta ad indicare evidentemente come gli involucri esteriori della proprietà statale delle aziende e della terra arabile, che tanto rimbambiscono i teorici da strapazzo, non impediscano affatto l’accumulazione di capitali nelle mani di privati. Costoro non hanno nulla di diverso dai redditieri delle nostre parti, dato che ricevono interessi dalle banche di Stato, oltre ai premi connessi ai prestiti allo Stato. Già è stato detto in un «Filo del tempo» che il dato grezzo della esistenza di ceti sfruttatori non testimonia da solo del carattere e delle finalità di classe dello Stato, dato che la trasformazione economica in senso socialista non può avvenire dall’oggi al domani. Lo Stato può essere genuina espressione di esigenze rivoluzionarie, pur rimanendo annidati nel corpo sociale residui della produzione capitalistica, cioè la natura di classe dello Stato si definisce sul campo della politica da esso esplicata verso questi ceti parassitari. Ora qual è la politica dello Stato russo nei riguardi dei possidenti di capitali finanziari, degli speculatori capitalisti, dei commercianti del denaro? Non certo di opposizione, non certo di tesa limitazione e liquidazione. Tutt’altro. Il governo di Mosca si gloria apertamente di favorire l’incremento dei depositi bancari. «Il ministro delle finanze, Zverev, ha rivelato nell’ultima sessione del Soviet Supremo della U.R.S.S., che nell’anno solare 1951 essi (depositi bancari) sono cresciuti di altri 4 miliardi di rubli (circa 650 miliardi di lire) ed ha predetto che entro il 1952 se ne avrà un aumento ancora maggiore». Si conclude che il governo russo concepisce la costruzione del socialismo come reggentesi sulle fondamenta, diuturnamente rafforzate, dei depositi di capitali privati nelle Banche.

La propaganda che il Governo di Peppe Stalin organizza e finanzia per invitare la gente danarosa a depositare i loro «sudati risparmi», come dicono gli Einaudi e i Corbino, è davvero una versione russa del modello americano. «Dai grossi edifici della capitale (Mosca) si scorgono ora di notte insegne luminose del seguente tipo: “Depositate i vostri risparmi nelle casse di risparmio”. Sulle autostrade che si diramano da Mosca, cartelli stradali recano scritte di questo genere: “Buttate i vostri scrigni di legno ed usate i depositi bancari”».

Non occorre davvero convocare adunanze, come macchine a risolvere problemi, per sviscerare il senso dello stalinismo. Fermo restando il principio che si è affermata strozzando sul nascere la rivoluzione bolscevica del proletariato, lo stalinismo, in quanto fatto storico, è la vittoriosa rivoluzione borghese-capitalistica dilagante da più di un ventennio sul continente asiatico. Il gorgo della «mercantile anarchia», che fa centro a Mosca, allarga sempre più le sue onde, trascinando nell’inferno del lavoro salariato e dello scambio commerciale zone vastissime, con rapidissimo ritmo. Dove fino ad ieri esisteva lo «scrigno di legno» avanza la «sacrestia» della borghese banca, elargente interessi al tre e al cinque per cento. L’entusiasmo che l’aurea avanzata provoca nelle classi dominanti asiatiche non poteva che esprimersi nella «rivoluzione» di Cina, nella guerra civile in Corea, nella guerra di indipendenza dell’Indocina, della Malesia, ecc. È il mondo del capitalismo che avanza saturando agglomerati sociali immensi che finora l’imperialismo occidentale aveva, per ragioni storiche e geografiche, solo marginalmente lambito.

Coloro che si lasciano prendere dall’isteria e, per nascondere o il loro vuoto mentale o l’infezione opportunista, ci accusano di sottovalutare il ruolo controrivoluzionario dello Stato russo, non si avvedono che nulla più che la borghesizzazione intensiva del continente asiatico, pone lo Stato russo al livello delle potenze massime dell’internazionale capitalista. Lo stalinismo, stimolando il capitalismo in Asia, assicura l’efficienza di macchine statali totalitarie, che si allineano nel fronte mondiale della controrivoluzione e dell’imperialismo. Ma – e ciò mostra che in nulla si differenzia dalla linea dell’evoluzione borghese – lavora a trasformare le masse dei contadini poveri e delle plebi nullatenenti in proletariato industriale, accrescendo le falangi della rivoluzione. Gli stalinisti pretendono che l’appoggio dato da Mosca ai rivolgimenti capitalistici in Asia persegue appunto l’obiettivo di affrettare lo scoppio della rivoluzione proletaria. In realtà, gli Stati di Russia e dei paesi asiatici moscovizzati, in quanto si fondano su un modo di produzione, che esprime classi dominanti, non possono che rappresentare gli interessi di queste ultime, e cioè l’interesse del Capitale prosperante sullo sfruttamento del lavoro salariato, che per liberarsi dovrà provocarne la distruzione rivoluzionaria.