La rivoluzione della carta straccia
Categorie: Democrazia Cristiana, Italy, MSI, Partito Comunista Italiano
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Non dedicheremo troppo spazio alla interpretazione dei risultati delle elezioni (non ancora noti al momento in cui uscì il numero precedente) non perché l’argomento abbia perso di attualità, ma solo per la scarsa importanza che annettiamo alle campagne elettorali, considerate in quanto strumento di risoluzione delle polemiche interne della stessa classe dominante. In quanto strumento di risoluzione della lotta tra le classi, da un secolo il marxismo rivoluzionario non attribuisce ad esso nessuna importanza, anzi solo la funzione di soffocare gli impulsi sovversivi delle masse. Intendiamo dire che neppure sul piano della lotta tra i partiti, in cui si schiera la stessa classe borghese, le consultazioni elettorali hanno potere determinante. In realtà, il cosiddetto responso delle urne è solo la registrazione materiale di avvenimenti già accaduti nel corpo sociale, la «pubblicazione» di modifiche dello schieramento politico che, specialmente nei nostri tempi di concentrazione totalitaria del potere, la classe dominante borghese ha già apportato nel proprio seno, non certamente per libera scelta e senza contrasti, ma sibbene per le obiettive necessità della propria conservazione e attraverso polemiche e scontri di posizioni.
La cosiddetta sorpresa delle scorse elezioni amministrative, che per buona pace di qualcuno hanno assunto carattere politico ovunque, è stata lo strepitoso successo della destra monarchico-fascista, che conquistava quasi tutti i capoluoghi della Campania (Napoli, Salerno, Benevento, Avellino) oltre Bari e Foggia. La fetta dei voti dei monarco-fascisti era tagliata abbondantemente dalla torta democristiana. Il fronte stalin-socialista in questo senso poteva ritenersi più che soddisfatto: sommando le perdite in voti subiti dal partito democristiano l’anno scorso, nell’Italia del Nord, a quelle registrate nel Sud, gli specialisti dell’algebra elettorale hanno dimostrato concordemente, tranne naturalmente Scelba, che il famoso «monopolio politico» della Democrazia Cristiana, contro cui il P.C.I. si è battuto da leone e da volpe durante cinque anni, è finalmente spezzato. Le amministrative hanno provato che la somma di voti raccolti dalla Democrazia Cristiana non sono più sufficienti per assicurare ad essa, nelle politiche del 1953, la maggioranza assoluta in Parlamento. Ma a chi è andata l’eredità? I compilatori dei bollettini di vittoria del P.C.I. e del P.S.I. parlano solo dello incremento di voti, tutt’altro che travolgente, innegabilmente segnato dalle liste apparentate di sinistra. Ma il dato di fatto cardinale è che la frana democristiana non si è riversata affatto nel campo stalinista. Il monopolio della Democrazia Cristiana, a distruggere il quale si sono condotti gli operai a votare per i borghesi inclusi nelle liste social-comuniste, appare, se non intervengono grossi avvenimenti imprevedibili, sicuramente spezzato, sicché l’anno venturo la Democrazia Cristiana dovrà assoggettarsi, per governare, ai compromessi e ai ricatti da parte dei partiti minori o addirittura dei suffragi della Destra. Come accade in Francia al Ministero Pinay. Tutto ciò è un fatto compiuto. Ma a chi ha giovato? Lo schieramento parlamentare dell’anno venturo, a meno che le organizzazioni chiesastiche non riceveranno l’ordine… di votare per Togliatti, rimarrà, sia pure attraverso l’alchimia parlamentare, sicuramente orientato verso il centro americano a meno che non si verifichino giganteschi rivolgimenti internazionali. Già, il P.N.M. di Lauro ha fatto sapere, dandoci molta pubblicità, che esso rimane fedele al Patto Atlantico e all’amicizia con l’America. Anzi, sulla stampa monarchica si scrive apertamente che le amministrazioni comunali delle basi americane di Napoli, Foggia e Bari sapranno assicurare, meglio degli spodestati assessori democristiani, l’ordine e la sicurezza dietro il fronte, che sta tanto a cuore ai generali americani!…
Meno democristiani, più monarchici e missini, il conto per la borghesia italiana e per gli imperialisti americani torna esattamente. Ma, ovviamente, il successo della Destra non si spiega solo con gli orientamenti di politica estera predominanti nella classe borghese italiana.
La stampa americana ha duramente reagito ai risultati degli scruttini, biasimando lo sgretolamento del masso democristiano, su cui la stabilità del governo riposa. I padroni di oltre-oceano temono che il loro possedimento d’Italia debba cadere nelle condizioni di Francia, ove i ministeri sono soggetti a franare ad ogni benché piccolo spostamento di forze nello schieramento parlamentare. Le accese polemiche scoppiate tra democristiani e monarchico-fascisti, con il relativo corollario di apparentati, di giornalisti, di galoppini, erano e sono motivate dallo stesso timore. Ma, e ciò prova che la stessa classe dominante non sfugge a rigide esigenze obiettive, il colpo alla stabilità parlamentare del governo è venuto, e abbastanza demolitore. Vuol dire che esso è il minore di due mali reciprocamente escludentisi. Il male maggiore che la borghesia italiana ha evitato, proliferando dal proprio seno la destra monarchico-fascista, era l’assenza di una diga al dilagare del malcontento, della disperazione, del ribellismo che quattro anni di deludente governo democristiano hanno accumulato negli strati della piccola borghesia urbana ridotta allo stremo delle forze e della rassegnazione. Non da ieri la classe dominante aveva apprestato il bacino collettore di tutte le delusioni, le gelosie bottegaie, le ambizioni mancate che fermentano nei ceti medi e plebei specialmente del Meridione, e vogliamo alludere al P.N.M. e al M.S.I. che si sono innegabilmente serviti, da un lato, dei finanziamenti di industriali e di agrari, dall’altro della complicità passiva degli organi governativi. Perciò dicevamo che le elezioni registrano meccanicamente redistribuzioni di forze già compiute ed operanti nell’ambito della classe dominante. La classe operaia è chiamata a rendersene conto con lo spoglio delle schede. Chiunque ha seguito gli avvenimenti dell’ultimo quadriennio sapeva, ancora prima delle elezioni, che le forze del P.N.M. e del M.S.I. erano in evidente fase di incremento.
Se fosse obbligata a mantenere le sue promesse, la borghesia italiana non potrebbe esistere più di un attimo. Ma alla sistematica e immutabile pratica di governo basata sullo spergiuro sfrontato e l’inganno demagogico, rimedia sacrificando e cambiando i promettitori. Ieri, fece appendere per i piedi Mussolini. Oggi toglie il monopolio a De Gasperi, mettendo a parte del governo e, quindi, del compito di promettere e di turlupinare il popolo, le forze della Destra, che essa stessa ha evocato. Dopo di ciò, tipi come Togliatti e Nenni si alzano a cantare vittoria. Vittoria su chi? La borghesia non cesserà certamente di governare e opprimere il proletariato, se, l’anno venturo, i monarchici otterranno un congruo numero di seggi in Parlamento, a danno della D.C. Per il solo fatto che il P.C.I. e il P.S.I. hanno impostato la loro azione politica mirante a convogliare le masse illuse nella disperata lotta contro il monopolio politico del potere, attribuito ad un partito, la Democrazia Cristiana, mentre la realtà urlante dello sfruttamento sociale mostra che esso è saldamente nelle mani di una classe, la borghesia capitalistica, per questo solo fatto i pretesi partiti della classe operaia hanno vigliaccamente tradito il proletariato, il quale, dopo una mezza dozzina di rivoluzioni di carta straccia, deve constatare che i partiti borghesi sorgono e tramontano, ma la borghesia rimane. Rimane perché i partiti del tradimento e dell’opportunismo conducono le masse a lottare, volta a volta, contro le forme transitorie del potere borghese, ieri il fascismo, oggi il democristianesimo, perseguendo alleanze e blocchi con altre forze prettamente borghesi, con De Gasperi insieme con liberali e repubblicani nel C.L.N. contro Mussolini, con Nitti, Labriola, Mole contro De Gasperi e Lauro. Dopodomani, se per ipotesi astratta i monarchici di Lauro dovessero costituire un grave pericolo per le cosiddette libertà repubblicane, non esiterebbero a riabbracciare De Gasperi e Scelba, come già lasciano intendere…