Partito Comunista Internazionale

La democrazia del dollaro

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Recentemente Stampa Sera ha pubblicato una corrispondenza da New York, in cui erano messi in rilievo i rapporti fra la finanza e le elezioni. Vi si leggeva: «Il senatore Kerr è straricco, tanto da esser ritenuto uno dei re del petrolio, quindi avrà un compito facile. Per “Ike”, cioè Eisenhower, pensano, con molto larghi mezzi, raccolti dall’infaticabile senatore Lodge, le borse di molti industriali e banchieri, convinti sostenitori del generale. Stassen neppure è ricco ma può contare sull’appoggio dei grandi conservieri degli Stati agricoli del Middle-West. Non parliamo di Harriman che può disporre di oltre cento milioni di dollari, costituenti la sua fortuna personale, cui si aggiungeranno le ricchezze della moglie. La posizione di Taft che è quello che fa più scalpore e va più spendendo per le elezioni, è curiosa. Di suo ha poco o nulla (poveretto!) però i parenti vicini e lontani, tutti nella grande industria e negli affari, godono di larghissime possibilità finanziarie e di molta influenza in varie città e Stati. Un cugino è proprietario di un grande quotidiano dell’Ohio, un cognato è direttore di una importante società di trasporti aerei, un fratello è interessato in varie fabbriche di Cincinnati…

«Taft attende solo di poter riuscire alla convenzione repubblicana in luglio contro Eisenhower e gli altri avversari, perché allora la potente cassa del partito dovrà, nolente o volente, mettere a sua disposizione tutto il denaro occorrente alla continuazione della battaglia elettorale sino a novembre; allora non vi sarà più bisogno di umiliarsi e piegarsi davanti a parenti riottosi e tutto sarà più facile. Del solo Kefauver si ignorano le fonti finanziarie, ma non tarderanno neppure esse ad essere scoperte e discusse come le altre».

Dal che si desume che la democrazia bipartitica del libero paese del dollaro è democrazia, proprio perché non ha ritegno a sbandierare pubblicamente di essere il governo dei ricchi. Innanzitutto, si muovono masse imponenti di dollari, seguendo il gioco degli umori e dei ripicchi delle camarille elettorali in cui ama dividersi l’aristocrazia finanziaria ed industriale. Allorché la battaglia di dollari, cui sono interessate le gigantesche agenzie elettorali che sono i partiti repubblicano e democratico, avrà sortito i suoi risultati, che consisteranno nell’attribuzione della candidatura a Eisenhower, o Taft o Stassen od Harriman, solo allora il «popolo sovrano» sarà chiamato ad eleggere il Presidente degli Stati Uniti. Il candidato che ottiene la maggioranza allo spoglio delle schede ha ricevuto, però, un po’ prima, dai Domineddio della finanza, il mandato di rappresentare, non più il gruppo sostenitore, ma l’intera classe borghese. La minoranza perdente non si piega affatto al «responso delle urne», ma sta al gioco, constatando di non avere sufficienti seguaci nella classe dominante. La democrazia, in fondo, è la dominazione della classe borghese che, discutendo i propri affari, riesce in opposte soluzioni, miranti tutte beninteso, a conservare lo sfruttamento e l’oppressione sociale. Per il resto del mondo, vedi United States of America. Fatte le debite proporzioni.