Partito Comunista Internazionale

Il crepuscolo degli dèi gollisti in Francia

Categorie: France, Gaullisme

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(Ovvero date all’America quel che è dell’America)

L’enuclearsi della cosiddetta Destra dallo schieramento borghese in Italia è coinciso con lo sfaldamento inglorioso dell’opposizione degaullista in Francia. È successo, infatti, proprio in concomitanza con il clamoroso gesto di forza del Governo Pinay contro il Partito comunista, culminato nell’arresto di Duclos, che un numeroso stuolo di membri del gruppo parlamentare gollista si riunisse, a Parigi, per discutere sui dissensi sorti in seno al «Rassemblement». Dalla riunione usciva riconfermata, salvo poche eccezioni, una lettera indirizzata da numerosi deputati gollisti al gen. De Gaulle, nella quale si prendeva netta posizione contro la intransigente opposizione al Governo, e in genere all’odierno regime democratico dei partiti, propugnata tradizionalmente dal movimento. È noto che il movimento gaullista sorse, pochi anni fa, in aperta opposizione agli attuali ordinamenti costituzionali della Francia, subordinando la sua ascesa alla direzione del governo, alla riforma della Costituzione dello Stato, mirando in sostanza a limitare fortemente i diritti del Parlamento e del regime multipartitico. Praticamente, i degaullisti, anche se formalmente fedeli al metodo democratico, siccome dicono di essere in Italia il MSI e il PNM, uscivano sul palcoscenico della IV Repubblica esternando clamorosamente, e con truculento linguaggio, un’indefettibile avversione alla democrazia parlamentare, che non risparmiava neppure i partiti cosiddetti di centro e cioè i radicali, i democristiani, i socialdemocratici, ecc.

Le manifeste tendenze totalitarie del gollismo hanno indotto, e inducono, i comunisti francesi a classificare il movimento dell’aristocratico generalone sotto l’etichetta di fascismo. Ma se la classificazione in tale senso ha una ragione di essere, ad esempio per il MSI, in Italia, i cui dirigenti e propagandisti si richiamano arrogantemente al defunto regime di Mussolini e alla mercenaria Repubblica di Salò, per il degaullismo assume un tono particolarmente ironico, giacché è a tutti noto che De Gaulle e i suoi seguaci, sia nell’emigrazione in Inghilterra, sia nel movimento partigiano in Francia contro gli occupanti nazisti, furono intransigenti nemici del Governo collaborazionista del maresciallo Pétain, sostenuto e protetto dalle baionette tedesche. I dirigenti stalinisti, che sotto l’occupazione tedesca parteciparono alla Resistenza a fianco dei gollisti, i quali rinfacciano oggi a Thorez e Duclos di avere solidarizzato con il nazismo all’epoca dell’alleanza tra la Russia e la Germania hitleriana, male fanno a considerare fascista il movimento del gen. De Gaulle. Con ciò stesso provano che, come noi sosteniamo, la forma di governo totalitaria è propria e dei movimenti richiamantisi al nazifascismo di Mussolini, Hitler, Franco, Horthy, ecc. e dei movimenti cosiddetti antifascisti. Pur richiamandosi alla democrazia e all’antifascismo, il movimento gollista propugna praticamente gli stessi metodi politici, le stesse ideologie scioviniste, lo stesso feticismo militarista che, sotto diversi simboli e giustificazioni, costituivano il contenuto dell’azione politica del governo pétainista di Vichy. Allora, come si spiegano tali contraddizioni, che fanno scimunire gli interpreti metafisici degli avvenimenti politici? Si spiegano perfettamente, partendo dall’assunto inconfutabile che democrazia e fascismo, o se volete, partitismo parlamentare e unipartitismo, sono forme di governo convergenti, in quanto espressione dell’unitaria classe borghese. Pétain si faceva interprete degli interessi del capitalismo francese mandando a morte la democrazia parlamentare; il regime democratico della IV Repubblica svolge la medesima funzione; se De Gaulle andasse al potere, e mettesse fuori legge e gli stalinisti e i partiti di centro, e i nostalgici della Repubblica di Vichy, egualmente servirebbe la conservazione borghese. Fascismo = democrazia = gollismo, in politica interna.

Ma la scalata al potere del gollismo non sarebbe indifferente agli effetti delle conseguenze di politica estera. Qui risiedono i motivi del crepuscolo degli dèi gollisti. Il gollismo è l’espressione dell’esasperato nazionalismo che cova nella borghesia francese, mal rassegnata a scomparire dalla scena internazionale come potenza di primo piano, profondamente umiliata dallo spettacolo della propria impotenza a tamponare le falle che le forze borghesi indigene aprono paurosamente nel suo impero coloniale (Indocina, Tunisia, ecc.), rosa da grottesca gelosia verso la schiacciante predominanza americana, che le impone persino di accettare il risorgere della potenza militare e politica dell’odiato nemico tedesco. Ma l’antigollismo dei partiti di centro è, al contrario, l’espressione della consapevolezza della stessa classe dominante francese della storica impossibilità di invertire la linea della decadenza e, quindi, della necessità di soggiacere alla tutela americana per il fine supremo della conservazione del suo potere di classe. Spaventa soprattutto la maggioranza della borghesia capitalistica francese, ammaestrata dalle conseguenze di due guerre che dovevano mandare in frantumi l’impalcatura statale, la prospettiva di dover contare solo su se stessa. Perciò, il gollismo, nemico di Mosca benché sia toccato a suo tempo al Governo presieduto da De Gaulle stipulare la nuova edizione del patto di alleanza franco-russo, oppositore «costituzionale» della politica estera americana, specialmente della politica del Patto Atlantico, che De Gaulle vorrebbe girasse sul perno francese, assertore di una megalomania nazionalistica sorpassata ed utopistica, doveva franare.

Oggi, il gollismo appare scisso profondamente. Parte del gruppo parlamentare gollista votò, a suo tempo, la fiducia al Governo Pinay, permettendone l’esperienza. Da solo il fatto già testimoniava della avvenuta scissione interna. Era, infatti, infranto il dogma dell’incompatibilità dell’assunzione di responsabilità di governo, sia pure indiretta, da parte dei gollisti e il mantenimento dell’attuale Costituzione. Nella lettera inviata al gen. De Gaulle, i dissidenti giungono ad affermare che «si può veramente influenzare un regime e migliorarlo solo operando dal di dentro», deplorando la «sistematica, sterile ed impopolare opposizione cui si ispira la politica del Rassemblement» (partito gollista). Evidentemente, i deputati dissidenti gollisti stimano non essere igienico guadagnarsi i milioni secondo il sistema del loro collega De Récy, recentemente condannato a 10 anni di lavori forzati per furto di buoni del tesoro, né si rassegnano a vivere nello sdegnoso isolamento di nume corrucciato professato dal lugubre generale loro capo. Risultato: tirano fuori la non peregrina teoria, certamente imparata dagli staliniani, che il governo si conquista dal di dentro… Quale vergognosa fine! Avevano incominciato schifando tutti, finiscono mendicando poltrone ministeriali anche di secondaria importanza. Erano i profeti della rinascita miracolosa della «France immortelle», i vati della «politique de grandeur». Ora tendono la mano a Pinay, cioè all’uomo di fiducia di Washington.

In mancanza di una minaccia all’ordinamento sociale, inesistente per l’imprigionamento delle masse nelle maglie dell’opportunismo, o di seri pericoli di guerra, il totalitarismo gollista non è attuale, anzi rappresenta una minaccia di turbamento nel campo atlantico. Perciò, De Gaulle ha mancato il bersaglio e i gollisti sono invitati a partecipare, senza pregiudiziali, al banchetto ministeriale, dando all’America quel che è dell’America. La lezione va, inutile dirlo, anche ai feroci nazionalisti da operetta del MSI e del PNM.