L’elezione è morta, viva l’elezione
Categorie: Democrazia Cristiana, Electoralism, Italy
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La principale obiezione di fatto che la Sinistra Comunista Italiana ha opposto, fin dal 1919, alle frenesie elettoralistiche è che un partito che accetta il metodo elettorale non può che convalidare tutta quanta la sua azione presente e futura in vista dell’accaparramento di voti, respingendo da parte qualsiasi altro genere di attività. Verità particolarmente tangibile nei paesi a sviluppato regime capitalistico e conquistati in maniera definitiva alla dominazione borghese. Volete un esempio? Ma quale scegliere? Nel momento stesso che si recavano alle urne o a qualche giorno dalla data fatidica, importanti personaggi politici si preoccupavano già di avviare la discussione, che tra poco ci delizierà, sulla legge elettorale per le elezioni politiche del 1953. Così il Presidente del Senato De Nicola, subito dopo aver votato ha preso netta posizione a favore del collegio uninominale e, in linea subordinata, del sistema della proporzionale pura. Egli avrebbe addirittura accostato il sistema dei collegamenti con il premio di maggioranza, con il quale si è votato nelle amministrative di questo e dello scorso anno nientemeno che alla famigerata legge Acerbo, grazie alla quale il listöne fascista del 1924 si pappò praticamente la maggioranza parlamentare, e quindi il potere. Sia detto fra parentesi, l’on. De Nicola confermava quanto da noi detto circa la « democraticità » dell’avvento al potere del fascismo. Il torto di Mussolini è stato dunque di considerarsi investito del potere non per cinque, ma per venti anni? Differenza di poco. Per il resto, anche lui poteva affermare di stare al potere perché mandato da regolare maggioranza parlamentare.
Le critiche mosse da De Nicola al sistema dei collegamenti delle liste col premio di maggioranza al blocco vincente, da lui definito « il più antidemocratico sistema di votazione », avrà mandato in brodo di giuggiole gli Uffici Elettorali di via Botteghe Oscure e certo Togliatti e Nenni renderanno grazie, alla prima occasione, al Presidente del Senato. La ragione è ovvia. Col giochetto degli apparentamenti, che legava ai partiti predestinati a segnare bassissime cifre elettorali, la Democrazia Cristiana riusciva a ingoiare nelle amministrative del 1951 centinaia di Comuni tenuti nell’Italia settentrionale dai socialcomunisti, compresi capoluoghi importanti. All’epoca, i socialcomunisti dovevano subire un colpo tanto più duro in quanto mantenevano inalterato, anzi miglioravano, lo stock complessivo di voti. Restando in vigore la proporzionale pura, che costringe i partiti a presentarsi separati e distinti, non consentendo il collegamento e il premio alla maggioranza, molti comuni strappati ai socialcomunisti sarebbero rimasti invece ai … legittimi titolari. Logicamente, alle tenerezze e alle nostalgie per la proporzionale pura nutrite dai socialcomunisti, e non solo da essi, dovrebbe fare riscontro l’opposizione e la repugnanza da parte della Democrazia Cristiana. Ma se fosse così, la signora democrazia sarebbe donna di severi costumi, e non quella mercenaria da angiporto che è. Infatti in Democrazia Cristiana non è pregiudizialmente né per la proporzionale pura né per il sistema dei collegamenti, ma per … ambedue! Riportiamo il pensiero non certo alato di un altro capintesta della democrazia parlamentare, l’on. Andreotti, il factotum di De Gasperi. Egli faceva, qualche giorno prima delle elezioni scorse un accenno a quello che sarà l’atteggiamento del governo democristiano in sede di discussione della legge elettorale per le elezioni del 1953. Capite? mentre il gregge belante degli elettori si apprestava emozionato all’ora, il sottosegretario Andreotti si preoccupava delle elezioni da indire nel futuro, e con lui, ne siamo sicuri, si preoccupava tutta la cosiddetta classe politica italiana. I poveri elettori hanno dovuto trascorrere quarantotto ore in una altalena di angosce e di felicità prima di conoscere l’esito delle urne. Invece i furbacchioni, come De Nicola, Andreotti e colleghi di parlamento che ben sanno come congegnare le leggi elettorali, se ne strafottevano già interessandosi del da farsi per le elezioni politiche. Quando lorsignori avranno varato la legge elettorale sapremo anche noi, non dubitate ad un anno di distanza quali saranno le «sorprese» della campagna elettorale. Ma dopo questo puzzo, vediamo come l’on. Andreotti intende congegnare la legge elettorale.
Secondo il Corriere della Sera, organo decisamente governativo, il sottosegretario Andreotti dichiarava alla data citata, che è possibile che il Parlamento studi « leggi elettorali diverse a seconda delle zone ». E perché? Secondo Andreotti, il sistema degli apparentamenti ha dato buoni risultati solo nell’Italia del Nord, mentre si sarebbe rivelato uno strumento elettorale inefficiente nelle regioni dell’Italia Meridionale. Il nostro portinaio (e non abbiamo nessuna intenzione di offenderlo) se messo al posto dell’on. Andreotti non avrebbe mancato di fare una riflessione del genere. C’è il fatto che gli apparentamenti hanno fruttato nel Nord centinaia di comuni alla Democrazia Cristiana apparentata, ma ha funzionato male nel Sud, ove, per la caparbia ostilità del blocco monarco-fascista a stare disciplinatamente al gioco governativo, i collegamenti si sono dimostrati, in molti casi, inattuabili. Risultato: la perdita sofferta dalla D. C. di importanti capoluoghi come Napoli, Bari, Foggia, Benevento, passati nelle mani dei monarco-fascisti. Bisogna essere un onorevole per comprendere che per la D. C. il sistema degli apparentamenti puzza nel Sud, mentre sprizza scintille nel Nord? Concludeva re Salomone reincarnato nelle vesti del sottosegretario Andreotti: è possibile che si varino leggi elettorali diverse a seconda delle zone e intendeva dire che si applichi alle elezioni politiche del ’53 il sistema degli apparentamenti limitatamente al Nord, lasciando intatto, o pressoché, il sistema della proporzionale o qualcosa di simile nel Sud. Tanto, diceva il nostro genio, già esiste il precedente dato dalla Sicilia, ove si vota con la proporzionale nelle amministrative. Tante grazie, carissimo onorevole …
Va da sé che Andreotti non poteva che tracciare a grandissime linee il progetto governativo della legge elettorale, che tra non molto sarà discusso nel baraccone di Montecitorio. Ovviamente, quando sarà uscita dalla trafila dei mille mercanteggiamenti, ricatti, subornazioni tipici delle discussioni parlamentari, il progetto governativo riuscirà configurato in maniera che non si può certamente prevedere. Ma le dichiarazioni di Andreotti sono sufficienti a dimostrare come il politicantismo tratti l’affare delle elezioni. La torta è spartita in precedenza, molto tempo prima che i poveri fessi degli elettori vengano chiamati a recitare la penosa commedia di « scegliere i propri rappresentanti ». Ovviamente, i risultati delle elezioni del ’53 saranno decisi, non nelle urne delle sezioni elettorali, ma sibbene nei corridoi di Montecitorio. Supponete che il partito della chierica faccia funzionare implacabilmente in Parlamento la sua maggioranza assoluta ed imponga una legge ispirata ai principii esposti da Andreotti, e poi diteci chi non si sente in grado di prevedere, legge alla mano, quale sarà l’esito delle elezioni del 1953. Ma i milioni e milioni di elettori mica si interesseranno di seguire il decorso e le conclusioni del dibattito parlamentare sulla legge elettorale e anche se lo volessero fare ben poco ci capirebbero. Pure il calcolo è semplice: confrontate i dati complessivi e particolari delle elezioni recenti con il congegno della legge elettorale, che tra pochi mesi verrà sfornata, e saprete, sbagliando di poco, quale parlamento avremo nell’anno venturo. Vi pare troppo semplicistico? Non è colpa nostra. Guardate i calcoli dell’on. Andreotti. Come lui, ragionano tutti i suoi colleghi amici o avversari. È la democrazia, esperta cortigiana consapevole della necessità di fare i casi ai clienti, che è fatta così, il non volerlo riconoscere rovina le masse …