Cretinismo democratico
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In un numero di alcuni anni addietro del Programma Comunista, commentando l’allora ultima giostra di consultazioni popolari in Francia, attaccavamo: «Nessuna vittoria elettorale è mai stata una vittoria, neppure una vittoria limitata, per la classe sfruttata, e la partecipazione massiccia al referendum prova soltanto quanto siano ancora radicate, oggi, nella classe lavoratrice le illusioni elettoralistiche». Ripetevamo così la nostra tradizionale affermazione che è già sconfitto il proletariato nel momento in cui si sottometta a qualsiasi farsa schedaiola, qualunque ne sia l’obiettivo, fosse anche un miglioramento delle condizioni di vita degli operai, e qualunque ne sarà il risultato numerico: «percentuali di infessimento». L’operaio che si presta al gioco, che crede di impugnare il certificato elettorale come titolo di proprietà di un ennesimo del potere collettivo, quell’operaio è già vinto, incanalato dalla democrazia, dall’imbonimento opportunista, dalle illusioni pacifiste e gradualiste, impotente davanti al capitalismo perché disarmato anche di quella minima solidarietà istintiva di tutti gli sfruttati che potrebbe farlo sentire non un infinitesimo indifferenziato del corpo sociale, in balia alla propria coscienza individuale. Da questa, e quindi, dalle urne, non può che sortire un indirizzo fedele riflesso della ideologia della classe dominante.
Non è per motivi estetici o per ‘dogmatismo’ che la nostra corrente di Sinistra ha negato ormai per sempre la possibilità dell’uso del meccanismo democratico, anche solo per approfittare di quella tribuna da cui Lenin utilmente si rivolse al proletariato di Russia per predicare il rivoluzionario superamento di ogni pantomima parlamentare. Ribadito e precisato in cento passi della nostra stampa, codificato in tesi, affermato in tutte le nostre riunioni questo è sempre stato lo schema generale, imposto da esigenze storiche reali e non da valutazioni ideali: Fin dall’apparire della dottrina rivoluzionaria del proletariato piena vittoria sulla filosofia razionalista e liberale della borghesia. Sul piano teorico il nostro nemico è da un secolo e mezzo in rotta. Su quello sociale il proletariato presente come classe scrive già sulla sua bandiera «morte alla democrazia borghese», pur lottando in convergenza con essa contro i resti di un passato servile. Questa fase nei paesi occidentali è superata con la definitiva vittoria storica della borghesia ed è segnata, per gli immemori, dalla nostra Comune parigina e dal sangue proletario versato con le armi di una democrazia da allora condannata a bieco e ipocrita strumento della conservazione. Da allora – e la crisi dei partiti socialisti alla vigilia della guerra mondiale lo conferma con conseguenze rovinose per il nostro movimento – è improduttivo di risultati immediati, pericoloso per la continuità classista dei partiti che vi si sottomettano, causa di equivoci e miraggi nelle file operaie lo scendere dei partiti comunisti sul terreno anche soltanto delle forme, degli strumenti, della fraseologia, della pratica democratica. La Sinistra, unica ad ereditare la lezione sintetica di quelle esperienze, affermò nelle Tesi Caratteristiche del Partito (1951): «Il partito, permanendo questo stato di cose e gli attuali rapporti di forza, si disinteressa delle elezioni democratiche di ogni genere e non esplica in tale campo la sua attività». In breve, dogmaticamente, per i fessi: «non si vota».
Allora fu suggellato dalla esperienza storica che il proletariato non ha niente da difendere e nemmeno da conquistare in questa putrida società, né forme né contenuti e tantomeno in convergenza con strati pretesi progressisti di essa; che ne ha da sempre respinta ogni eredità sovrastrutturale, sia nel campo ideale, sia in quello economico e giuridico fino ai rapporti che appaiono ristretti all’individuo ed alla famiglia. Ne segue che oggi possiamo preventivamente condannare di falsità qualunque riforma che parta dagli istituti borghesi, smascherandone, talvolta dietro l’apparenza favorevole ai lavoratori, una nuova catena dorata che viene ad avvincere il proletariato per subordinarlo al capitale, alla sua ideologia, al suo ingigantirsi. In ogni tentativo di riforma, quando non si ravvisino addirittura grottesche arlecchinate parlamentari per la ‘claque’, abbiamo riconosciuto le convulsioni incontrollate di una società che muore. I fatti ci hanno sempre dato ragione: dalla ‘casa ai lavoratori’, ignobile ricatto di conservazione per la maggioranza esclusa, fino alle «riforme» del diritto di famiglia tendenti ad estendere la validità e ribadire i vincoli del mercantile matrimonio borghese.
Si dovrà diffondere fra le masse la sfiducia nei metodi pacifici ed interclassisti, il proletariato dovrà abbandonare l’illusione di poter spazzare via dalla storia il marciume che oggi appesta – che solo questo erediterà: sfruttamento, miseria, concorrenza, ed anche, eventuali ruderi sociali che la borghesia non potrà mai superare del tutto – con strumenti meno ardui della violenta distruzione dello Stato del capitale.
Propagandare questa sfiducia non significa per il partito trascurare di prendere in esame i problemi sociali solo perché sono prospettati da strati nemici; al contrario ne studia attentamente i significati e le motivazioni reali dietro i fumi della ideologia che li presenta, e la sua critica e soluzione delle questioni non può che essere superiore ed egualmente opposta a tutte le altre in contesa. Il nostro compito non è invitare gli operai ad esprimersi col voto, per la ‘meno reazionaria’ delle parti, ma quello di denunciare i falsi e parziali rappezzi borghesi e contrapporvi la nostra visione del naturale e razionale organamento comunistico futuro che già il partito scientificamente conosce. Gli operai giudicano ed apprendono dal partito, non soltanto dalle sue enunciazioni astratte e generali, ma anche e piuttosto dalle direttive pratiche immediate che impartisce. Così la condanna ‘in blocco’ di questa società si dimostra, agli occhi di un proletariato imbevuto di democratismo, affatto priva di significato reale se, nella azione, non se ne rigettano i metodi e si invitano gli operai ad abboccare all’amo delle elezioni. Ben altre saranno le forme che prenderà la ripresa del movimento di classe.
Questo è quanto il partito, in continuità con le posizioni della Sinistra, ha sempre sostenuto e propagandato fra gli operai contro il «cretinismo democratico». La storia ci ha insegnato come costituisca un pericolo per l’organizzazione rivoluzionaria riconoscere eccezioni nella validità delle sue norme tattiche per situazioni ritenute particolari. Resta nostro compito quindi anticipare al proletariato che la lotta di classe non può ingabbiarsi in codarde conte di schede, dominio della «pubblica opinione», ma è scontro inconciliabile di interessi nei quali è solo la forza che decide. Questo sappiamo è il passaggio obbligato per il riaccostamento di strati operai al comunismo ed alla rivoluzione.