PCI-PSI-Sindacati puntelli dello Stato borghese
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Qual è l’atteggiamento del più grande partito opportunista italiano davanti al crollo dell’economia capitalistica? Sull’Unità del 23-6-74 la direzione del P.C.I. ha emesso un documento dettagliato, rivolto, guarda caso, non alla classe operaia, ma allo Stato borghese. Questo documento, che avrebbe dovuto avere per titolo «come salvare il capitalismo dalla crisi e perpetuarne l’esistenza», indica punto per punto le mirabili riforme attraverso le quali sarebbe possibile uscire dalla crisi naturalmente con il P.C.I. al governo. Rimandiamo ai prossimi numeri la critica delle specifiche posizioni del P.C.I.; per ora è sufficiente affermare con Marx e con Lenin, che lo stato borghese si distrugge e non si riforma; che l’alternativa storica, di fronte alla crisi capitalistica è sempre la stessa: o guerra imperialistica o rivoluzione!
Questo lo sa bene anche il P.C.I. come lo sapeva nel 1945, quando andò al governo per legare il proletariato alla ricostruzione dell’economia capitalistica. Il P.C.I. al governo non può riformare niente, perché non può ridar vita ad un cadavere putrescente. Può solo continuare a svolgere il compito tipico dell’opportunismo di sempre: puntellare lo Stato borghese in qualsiasi momento e in qualsiasi situazione, al governo o all’opposizione, in periodo di pace o in periodo di guerra.
Questo compito può essere svolto in un solo modo: distogliendo il proletariato dalle sue prospettive rivoluzionarie col miraggio della ascesa al governo. Se la borghesia chiamerà il P.C.I. a questo alto ufficio non sarà per la realizzazione delle impossibili riforme, ma perché un partito che si dice comunista può molto meglio dei partiti borghesi immobilizzare il proletariato sotto il duplice peso della crisi e della sua infame autorità.
In questa catena che l’opportunismo politico sta legando al collo degli operai, vi è un anello di fondamentale importanza: i sindacati.
Qual è la posizione di quelle che dovrebbero essere le organizzazioni di difesa economica degli operai? «I sindacati sono pronti a fare la loro parte per superare la crisi» dice Lama (Unità 28-6-74). A questo proposito vengono fatte proposte intese a spingere il governo ad una politica economica più adeguata, per avviarla «attraverso le riforme, a una nuova politica di sviluppo» che comporti un «aumento della produzione» (Unità 19-7-74). Per questi obiettivi si faranno «lottare» gli operai, nella misura in cui l’economia nazionale non sia danneggiata da un eccessivo numero di ore di sciopero. Naturalmente, in un momento come questo, gli operai dovranno dimostrare, come già stanno facendo le dirigenze sindacali, «spirito di sacrificio» e «senso di responsabilità».
Sacrificarsi dunque. Ma perché? Quali sono i vantaggi materiali che gli operai come singoli e come classe otterrebbero da ciò? Non certo un miglioramento delle loro condizioni di vita, condizioni insostenibili ormai per la maggioranza degli operai. No, agli operai si chiede ancora più fatica, sangue e privazioni. Si deve dunque lottare per salvare i propri aguzzini? Secondo i signori della CGIL-CISL e UIL questo è il compito della classe operaia. Secondo questi signori i proletari hanno qualcosa da difendere nell’attuale società, delle riserve che gli operai avrebbero accumulato negli ultimi trenta anni. Ma a cosa ammontano queste riserve? Cassa integrazione, pensioni, sussidi ai disoccupati, assistenze varie, nella misura in cui hanno un efficace funzionamento, sono solo forme integrative del salario e come e più di questo, suscettibili di svalutazione o addirittura di disintegrazione quando la borghesia, che tramite il suo Stato le gestisce, cercando di stare a galla nella marea della crisi, non potrà più mantenerle. È quindi reso sempre più chiaro a tutti che l’unica garanzia di sopravvivenza degli operai è la possibilità di ricevere un salario adeguato almeno all’aumento dei prezzi, il quale aumento è la manifestazione più evidente dell’attacco che il padronato organizza quotidianamente ai loro danni. In pratica ne discende che all’aumento del costo della vita la classe deve rispondere imponendo, con tutta la sua forza organizzata, un aumento dei salari in misura almeno equivalente. Ma perché ciò sia possibile è necessaria una organizzazione economica che difenda i reali interessi della classe negli obiettivi e nei metodi di azione. Possiamo dare questa patente alla attuale CGIL, infeudata ad una dirigenza opportunista? No! E non da oggi, ma dai tempi della CGIL di Di Vittorio, i sindacati nati dall’antifascismo e cresciuti all’ombra della ricostruzione nazionale sulle spalle degli operai, sono sempre stati caratterizzati dalla difesa, nella loro azione, degli interessi dello Stato borghese.
Ma basta guardare anche la sola attualità per potere affermare che la linea di chi aborrisce scioperi generali che investano l’intero paese, di chi teme di esagerare indicendo scioperi di quattro ore superarticolati, dilazionati nel tempo e regione per regione, di chi vuol far credere agli operai che il capitalismo diventerà un paradiso terrestre grazie alle riforme e sbandiera a ogni piè sospinto la teoria del «nuovo modello di sviluppo», la linea, infine, di chi taccia di corporative le rivendicazioni riguardanti il salario e l’orario di lavoro, è una linea di tradimento, è la linea di chi si pone sulla posizione della difesa ad oltranza del diritto del padrone a sfruttare l’operaio, sulla posizione quindi della conservazione della marcia società borghese.
Per i marxisti rivoluzionari la strada da seguire è sempre stata ben diversa: la crisi è una periodica manifestazione del capitalismo di incapacità ad organizzare il suo funzionamento e la sua produzione alla scala mondiale. Quando si verifica, esso dimostra di non riuscire a mantenere nemmeno a livello di schiavi gli operai sul cui lavoro fonda il suo sistema. Non è quindi quello capitalistico un sistema che meriti di sopravvivere o che sia suscettibile di essere migliorato in qualche modo: il suo destino è la sua distruzione, ad opera del proletariato mondiale guidato dal suo partito rivoluzionario, il Partito Comunista.
Quali le rivendicazioni e i metodi di lotta che la storia ci insegna, gli operai devono perseguire per difendere realmente le loro condizioni di vita e di lavoro dal rullo compressore del capitale che ogni giorno schiaccia la classe proletaria con la svalutazione dei salari, con l’aumento parossistico dei ritmi di lavoro, con la condanna alla disoccupazione e alla sottoccupazione e per marciare, nello stesso tempo, verso la meta finale dell’abbattimento del regime borghese?
- Rinascita del sindacato di classe, cioè di un sindacato che affermi e difenda senza quartiere gli interessi di vita e di lavoro dei proletari, e non accetti mai di subordinarli alle cosiddette superiori esigenze della azienda, dell’economia nazionale, della patria, della democrazia, ecc.;
- Obiettivo fondamentale per i metodi ed il contenuto della lotta dovrà essere una crescente solidarietà fra i lavoratori; rifiuto, quindi delle lotte articolate, settoriali, spezzettate per categorie e per aziende, per tornare al metodo delle lotte il più possibile estese nel tempo e nello spazio. Abbandono del metodo spregevole delle contrattazioni separate aziendali, e ritorno a rivendicazioni interessanti l’intera classe proletaria, fra cui la riduzione generale ed indiscriminata della giornata di lavoro, l’aumento generale del salario con crescente avvicinamento dei salari più bassi ai più alti, l’abolizione dei premi di rendimento, cottimi, straordinari, permettendo così fra l’altro di lavorare anche ai compagni disoccupati.
Altro obiettivo sarà la riduzione drastica delle qualifiche, delle differenziazioni salariali per mansione, per sesso, per età, per zona, altro mezzo borghese per dividere gli operai. - L’organizzazione sindacale non deve restare chiusa nel cerchio senza uscita dell’azienda, ma deve affermare e proclamare nei fatti la sua natura di organizzazione generale, di tutta la classe operaia sul piano economico.
Queste sono le direttive sulle quali si dovrà muovere il vero sindacato di classe, che dovrà divenire la «cinghia di trasmissione» del vero partito comunista, perché non è dato ad un sindacato di essere apolitico: o esso fa, come oggi, una politica da riformisti e da «patrioti», e quindi serve gli interessi borghesi; o viene permeato da una politica comunista, rivoluzionaria, di classe, e solo allora difende anche gli interessi immediati dei proletari. Noi lottiamo perché le lotte rivendicative e le organizzazioni economiche diventino, sotto la guida del partito rivoluzionario marxista, il punto di partenza, la leva, della lotta per lo abbattimento del regime capitalista e l’instaurazione della dittatura del proletariato.
Nessun sacrificio e sforzo degli operai a favore dello Stato, della economia e della «democrazia». Tutte le forze invece intese alla ricostituzione degli organi economici di classe, al ricollegamento di essi col partito comunista internazionale di sempre, per l’abbattimento del sistema capitalistico per il comunismo.