Partito Comunista Internazionale

Dalla cibernetica al carbone, ovvero dalle stelle alle stalle

Categorie: Fossil fuels, Netherlands, Technology, UK

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È ormai un luogo comune della cosiddetta «borghesia progressista», antiparassitaria e smaniosa di riforme, il richiamo struggente al «buonsenso» di tutti, ma soprattutto l’appello alla scienza e alla tecnica come toccasana per la soluzione di ogni problema, di fronte all’incalzare della crisi economica ed al radicalizzarsi degli scontri al livello sociale.

L’ultimo grido in materia di criteri tecnologici per risolvere la crisi energetica proviene, secondo La Stampa del 28 giugno ’74, dall’Inghilterra e dalla Olanda: banditori due emeriti tecnocrati, sir James Taylor, della Royal Society of Arts e l’accademico Charles Bottcher. Il titolo del servizio de La Stampa è: «Guardare al sole». Tutto un programma per una «scienza» incapace di vedere al di là dei fenomeni superficiali: l’inflazione e la crisi del petrolio, fonti di ogni male.

«Distinguiamo tra inflazione e crisi del petrolio – esordisce sir Taylor – la prima è veramente pericolosa, è come un cancro nel nostro tessuto economico e va estirpata. La seconda, nonostante le sofferenze e i sacrifici, sarà salutare, ci costringerà a rivedere i nostri modelli sociali e tecnologici». È bene rimettere subito in piedi, secondo il nostro paleolitico metodo marxista rivoluzionario, una questione che borghesi e opportunisti fanno a gara per confondere naturalmente non perché «non sappiano» ma perché si tratta di confondere le acque per la conservazione del modo di produzione capitalistico. Inflazione e crisi del petrolio non sono eventi casuali, piovuti dal cielo, frutto della «cattiva stella» ma il prodotto della crisi del Capitale, incapace di risolvere le sue interne contraddizioni, e in particolare la più seria e grave, è cioè la caduta tendenziale del saggio di profitto che condanna le frazioni del capitale stesso ad una lotta senza quartiere, che genera la più spietata concorrenza nell’ambito stesso della corsa alla concentrazione monopolistica, il confronto non necessariamente disteso e pacifico dei colossi imperialistici, illusioni e sogni di rivincita nei cosiddetti paesi del «terzo mondo», nei quali inevitabilmente il proletariato ed i contadini poveri pagano duramente l’impossibilità storica di collegarsi alle lotte della classe operaia delle metropoli, castrata dalla politica opportunistica che ha ormai celebrato le sue macabre nozze d’oro con la borghesia, sia essa democratica e progressista, o dittatoriale e autoritaria. Ci dispiace per sir James, ma per noi, seguaci dell’archeologico metodo marxista, l’unica via di uscita dalle crisi ricorrenti e sempre più intricate del capitalismo è la ripresa della lotta di classe a livello mondiale, il passaggio obbligato alla dittatura proletaria, sotto la direzione del partito unico comunista internazionale.

Ma sir James ha invece in tasca, poverino lui, la ricetta per evitare in un sol colpo l’imperversare dell’inflazione e la ripresa della lotta di classe e così continua imperterrito: «La crisi del petrolio ha esasperato le contraddizioni del nostro tempo: il conflitto tra consumismo ed inflazione, quello tra imprese e sindacati, quello tra industria e tecnologia, quello tra uomo e macchina. Ci ha dimostrato che un maggior benessere non comporta necessariamente una migliore qualità di vita (ed allora, che benessere è?). Ha indicato nuovi strumenti di sviluppo: il riciclo industriale, le fonti alternative di energia, ecc…» Riflette un momento: «… Ci ha anche ammonito che senza una collaborazione tra i vari interessi, le varie classi, i vari paesi, sarà la catastrofe, ed essa incomincerà dal terzo mondo affamato e senza lavoro».

Ed ora, se permette, la parola a noi. A proposito della perla che si riferisce al conflitto uomo-macchina, siamo proprio stufi di ricordare che questa storia piccolo borghese secondo la quale le macchine sono seriamente intenzionate a farsi un boccone dell’uomo è ancora una volta più vecchia del nostro paleomarxismo: risale ai movimenti luddistici, quando, in mancanza di una teoria critica rivoluzionaria poteva anche essere un valido moto di protesta la distruzione delle macchine: oggi, pretendere di riproporci il conflitto «esistenziale» uomo-macchina è semplicemente stomachevole e reazionario. Ci preme inoltre ricordare, perché con lui intendano tutti i suoi compari, da Agnelli ai nuovi partners opportunisti dal PSI al PCI, che da quando il Capitale è Capitale mai si è fermata la corsa al cosiddetto «riciclo» industriale, alle cosiddette «fonti alternative» di energia: con una piccola precisazione supplementare, che queste necessità del modo di produzione capitalistico non sono mai state determinate o peggio «scelte» dal «buonsenso» o dalla «ragione tecnica» o «tecnologica» come più fa piacere ma, dalla ragione del Capitale stesso, condannato a vivere del sangue vivo della classe operaia nel suo processo interno di strutturazione della propria composizione organica, nella quale il Capitale costante tende a sostituire il Capitale variabile, cioè a cacciare dal posto di lavoro la classe dei salariati. Ma almeno una lo «scienziato» l’ha imbrocata: la questione della catastrofe anche se accompagnata dalla sballatissima previsione che essa comincerà dal cosiddetto «terzo mondo» affamato e senza lavoro. Ha ragione sir James, o collaborazione tra le classi, e dunque tra nazioni, o catastrofe, che tradotta in verbo marxista, significa guerra tra le classi e rivoluzione proletaria mondiale. Ma di grazia, per tutti gli illuministi e razionalisti antimetafisici non eravamo noi fino ad ieri i catastrofisti, Cassandre sempre pronte a prevedere sventura e morte?

La borghesia, tecnologica o ideologica, democratica o totalitaria, quando sente odor di bruciato, getta la maschera e comincia a gridare al lupo, perdendo ogni regola della buona creanza e spaventando tutti, vecchi e bambini. Noi non abbiamo mai mollato la classica marxista tesi catastrofica: anche quando sembravano prevalere le «magnifiche sorti» e «progressive» non ci siamo stancati di ripetere che non poteva durare: era scritto nei sacri testi, ma venivamo presi per matti, come del resto ancora oggi. Con la differenza che non ce la siamo mai presa col «destino cinico e baro» nel vedere le «masse» lontane da noi anzi in attitudine di fregola nei confronti di tutti i melliflui promettitori di benessere, casa, ospedale, scuola e via dicendo.

Sapevamo che quella era ed è la nostra funzione, sapevamo che la talpa lavorava e lavora per noi, piaccia o non piaccia a tutti gli adoratori del presente e della realtà facile. Ci dispiace per il brutto scivolone del Sir, quando presume che l’«uragano» partirà dai «paesi poveri». Ma poi poveri di che? In quanto alle materie prime avevamo sempre sentito dire che il disgraziato «terzo mondo» è stato ed è, semmai, giornalmente spogliato delle sue ricchezze preziose in relazione allo sviluppo capitalistico metropolitano. La povertà dei paesi africani ed asiatici è concepibile solo in rapporto ad uno specifico modo di produrre e di consumare: il modo di produzione capitalistico. Non è per nulla un dato assoluto e «naturale».

«Mi auguro, insiste il Taylor, che dalla crisi nasca una società veramente tecnologica, in cui la scienza sia al servizio della popolazione, il rigore informi l’azione dei governi, e venga tutelato l’ambiente naturale. Siamo in un momento difficile, ma ciò è proprio di tutte le transizioni. Mi confortano la generale presa di coscienza dei nostri interrogativi e il rilancio della ricerca e dello sviluppo. L’America si è già messa all’opera col progetto “indipendenza” per l’autonomia energetica: ha coniato un nuovo slogan: “tecnologia alternativa”, con cui sottolinea il ritorno ai problemi della terra dopo le avventure della cibernetica e dello spazio». Un vero salto acrobatico «dalle stelle alle stalle», come si vede, ma niente affatto casuale ancora una volta. Solo che non ci piace il linguaggio volutamente generico e approssimativo del nostro «scienziato», una delle più sofisticate forme, anzi la chiave per «denominarsi», come direbbe R. Barthes. Marx ha bollato con durezza questo feticismo delle ipostasi: che significano parole generiche come «popolazione, governi, coscienza»? E che dire poi della «transizione»? Transizione di che a che cosa? Almeno un concorrente di sir James, G. K. Galbraith ha la faccia di parlarci di società post-industriale, di transizione alla tecnostruttura, che non significa ugualmente niente, ma c’è niente e niente, dopotutto.

Di tautologia in tautologia il Taylor insiste: «… è iniziata la terza rivoluzione del periodo post bellico, quella energetica, dopo quella atomica e quella elettronica. A breve scadenza bisognerà concentrarsi sulla produzione carbonifera e sulla costruzione delle centrali nucleari; ma a lungo termine sfrutteremo altre sorgenti di energia, il sole, chissà, forse l’idrogeno. Per ora, noi inglesi siamo fortunati: sul mare del Nord c’è petrolio, non solo per noi, bensì anche per la Comunità europea».

E bravo! Ma quante rivoluzioni! Il tecnocrate, risaputamente allergico a quella sociale e politica, delle rivoluzioni industriali e tecniche ne fa veramente spreco. Lo consigliamo a farne economia, perché potrebbe darsi che dopo l’abbondanza, come per l’energia, venga la carestia, ed allora, povero lui, e ci darebbe ragione, non rimarrebbe proprio che quella sociale! Non ci risulta che le risorse naturali siano in grado di per se stesse di fare rivoluzioni. Secondo il tecnocrate, incapace di vedere dietro le cose i rapporti sociali, umani, vivi e storici, il carbone fa la sua brava rivoluzione, dopo di lui e contro di lui il petrolio, poi l’energia atomica, e infine, per chiudere hegelianamente il ciclo, il carbone, in attesa che si sveglino sole ed idrogeno; si ripresenta, battuto ma non distrutto, a riproporre le sue acrobazie! Questa perla non la raccoglierebbero neanche i porci.

Ma la borghesia ha i piedi per terra e, dopo la sbornia cibernetica, «realisticamente» riscopre il carbone. Oh! sì è vero, tutto ciò ha una sua logica, non saremo certo noi a negarlo. È la logica del Capitale, costretto dalle forze produttive che esso stesso ha scatenato a voltar le terga in precipitosa fuga verso la sua origine, nelle braccia del prosaico e nero carbone. Non ha fatto in tempo a dare un’occhiata all’Empireo che è costretto a ripiombare fra le braccia del demonio. Ma ancora una volta, ed una volta per sempre, ce lo ha detto Marx: «La società capitalistica scatena forze infernali che non è poi in grado di dominare».

Il fatto è che a ricacciare il muso sotto le viscere della terra sono sempre i soliti, i salariati, i musi neri. Solo loro saranno in grado di rovesciare i rapporti di produzione che li abbrutiscono ogni giorno di più, una volta che sotto la spinta delle determinazioni sociali avranno rigettato l’abbraccio di opportunisti e manutengoli ed esprimeranno tutta la loro violenza rivoluzionaria sotto la guida del partito storico della rivoluzione comunista. Sir James storce pure la bocca di fronte alla nuova giaculatoria, ma così sarà, gli piaccia o no, non per opera della ragione, ma della forza, dell’istinto, compresa la fame, sissignore, e la sete, sissignore!

Più perentorio, Charles Bottcher, di professione manager, cavaliere senza paura nel paese dei mulini a vento (attento, hidalgo, si ricordi delle magre del cavaliere della Mancia!) da una sua versione della rivoluzione energetica, sostenendo di diffidare dell’energia nucleare, che presenta problemi di inquinamento e di radiazioni. «Insisterei, sostiene, nell’energia solare, che è pura, abbondante, eterna». E aggiunge: «Non penso che stiamo per esaurire le risorse della natura, se non in senso economico, cioè perché il loro prezzo è divenuto “impossibile”: è il caso del legno, oltre che del petrolio, ma se ne potrebbero citare infiniti altri… è una questione di efficienza, di ordini di precedenza, per me è anche un ritorno al realismo dopo l’euforia cibernetica e spaziale e non significa affatto pessimismo». Dunque il «manager» lo sa: non è questione di crisi e di carenza di risorse naturali, ma di prezzi impossibili. Ci permettiamo di tradurre nel nostro solito crudo linguaggio: la concorrenza capitalistica giunta al suo parossismo in fase imperialistica ultraputrida comporta la ricerca della produzione al più basso costo per ottenere il massimo profitto possibile; le risorse naturali non possono essere utilizzate secondo un vero e proprio piano, perché troppi piani si intersecano contraddicendosi a vicenda; da qui un uso disastroso della stessa natura e l’incaglio dei meccanismi economici e sociali che culmina nel prezzo «impossibile». Ma come è possibile rimettere in moto il meccanismo?

Il nostro cavaliere lo sa eccome: «A mio parere la riforma più impellente è quella della macchina governativa. Le industrie stanno guardando già al secolo XXI, ma i governi sono fermi al XIX per mentalità, funzionamento, strutturazione. Consulenti manageriali dovrebbero rivederne gli ingranaggi, le categorie». In sostanza, cosa ci propone il nostro tecnico? La riforma dello Stato che, molto propriamente, ha definito, «macchina governativa». Il suo torto è di non spiegarci in che consiste questa macchina e, se ce lo permette, lo diciamo noi: è lo strumento repressivo attraverso il quale una classe domina l’altra. La riforma di questa macchina, considerata inefficiente, comporta inevitabilmente un suo rafforzamento, cioè maggiore repressione per la classe dominata. Come si vede il linguaggio del tecnocrate apparentemente neutrale, arriva alle stesse conclusioni degli ideologi, a parole disprezzati, dello Stato cosiddetto «forte» e perché no, diciamo pure «etico». Così i tecnocrati illuministi e fautori dello Stato forte si saldano nell’unica prospettiva dell’inasprimento della dominazione di classe. In alternativa noi conosciamo e continuiamo a credere alla solita, vecchia ricetta. Contro la riforma dello Stato, la distruzione dello Stato borghese; contro la pretesa di renderlo più efficiente e ordinato, la sostituzione di esso con una nuova macchina, anche essa repressiva, ma di segno opposto, cioè lo Stato proletario diretto dal partito comunista unico mondiale. Solo questa nuova macchina sarà in grado di «riformare» la società secondo un piano; soltanto allora le cosiddette risorse naturali potranno essere utilizzate in maniera «razionale». Soltanto allora la volontà umana, in quanto volontà di specie, sarà in grado di dominare la realtà e di organizzarla.