Il proletariato ripudi per sempre la influenza delle mezze classi in rovina
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La crisi economica del capitalismo, come un fenomeno naturale periodico, previsto perché conosciuto soltanto dal movimento rappresentante coloro che non hanno niente da perdervi, torna a rammentare alla deforme coscienza che la classe dominante ha di se stessa la impossibilità congenita del suo modo di produzione di continuare ad accumulare indefinitivamente, la condanna della storia, troppo facilmente dimenticata nella ebbrezza dei momenti di produzione crescente, per cui il suo regime presterà il fianco al colpo mortale di un risorto proletariato.
Nella dottrina comunista rivoluzionaria risale a Marx l’analisi della meccanica dell’andamento ciclico di alcune grandezze della economia capitalistica: definimmo le brusche cadute dalla continuità delle curve come crisi di sovrapproduzione relativa, fenomeni sconosciuti ed assurdi per i precedenti modi di produzione, come per il successivo nostro comunistico, propri soltanto di una società dannata alla accumulazione del valore capitale.
A subire le conseguenze dell’incepparsi della produzione e degli scambi non sono soltanto forti strati di operai che vedono svanire insieme al posto di lavoro ed al salario anche ogni illusoria garanzia di benessere, ma anche tutti i ceti intermedi fra proletariato e capitale. Sono questi o forme economiche ibride, non ancora pervenute alla piena separazione del lavoro dalle sue condizioni e risparmiate per vari motivi dall’avanzare della concentrazione, come alcune categorie di lavoratori agricoli o artigiani, oppure veri e propri strati parassitari, nel commercio o nel cosiddetto «mondo della cultura», prosperanti nei periodi di produzione crescente, la funzione dei quali, quando ne hanno una, è di farsi veicolo nella società delle grottesche ideologie e direttive del capitale impersonale.
Come già dimostrato dalle precedenti crisi economiche, in particolare quella del 1929, e come già descritto dai nostri classici, le temporanee difficoltà in cui si trova la riproduzione del capitale hanno per effetto una forte spinta alla concentrazione delle forze produttive e, nell’era dell’imperialismo, delle centrali finanziarie – risultato progressivo quindi. Parallelamente i crolli in borsa e i fallimenti delle banche minori, pilotati dai grandi istituti di credito che ne rastrellano i rottami, provocano la rovina di una miriade di piccoli risparmiatori e piccoli azionisti traditi che si vedono improvvisamente trasformati da categorie agiate nella condizione di poveri. Per altro, durante le crisi, mentre il processo di proletarizzazione continua, l’aumento nel numero dei salariati, velocissimo in tempi prosperi per il capitale, temporaneamente rifluisce con lo svuotarsi delle officine e con il ritorno di operai già alla produzione ad occupazioni extra industriali. I comunisti non si aspettano quindi dalla crisi economica un avvicinarsi del capitalismo verso un modello socialista: sia la crisi, sia l’euforia produttiva sono fasi entrambe funzionali all’infernale accumulazione. Del resto l’impoverimento dei ricchi, il livellamento retributivo sarebbe ben poca rivendicazione di fronte al nostro programma; e nemmeno appagherebbe una società costituita dal mille per mille di salariati, come dicevano si trovasse nei «paesi socialisti». Non miriamo ad una ripartizione egualitaria della ricchezza ma alla distruzione di ogni ricchezza nella sua forma mercantile.
L’opportunismo, nato storicamente come degenerazione di partiti comunisti, è divenuto il rappresentante ed il paladino degli interessi della multiforme piccola borghesia e non a caso ha ereditato, in farsa per sfasatura storica, le parole d’ordine di libertà e democrazia, riflesso secoli addietro della vittoria del capitalismo nascente. Oggi, consumato quel trapasso storico, l’opportunismo trova il suo alimento sociale nel malumore dei ceti intermedi, la sua ideologia nella teorizzazione della coesistenza nel corpo sociale di tutte le frazioni, la sua principale funzione, demandatagli dalle necessità difensive del regime, nello stemperare nella lotta di classe l’asprezza di un confronto diretto proletariato-capitale.
Nelle fasi di accumulazione montante in cui strati sociali spuri si moltiplicano ed il capitale dispone di margini per corrompere aristocrazie operaie, riesce facile a partiti che si fregiano del nome di Marx e di Lenin deviare di 180° dalla tradizione di quelli, riuscendo a nascondere, soffocare e sottomettere le necessità storiche ed immediate del proletariato nel conservatore e viscido progressismo interclassista. Ed è infatti sventolando cinicamente la bandiera de «la lezione marxista sulle crisi…» (Rinascita), che partiti nazional-comunisti con codazzo di gruppi e gruppetti che noi abbiamo tutti riconosciuti inquadrabili nella stessa matrice radical-borghese, presentano le loro soluzioni per salvare la collettività dal naufragio. Per tutti costoro la crisi economica è un male in assoluto: con il progredire di essa vedono sparire il terreno sociale su cui poggiano; irrimediabilmente conservatori, assistono con apprensione ad ogni assestamento del capitalismo, temono il troppo capitalismo. La concentrazione della finanza, con la rovina delle mezze classi che si porta via i sogni piccolo borghesi di «pace e di progresso», suona a morto, ahimè, per la «democrazia e la stessa civiltà». Quanto lontano dalla visione storica e dialettica del marxismo!
Per l’opportunismo quindi tutto il Capitale di Marx sarebbe solo una descrizione statica del capitalismo e non suonerebbe, come è in realtà e come chiaramente si legge in cento passi, inappellabile condanna di un modo di produzione che più si agita, più è avvinto dagli stessi effetti di tanto dimenarsi; dimentica che il motivo dominante che suona in tutta la nostra descrizione dell’economia capitalistica è la scoperta che la storia ha incaricato il proletariato di abbattere violentemente, e non di rappezzare, questo decrepito modo di produzione.
Tali organizzazioni opportuniste, rappresentate dai vari Partiti Comunisti di marca stalinista, ufficiali e non, sono irreversibilmente passate nel campo borghese e l’atteggiamento che assumono contro la classe operaia nei momenti critici del regime lo dimostra: quando le tensioni sociali sono così acute che è impossibile fingere una linea di compromesso fra proletariato e piccola borghesia e si impongono esplicite prese di posizione, ecco che si stigmatizza come «corporativo» qualunque movimento rivendicativo operaio anche soltanto economico. Tutto in quei momenti nuoce alla stabilità e alla sopravvivenza dell’ordine esistente. Più oltre, quando per l’avanzare della crisi si profila soltanto il pericolo della rivolta degli sfruttati, davanti alla decomposizione economica delle mezze classi, l’opportunismo – come anche individualmente ogni piccolo borghese istintivamente sente – prende atto che il naturale ambiente sociale di tutti gli strati intermedi e sola garanzia della loro sopravvivenza sono le pieghe del mantello del grande capitale, che pur li tiranneggia, ma al quale li affratella il terrore che i senza-riserve si mettano in moto ed il comune estremo baluardo in difesa dei propri privilegi: lo Stato anonimo del capitale. Nessun dubbio sulla linea da adottare, unità di classe borghese contro il vero nemico, il movimento del proletariato; a dopo le polemiche sulla «vera democrazia», sul «decentramento e la gestione sociale», grandi parole che mascherano solo contese sulla ripartizione del plusvalore. È il PCI di questi giorni che è pronto a mettere da parte qualunque rivendicazione autonoma, che non coincida cioè con la bisogna del grande capitale. Non è questo il momento di richiedere «riforme di struttura», per «salvare il Paese dalla crisi» prima di tutto Ordine, continuità dello Stato. L’ora è grave, il popolo tutto si stringa intorno alla Nazione in disgrazia, unità, per costringere il proletariato a non scioperare, a lavorare di più con salari dimezzati, a lasciarsi espellere dalle fabbriche e, se la Patria chiama, a macellarsi a vicenda nella guerra imperialistica, nella comune speranza che giammai ritrovino col loro partito la coscienza della propria potenza storica.
Per il partito comunista rivoluzionario la crisi del capitale, decisiva discontinuità nell’apparente pacifico snodarsi della produzione e dei rapporti fra le classi, è connaturale, anzi indispensabile al ripetersi dei cicli della produzione; non è un accidente, provocato da imperizia o cattiva volontà di governanti. È un reagente che mette in piena evidenza particolari aspetti di questo infame modo di produzione.
La crisi crea le condizioni materiali che permettono al partito proletario di contrapporsi all’opportunismo anche nei confronti degli strati sociali che di questo costituiscono la base; con lo svanire di privilegi e di illusioni i comunisti possono dare il loro indirizzo proprio a quelle mezze classi in precipitosa rovina. Questi sono strati sociali che devono essere resi almeno neutrali nella guerra di classe e di molti dei quali da non trascurare il peso economico, come dei lavoratori non salariati dei campi. Alla piccola borghesia solo il partito comunista può presentare soluzioni che spazino oltre il meschino orizzonte della produzione e del commercio parcellare, tanto avari nel compensare la fatica di lavoro; negherà, è vero, la loro stessa figura sociale ma sarà l’unico a non abbandonarli in preda alla grande finanza, all’usuraio, al proprietario fondiario, ai monopoli.
All’opposto di quanto promette il grande Partito ex-Comunista e tutti i gruppetti, a parole ad esso opposti ma di fatto al suo seguito, il comunismo, nel cui programma sta il superamento di ogni economia, grande o piccina, non illude la piccola borghesia sulla sopravvivenza storica dei propri ruoli, la spinge a scegliere fra la protezione dello Stato borghese e la sottomissione alla dittatura e futura ristrutturazione economica proletaria. Questi ceti si schiereranno dalla parte di coloro che al momento sembreranno i più forti, sempre pronti a tradire e a salutare entusiasticamente chi trarrà la vittoria.
Le crisi sono dei punti particolari, angolari, delle curve descriventi l’economia del capitalismo. Da tali punti, scrivemmo, «tutte le direzioni sono al tempo stesso possibili». È possibile uscire da uno di questi in una direzione opposta, anzi fuori, in un’altra dimensione, quella del non mercantile socialismo solo se il proletariato riuscirà ad incuneare nella discontinuità il ferro della sua violenza sovversiva.