Mozambico: Il Frelimo chiude vergognosamente la lotta di liberazione nazionale
Categorie: FRELIMO, Mozambique, Portugal
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Noi marxisti abbiamo sempre combattuto ogni indifferentismo nella questione nazionale; non abbiamo mai negato il valore rivoluzionario delle guerre di indipendenza, ma abbiamo sempre attribuito loro una importanza subordinata agli interessi di classe del proletariato. Se per la borghesia la conquista dell’indipendenza nazionale è un fine, un punto di arrivo (dopodiché essa cessa di essere rivoluzionaria), per il proletariato è un mezzo, una fase necessaria «per produrre le condizioni migliori per la lotta di classe». «La borghesia pone sempre in primo piano le sue rivendicazioni nazionali. Le pone incondizionatamente. Il proletariato le subordina alla lotta delle classi… Al proletariato importa assicurare lo sviluppo della propria classe» (Lenin, «Sul diritto di autodecisione delle nazioni», 1914).
Nel Manifesto del 1848, all’approssimarsi della rivoluzione borghese in Germania, Marx scrive: «In Germania il Partito Comunista lotta insieme colla borghesia ogni qualvolta questa prende una posizione rivoluzionaria contro la monarchia assoluta, contro la proprietà fondiaria feudale e contro la piccola borghesia reazionaria. Esso però non cessa nemmeno un istante di sviluppare tra gli operai una coscienza quanto è più possibile chiara dell’antagonismo e dell’inimicizia esistente fra la borghesia e il proletariato, affinché gli operai tedeschi siano in grado di servirsi subito delle condizioni sociali e politiche che la borghesia deve introdurre insieme col suo dominio, come di altrettante armi contro la borghesia e affinché dopo la caduta delle classi reazionarie in Germania subito si inizi la lotta contro la borghesia stessa».
E nel 1850, dopo che lo svolgersi degli avvenimenti aveva confermato la giustezza di queste posizioni, Marx scrive: «Già nel 1848 vi dicemmo, fratelli, che la borghesia liberale tedesca sarebbe giunta quanto prima al potere e avrebbe subito ritorto contro gli operai il potere appena conquistato. Avete veduto come ciò sia stato compiuto. Furono infatti i borghesi, dopo il movimento del marzo 1848 a prendere subito possesso del potere dello Stato e a utilizzarlo per respingere senz’altro gli operai, loro alleati nella lotta, nella primitiva posizione di sottomissione» («Indirizzo al Comitato Centrale della Lega dei Comunisti»)
Nei recenti avvenimenti africani che hanno sconvolto il traballante impero coloniale portoghese, troviamo una nuova lucida conferma delle classiche invarianti posizioni marxiste.
Nel Mozambico, come negli altri suoi «territori d’oltremare», il Portogallo, paese arretratissimo da un punto di vista industriale, ha sempre esercitato il colonialismo «per conto terzi»; una volta come fornitore di schiavi alle piantagioni americane, oggi per consentire alle grandi compagnie lo sfruttamento delle enormi risorse di queste regioni. Ma lo sfruttamento di questi territori, come sempre avviene, doveva necessariamente creare le premesse per la fine del regime coloniale. La violenta espropriazione degli indigeni, la rovina dell’antichissima struttura tribale, ha consentito lo sfruttamento delle risorse naturali e la creazione di un esercito di mano d’opera a basso costo, ma ha anche dato vita a una borghesia indigena e a un proletariato e semiproletariato negro che minacciosamente si ammassa nelle «bidonvilles» attorno alle metropoli bianche.
Da oltre dieci anni, la borghesia indigena ha scatenato la guerriglia di liberazione nazionale contro i colonialisti portoghesi.
Il Portogallo non poteva più sostenere il peso di questa guerra che assorbiva oltre il 40% delle sue risorse finanziarie. I proletari portoghesi, nella scorsa primavera, hanno scatenato una ondata di rivendicazioni economiche (dimostrazione pratica di cosa possa fare il proletariato occidentale in aiuto dei suoi fratelli del «terzo mondo»). Infine, alla fine di luglio, in Mozambico, l’esercito portoghese subì delle sonore batoste da parte dei combattenti nazionalisti del Frelimo.
Fu così che il 26 luglio, il Gen. Spinola dichiarò: «È giunto il momento per il Portogallo di riconoscere ai popoli dei suoi territori d’oltremare, il diritto di prendere nelle proprie mani i loro destini». Il governo portoghese si dichiarava così pronto ad «aprire trattative» per il «trasferimento dei poteri» ai movimenti di liberazione nazionale. Le trattative con il FRELIMO, condotte dal «socialista» Soares, si sono concluse il 7 settembre con la firma dell’accordo di Lusaka. Quest’accordo è frutto di un compromesso ed è da parte del FRELIMO un vero tradimento delle proprie aspirazioni nazionali. Esso infatti prevede:
- La formazione a partire dal 25 giugno 1975 di un governo di transizione composto per due terzi da membri del Frelimo e per un terzo da rappresentanti di Lisbona.
- La formazione di una commissione militare mista con il compito di «mantenere l’ordine».
- Il Frelimo si impegna a rispettare gli obblighi finanziari presi dal governo portoghese in nome del Mozambico.
Inoltre, nessuna precisazione viene fatta riguardo alla permanenza o meno delle truppe portoghesi.
Perché dopo una lotta di oltre dieci anni contro un nemico che ha perpetrato crudeltà indicibili ai danni delle popolazioni inermi, e proprio nel momento in cui questo nemico si trova in gravi difficoltà, il Frelimo accetta questo vergognoso compromesso?
La risposta a questo interrogativo va cercata nelle «bidonvilles» attorno alle metropoli, dove si ammassa il proletariato e semiproletariato nero!
All’avvicinarsi delle truppe del Frelimo, alle notizie dei rovesci delle truppe portoghesi, le città sono state percorse da un’ondata di odio e di violenza classista. I proletari negri hanno sentito avvicinarsi l’ora della vendetta contro gli sfruttatori e gli oppressori!
Ecco la ragione per cui la nascente borghesia mozambicana ha stipulato questo accordo con il governo portoghese. Essa ha paura del proletariato e del semiproletariato! È per questo che le truppe del Frelimo si sono fermate nella loro vittoriosa avanzata e non hanno nemmeno tentato di occupare le città. È per questo che i capi del Frelimo non vogliono che le truppe portoghesi si ritirino completamente. Essi hanno paura di non riuscire a «mantenere l’ordine» da soli.
La giovane borghesia mozambicana ha sempre cercato di mobilitare solo i contadini nella lotta contro la dominazione portoghese; per questo la sua lotta di liberazione nazionale ha assunto le caratteristiche tipiche della guerriglia; le città finora apparivano tranquille, la lotta si è svolta soprattutto nelle campagne.
Ma ora che la situazione minaccia di mettere in movimento il proletariato e il semiproletariato urbano, essa non esita ad allearsi contro il nemico di ieri, rinunciando anche a portare fino in fondo la propria lotta di liberazione nazionale. L’accordo di Lusaka è già divenuto operante: un distaccamento di milizie del Frelimo è arrivato il 16 settembre a Lourenço Marques; saranno formate pattuglie miste insieme alle truppe portoghesi, con il compito di «mantenere l’ordine» nei sobborghi della capitale.
I proletari negri, che oggi ancora inneggiano alle bandiere del Frelimo, vedranno presto la loro borghesia, assieme alle truppe portoghesi, sparare sulle folle affamate.
Pur di combattere il proletariato la borghesia mette da parte ogni nazionalismo. Non è un fatto nuovo per noi comunisti. Quando, nel 1871, la borghesia francese non esitò ad allearsi con l’invasore prussiano per schiacciare la Comune di Parigi, Marx scrisse: «Il fatto che dopo la guerra più terribile dei tempi moderni l’esercito vincitore e l’esercito vinto fraternizzino per massacrare in comune il proletariato, questo fatto senza precedenti non indica, come pensa Bismarck, lo schiacciamento finale di una nuova società al suo sorgere, ma la decomposizione completa della società borghese. Il più alto slancio di eroismo di cui la vecchia società è ancora capace è la guerra nazionale; e oggi è dimostrato che questa è una semplice mistificazione governativa, la quale tende a ritardare la lotta delle classi e viene messa in disparte non appena la lotta di classe divampa in guerra civile… contro il proletariato i governi nazionali sono uniti… Dopo la Pentecoste del 1871 non vi può essere né pace né tregua tra gli operai francesi e gli appropriatori del prodotto del loro lavoro. La mano di ferro di una soldatesca mercenaria potrà per un certo tempo tenere le due classi legate sotto una stessa oppressione; ma la battaglia tra di loro dovrà scoppiare di nuovo in proporzioni sempre più grandi» («La guerra civile in Francia»).
Dopo questi avvenimenti, Marx dichiarò chiuso per l’Europa occidentale il ciclo delle guerre nazionali. Così oggi, in Mozambico, la borghesia ha chiuso vergognosamente la sua lotta di liberazione nazionale, prima ancora di conquistare l’indipendenza. Essa non ha più nessun ruolo rivoluzionario, è già divenuta reazionaria.
Quale lezione si deve trarre dagli avvenimenti del Mozambico? Quale posizione deve tenere il proletariato nei paesi in cui il problema nazionale è ancora aperto?
La risposta a questo interrogativo, ancora una volta, la troviamo nei nostri classici testi che sono il condensato dell’esperienza storica del proletariato rivoluzionario.
Le tesi sulla questione nazionale e coloniale del II Congresso dell’Internazionale Comunista (1920) affermano: «L’Internazionale Comunista ha il dovere di appoggiare il movimento rivoluzionario nelle colonie e nei paesi arretrati al solo scopo di riunire le componenti dei futuri partiti proletari – comunisti di fatto e non solo di nome – in tutti i paesi arretrati, ed elevarli alla coscienza dei loro compiti peculiari, soprattutto dei compiti inerenti alla lotta contro la tendenza democratico-borghese nella propria nazione. L’Internazionale Comunista deve stabilire un temporaneo cammino in comune e perfino un’alleanza col movimento rivoluzionario delle colonie e dei paesi arretrati, ma non può unirsi con esso, bensì deve assolutamente difendere e mantenere il carattere autonomo del movimento proletario, sia pure nella sua forma embrionale».
I fatti che si sono svolti successivamente, le rivoluzioni democratico-borghesi del secondo dopoguerra, le recenti lotte di liberazione nazionale in Asia e in Africa, confermano la giustezza di queste posizioni.
La sorte dei proletari mozambicani, finché resteranno legati al carro della propria borghesia non sarà diversa da quella dei loro fratelli algerini o congolesi; essi troveranno un alleato solo nel proletariato occidentale quando questo, guidato dal risorto partito comunista mondiale, ritroverà come nel 1919-20, la strada della lotta rivoluzionaria di classe.