Partito Comunista Internazionale

Democrazia, Opportunismo e Fascismo vecchi arnesi della controrivoluzione

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La borghesia italiana e non solo italiana, nell’affrontare la prova storica ricorrente di una grande crisi, che non è solo economica, ma anche sociale e politica, e che investirà violentemente lo stesso apparato statale, se il proletariato ritroverà la direzione comunista rivoluzionaria, non ha mai nascosto, per chi voglia vederci chiaro, le linee essenziali della sua strategia controrivoluzionaria. La borghesia ha realizzato l’aggiogamento della classe operaia allo Stato capitalista, prima col governo fascista del ventennio, poi, nell’immediato dopoguerra, con un governo di coalizione di partiti borghesi e comunsocialisti, ed infine ha mantenuto in questo stato di soggezione il proletariato fino ad oggi con un periodico alternarsi di governi borghesi e coalizioni borghesi-socialiste, dominate sempre dalla D.C., tranquilla che gli operai non si sarebbero ribellati, per la tutela del PCI.

Nel corso di questo ultimo trentennio il fascismo, che ha continuato a svolgersi come totalitarismo statale sulla base della centralizzazione del capitale, solo in questo ultimo decennio è ritornato alla ribalta della scena politica come potente movimento. Non poteva essere diversamente.

Un recente articolo del giornale inglese Economist, trattando delle vicende italiane ed in particolare della proposta picista di «compromesso storico» e della sua assunzione al governo, ha giustamente e brutalmente ricordato la funzione infame che le «opposizioni di sinistra» ed in particolare quelle dei «partiti operai» sono tenute a svolgere, e cioè che se il PCI va al governo «chi dovrebbe assumere la guida delle masse dei disoccupati, dei senzatetto e degli scontenti?».

Infatti, i partiti opportunisti hanno sempre assolto freddamente questa incombenza: salvarono il capitalismo dalla rivoluzione nel primo dopoguerra impedendo al proletariato di congiungersi col suo partito comunista, e più tardi da una crisi di regime trascinando gli operai nella guerra imperialistica. La storia dell’opportunismo di partiti socialdemocratici o non, è storia di tradimento, al governo o all’opposizione.

La difesa degli interessi capitalistici, quindi, si sviluppa sempre in funzione controrivoluzionaria. Ogni combinazione politica è sempre tesa a realizzare al meglio il controllo sulla classe operaia, a salvaguardia dello Stato dalle masse dei «disoccupati, dei senzatetto, degli scontenti» – come esemplifica diplomaticamente la classe operaia l’Economist -. La preoccupazione borghese che con il PCI al governo dello Stato le masse cadano sotto l’influenza dei «rivoluzionari», non è astratta, ed è per questa precisa ragione che il capitalismo alleva il movimento fascista.

L’alternativa tra democrazia, opportunismo e fascismo, caratterizzano il piano difensivo del capitalismo.

Se l’opportunismo può ancora dominare il proletariato, lo si deve all’ubriacatura democratica, di cui gli ex partiti operai si sono fatti fedelissimi promotori e sostenitori. Questi partiti hanno dato prove inconfutabili e innumeri di assoluta fedeltà allo Stato, alla democrazia, al regime borghese, allontanando la classe operaia da «tentazioni» non solo rivoluzionarie, ma persino radicali, demolendo in essa ogni legame con la sana tradizione comunista, mistificando Lenin e marxismo. Un lavoro colossale, reso possibile soltanto in un regime di solidarietà controrivoluzionaria internazionale, con il diretto supporto dello Stato.

In breve, la tattica borghese consiste nell’utilizzare tutte le forze disponibili e idonee per sostenere la difesa del suo regime e vincere la immancabile guerra civile col proletariato, guerra che esploderà di nuovo con centuplicata potenza e su più vasto territorio, sebbene per mezzo secolo i falsi partiti operai abbiano costretto il proletariato ad un armistizio col capitalismo. Ma il capitalismo «sa» che un siffatto armistizio non può essere eterno, che lo scontro di classe risorgerà…

Nell’articolo «Il fascismo» del novembre 1921, la Sinistra così precisa: «Bisogna che la classe su cui poggia lo Stato, lo assista nelle sue funzioni secondo le nuove esigenze. Il movimento politico conservatore e controrivoluzionario devono organizzarsi militarmente e adempiere una funzione militare in previsione della guerra civile».

Il capitalismo ha già scoperto e sperimentato vittoriosamente questo modo «nuovo» di difesa dalla rivoluzione comunista, non antitetico al modo democratico. Infatti, il movimento fascista si presenta democratico, elettorale, popolare, alla stessa stregua dei partiti tradizionali e opportunisti, obliando il Mussolini che fece sfollare dalla sua milizia armata l’«aula sorda e grigia» di Montecitorio, dopo la buffonata dell’assenso plebiscitario del «popolo italiano».

Non contraddice a ciò che il fascismo contemporaneamente alla pratica democratica svolga un’azione repressiva violenta a mezzo di bande armate, perché la sua funzione è quella di «assistere» lo Stato nel suo compito fondamentale, quello di apparato repressivo sul proletariato. E lo Stato, a sua volta, incoraggia e assiste il fascismo, come lo attestano i legami sempre più stretti tra il movimento fascista e gli organi statali della burocrazia, esercito, polizia e magistratura, «potenza effettiva dello Stato». Sempre in un altro articolo del 1921, «Del Governo»: «Quale che sia il gruppo di pagliacci al potere, la burocrazia, la polizia, l’esercito e la magistratura, sono dunque a favore del fascismo che è loro naturale alleato», in difesa della «legge», che il proletariato si ripromette di demolire.

Ne «Il rapporto delle forze politiche e sociali in Italia» del 1922, si sintetizzava: «… nel fascismo e nella controffensiva generale attuale della borghesia, noi non vediamo un cambiamento della politica dello Stato italiano, ma la continuazione naturale del metodo impiegato prima e dopo la guerra dalla “democrazia”. Noi non crediamo di più all’antitesi tra democrazia e fascismo, di quanto abbiamo creduto all’antitesi tra democrazia e militarismo. E non accorderemo maggior credito, per lottare contro il fascismo, al complice naturale della democrazia: il riformismo socialdemocratico». Oggi, il «riformismo socialdemocratico» del falso partito comunista è mille volte più infame dell’antico.

Il capitalismo, quindi, utilizza tatticamente democrazia, opportunismo e fascismo in funzione controrivoluzionaria, perché non contraddicono al mantenimento del suo regime. Tutti i partiti che fanno capo a queste tre fasi tattiche della borghesia si rifanno agli stessi interessi che prendono nome di «popolo», «Nazione», «Stato di tutti», «economia nazionale», ecc. Infatti, la difesa degli interessi nazionali, che implica la collaborazione tra le classi, è comune a questi stessi partiti, e suona difesa delle istituzioni borghesi contro i tentativi di emancipazione proletaria.

Nel discorso del rappresentante della Sinistra al IV Congresso dell’Internazionale Comunista si chiarisce che cosa rappresenta il fascismo: «L’offensiva controrivoluzionaria obbligò le forze della classe dominante a unirsi nella lotta sociale e nella politica governativa. Il fascismo non è che la realizzazione di questa necessità di classe». Il fascismo sintetizza le aspirazioni della democrazia e dell’opportunismo, è la fase di sintesi dell’utilizzo di tutti i mezzi difensivi del regime capitalistico.

Non resta escluso il sindacalismo. I sindacati tricolori odierni, che marciano sui binari della collaborazione tra le classi, e che, di conseguenza, si proclamano democratici e sostegno dello Stato, non escono dal quadro della tattica borghese. Per essi vale quanto abbiamo detto della democrazia, dell’opportunismo e del fascismo. La loro politica è in funzione dell’economia nazionale e degli interessi nazionali, non è antitetica al fascismo.

LE LINEE DELLA RIPRESA DI CLASSE

Da quando il partito comunista rivoluzionario ha scartato, per sperimentazione storica, pagata a caro prezzo, l’utilizzo del parlamento, dell’elezionismo e di ogni altro strumento della mistificazione democratica, sul terreno della convivenza legalitaria si sono ritrovati democrazia, opportunismo e fascismo; il parlamentarismo è divenuto mezzo comune di contatto e di confronto, comuni sono divenuti la difesa e il rafforzamento dello Stato. Nell’illegalità reale, cioè di fatto, è restato il comunismo rivoluzionario.

Noi non abbiamo nessun «contratto storico» da rispettare, nessun vincolo che ci accomuni anche indirettamente allo Stato capitalista o che debiliti le possibilità d’azione rivoluzionaria. Questi vincoli, con cui è stato legato il proletariato, han da essere spezzati per la ripresa di classe. Rompere questi vincoli significa porsi contro la democrazia, l’opportunismo e il fascismo contemporaneamente, lottare contro un nemico unico. Per questo la lotta immediata economica e rivendicativa di classe, cozzando contro i sindacati della collaborazione sociale della difesa dell’economia nazionale, esigerà che sia data la parola d’ordine: per il sindacato rosso, contro il sindacato tricolore; che evocherà il grido di battaglia di mille lotte gloriose del proletariato rivoluzionario, contro cui necessariamente democratici, opportunisti e fascisti potranno saldare le loro forze anticomuniste, e scendere sul terreno dello scontro diretto. È questo il terreno, per contro, su cui il partito rivoluzionario di classe si salderà ai proletari di nuovo in lotta.