Partito Comunista Internazionale

Operai svizzeri ed immigrati schiacciati dallo stesso padrone

Categorie: Immigration, Switzerland, USS

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Con l’avanzare della crisi economica che colpisce con più o meno forza tutti i paesi industrializzati, la borghesia sente sempre più il bisogno di mantenere ed approfondire le divisioni in seno alla classe operaia e lo fa con tutti i mezzi a sua disposizione. In quest’opera rivolta a fare in modo che la crisi economica trascorra senza trasformarsi in crisi sociale ed in ripresa del movimento proletario di classe, la borghesia è validamente sostenuta dai partiti falsamente operai e dai sindacati venduti al capitale. Tutte le forze della conservazione sociale convergono in quest’opera di puntellamento del sistema capitalistico svelando così, al di là delle etichette che sembrano dividerle l’una dall’altra, la loro sostanza controrivoluzionaria che le unisce contro il proletariato. Vediamo come questa dinamica si sta svolgendo sulle spalle dei proletari nella ultraprogressiva ed ultrademocratica Svizzera.

IL «GENIO ELVETICO»

Qual è infatti il senso, nella situazione attuale svizzera, della seconda iniziativa «popolare» contro gli «stranieri», überfremdung (eccessivo afflusso di elementi stranieri) che sarà votata il 20 ottobre 1974 e che, come quella del giugno 1970, viene presentata dall’opportunismo come una esplosione di xenofobia? In realtà si tratta di un attacco diretto della classe capitalistica alla classe operaia nel suo insieme. Essa ha raggiunto globalmente gli obiettivi che si era prefissi: approfondire la scissione fra operai elvetici e «stranieri» indipendentemente dal fatto se avrà successo o no. Infatti dietro «l’iniziativa popolare», si sono mosse pur rinnegandola a parole, tutte le forze interessate a dividere il proletariato e tutte, dalle chiese di diverse confessioni ai partiti opportunisti, ai sindacati «operai», hanno battuto la solfa della salvaguardia della «prosperità nazionale» e della soluzione del «problema degli stranieri». Ecco come presenta il problema la «libera» stampa borghese, che dice di essere in disaccordo con l’iniziativa «popolare»: «Contro questo pericolo di inforestierimento la Svizzera ufficiale di allora cercò di erigere barricate capaci di evitare al paese di spersonalizzarsi. Gli sforzi furono concentrati soprattutto nel tentativo di inculcare negli svizzeri l’esistenza di un autentico genio elvetico che molti incominciavano a mettere in dubbio. Forti di questa nuova coscienza le autorità elvetiche cominciarono ad esaminare con maggiore respiro il problema della presenza di stranieri in Svizzera. E già allora il problema presentava due possibili soluzioni: la riduzione massiccia degli allogeni oppure l’assimilazione degli stessi» (dal Corriere del Ticino, 1972).

E ancora: «La reazione a questo stato di inforestierimento ‘spirituale’ e politico del paese si situò sul piano politico-culturale. Infatti a quest’epoca risale la fondazione di numerose associazioni a sfondo nazionale-patriottico, fra cui la più importante è indubbiamente la Nuova Società Elvetica (NHG). Si incominciò inoltre a parlare di ‘genio elvetico’, di caratteristiche peculiari della Svizzera ecc. Si tentò in altre parole, di inventare artificiosamente la base di una unità nazionale al di là dei legami federalistici facendo presa su diversi principi (tutti di carattere più o meno politico-ideologico) quali la neutralità, la democrazia diretta, l’unità nella diversità, l’avversione ai totalitarismi e ai dogmatismi…» (Da «L’immigrazione in Svizzera» – Edizioni Sapere). Questi tentativi di formare una «pubblica opinione» «antistraniera» imperniata sulla affermazione di un «genio elvetico» si rivolgono prevalentemente – Schwarzenbach 1970 ed Azione Nazionale 1974 – alla piccola borghesia ed allo stesso tempo al proletariato locale, ma a manovrare i fili della regia stanno i grandi mostri della finanza. Facciamo parlare la stessa stampa borghese: «… Si comincia a parlare di inforestierimento e i motivi non mancano. Gli stranieri raggiungono infatti proporzioni notevoli: 33% a S. Gallo, 34% a Zurigo e a Basilea, 42% a Ginevra e perfino il 51% a Lugano. La bilancia dei movimenti migratori appare totalmente rovesciata nel 1914. Poco meno di 700.000 stranieri formano il 17% della popolazione residente: una proporzione quasi quindici volte superiore a quella della media dei paesi europei. Allo scoppio del primo conflitto mondiale il problema si ridimensiona. 150.000 lavoratori esteri lasciano la Svizzera e alla fine della guerra non tardano a farsi sentire i sintomi della recessione, che culminerà con la crisi degli anni trenta. Già nel 1917 la libertà di immigrazione era stata abolita, cosicché giungiamo al 1941 con la presenza in Svizzera di soli 224 mila stranieri. La seconda guerra mondiale ferma di nuovo l’attività economica e quindi l’immigrazione riprenderà soltanto una volta tornata la pace» (Corriere del Ticino, 1972). È evidente che le varie «iniziative popolari» sono sempre un paravento per mistificare una reale situazione di crisi montante per illudere il proletariato (in questo caso svizzero) che liberandosi di una parte di operai stranieri si potrebbe superare la crisi e ritornare alla normalità, che, secondo loro, sarebbe il ritornare ad una economia tipo 1900, cioè ad uno sviluppo tranquillo e pacifico. Infatti agli operai svizzeri si dice che, riducendo la manodopera estera si può realizzare un piano di sviluppo più armonico, rallentare la produzione o meglio «risparmio della produzione». È il colmo dell’imbecillità: l’industria svizzera produrrebbe troppo, perché ci sono «troppi operai». Eppure questa è la «scienza» che la borghesia dà in pasto alla cosiddetta «opinione pubblica»! È evidente, al contrario, che le misure di restrizione dei «lavoratori stranieri» sono determinate da una crisi economica che sta allargandosi come una macchia d’olio e di fronte alla quale il capitale cerca di prendere delle misure preventive come nel 1914, 1930, 1941. In una situazione economica che vede la necessità per la borghesia di ridurre drasticamente il numero degli operai occupati intensificandone al tempo stesso lo sfruttamento per reggere con costi di produzione inferiori alla concorrenza sul mercato mondiale, la borghesia cerca di sopperire a questa necessità mettendo in opera tutto il suo apparato propagandistico, ideologico, scientifico per dividere una parte dei venditori di forza lavoro dall’altra facendo così in modo che sia i futuri disoccupati che i futuri supersfruttati nelle galere aziendali non abbiano nessuna capacità di difesa. Vediamo come le varie forze della conservazione sociale si accingono a questa sporca bisogna.

Il Consiglio Federale ha emanato, predisponendone l’entrata in vigore per il 1° agosto 1974, un’ordinanza sulla «limitazione della manodopera estera»: è chiaro l’intento che è di soffocare o ridurre al silenzio l’iniziativa «popolare» del 20 ottobre, perseguendo in definitiva gli stessi scopi. L’ordinanza stabilisce che il numero massimo di nuovi permessi di dimora per tutta la Svizzera è fissato a 20.500 di cui 18.000 sono distribuiti ai cantoni mentre 2500 sono attribuiti per casi speciali all’Ufficio federale dell’industria, delle arti e mestieri e del lavoro. Inoltre l’ordinanza estende le misure limitative a tutti i settori compresi quelli, finora esclusi, della salute pubblica e dell’istruzione. Con questa ordinanza ci si propone di «realizzare nel corso di questo decennio la stabilizzazione dell’insieme della popolazione straniera residente in Svizzera e di diminuire in seguito progressivamente l’effettivo degli stranieri» (Corriere del Ticino, 10-7-74). È interessante notare i belati della stampa benpensante la quale di fronte a questo «realistico» decreto si preoccupa che l’industria non trovi più carne da lavoro «straniera».

Scrive il Corriere del Ticino sempre in data 10 luglio che, se le disposizioni del Consiglio federale dovessero andare in vigore «non ci sarà più in pratica nuova manodopera estera disponibile per gli altri settori dell’economia… se i tre settori (salute pubblica, scuola, agricoltura) come raccomanda Berna, dovranno avere priorità assoluta nelle assegnazioni». Intanto hanno preso posizione «contro» l’iniziativa popolare il partito democristiano e quello socialdemocratico. La spiegazione della opposizione democristiana che è nello stesso tempo accettazione del decreto federale sono quanto mai significative: «Se l’iniziativa antistraniera dovesse venir accettata tutti gli sforzi intrapresi negli ultimi anni per aumentare il benessere sociale in Svizzera, verrebbero cancellati con un solo colpo di spugna. Un’accettazione dell’iniziativa avrebbe inoltre gravissime ripercussioni nella lotta contro l’inflazione… La politica di stabilizzazione del Consiglio federale permette di risolvere il problema della manodopera estera in modo organico ed umano salvaguardando la credibilità e gli impegni contrattuali della Svizzera…». O meglio, in parole povere: «Anche se non vogliamo soffermarci sul lato umano e sociale dell’iniziativa, dobbiamo renderci conto che la economia svizzera non potrebbe sopportare un salasso di 500 persone al giorno per la durata di tre anni».

UNIONE OPPORTUNISMO-BORGHESIA

Il partito socialdemocratico svizzero ha raccomandato di votare «no» il 20 ottobre «per ragioni umanitarie e di politica nazionale» tenendo a precisare che «gli errori commessi in 25 anni di politica immigratoria non possono essere lavati con le drastiche misure preconizzate dall’azione nazionale» (Corriere del Ticino 2 settembre 1974). L’Unione sindacale svizzera è tutta presa da questioni ben più «importanti»; la prima di queste è il problema della «partecipazione», vecchio progetto riformista che risale al primo dopoguerra e che dovrebbe «far partecipare i lavoratori ai destini delle aziende che li occupano» rendendo «più umana l’economia». I suoi organi sono occupati perciò ad inculcare fra gli operai svizzeri le seguenti disfattiste amenità: «Al giorno d’oggi, non è più possibile contestare che fra gli interessi della società umana e gli strateghi dell’economia sia subentrata un’alienazione sempre più pronunciata di giorno in giorno. Non c’è da meravigliarsi se nel nostro Paese tanto all’estrema destra come all’estrema sinistra, si notano attualmente contestazioni radicalizzate delle strutture economiche insediate. La partecipazione alle decisioni costituisce un tentativo di gettare un ponte in costante movimento, però, fra l’uomo e l’economia…». Occupati in questo proficuo lavoro consistente in parole povere nell’impedire che le contraddizioni economiche «degenerino» in lotta sociale fra le classi, il loro compito massimo si esprime nel turare le falle che cominciano a manifestarsi nella cosiddetta «pace del lavoro» non solo bloccando ogni spinta operaia a scendere almeno sul terreno della lotta per rivendicazioni economiche, ma scaricando la responsabilità, quando questo per caso si verifica, sulla cecità dei capitalisti elvetici. Ecco come si esprime infatti un articolo di Lotta sindacale in data 23-8-1974: «Perfino il liberale già consigliere federale on. Nello Celio dichiarò che solo negli Stati totalitari lo sciopero è proibito. Dal profilo politico, egli affermò, il diritto di sciopero non può essere in principio contestato. È comunque sua ferma convinzione che di questo diritto si debba però fare uso soltanto in casi veramente eccezionali ed inevitabili. I sindacalisti sono interamente d’accordo con queste idee dell’onorevole Celio. In pratica questo diritto non spetta a tutti i lavoratori in Svizzera. I funzionari e gli impiegati della Confederazione non possono scioperare. E proprio ora che questo divieto, basato su una legislazione di eccezione dell’anno 1918, vien contestato in linea di principio, in tutta la Svizzera si leva un gran clamore. C’è quasi da meravigliarsi che ancora non si sia parlato di sabotaggio pianificato della funzionalità del nostro apparato statale! Ma ciò avverrà probabilmente ancora, nel prossimo futuro. Così nel nostro paese i dipendenti della Confederazione non possiedono il diritto di sciopero, mentre tutti gli altri lavoratori in Svizzera rispettano fino all’estremo limite possibile la pace del lavoro. Ciò che è valido per i lavoratori non lo è per altra gente…» E giù lacrime sul fatto che le banche svizzere, quelle sì, scioperano e con i loro «scioperi finanziari» hanno spinto al rialzo del tasso d’interesse ipotecario e di conseguenza degli affitti. Purtuttavia, nonostante i pressanti impegni ad impedire che la caldaia sociale non scoppi sotto il deretano dei «progressivi» capitalisti elvetici, i quali invece con perfetta incoscienza non fanno proprio nulla per aiutare nella loro opera i «rappresentanti degli operai» che devono così sudare sette camicie per poi sentirsi accusare di essere dei fomentatori della lotta di classe, l’Unione sindacale ha voluto «dire la sua» anche sul problema dei lavoratori «stranieri»: «Secondo l’Unione sindacale l’economia svizzera, divenuta particolarmente vulnerabile in questi ultimi tempi, potrebbe superare le conseguenze di una draconiana riduzione del numero degli stranieri residenti, soltanto al prezzo di gravi difficoltà. La riduzione sarebbe poi accompagnata inevitabilmente da una migrazione interna, che aggraverebbe i problemi strutturali delle imprese e soprattutto delle regioni. L’Unione sindacale ricorda pure che le istituzioni sociali sarebbero mortalmente colpite dalla ventilata diminuzione: soltanto per quel che riguarda l’A.V.S., l’effettivo dei paganti diminuirebbe di circa 400.000 unità, mentre quello dei beneficiari resterebbe più o meno immutato. Facile comprendere le catastrofiche conseguenze… Nonostante questo, l’Unione sindacale svizzera sottolinea che essa ha sempre considerato la riduzione del numero dei lavoratori stranieri come uno dei maggiori obiettivi della politica svizzera in materia di immigrazione; la riduzione in corso, coadiuvata principalmente dalle recenti misure adottate dal consiglio federale, deve perciò essere continuata, in modo da raggiungere almeno una stabilizzazione della popolazione straniera residente…».

Il commento alle posizioni di questi «luogotenenti della borghesia nella classe operaia» lo vogliamo lasciar fare al Corriere del Ticino non sospetto certo di simpatie rivoluzionarie: «… Argomenti che non si distanziano molto dalle risoluzioni prese domenica a Basilea dal partito conservatore svizzero, né dalla presa di posizione delle chiese cattoliche e protestanti svizzere. Ora attenderemo quali altre voci, prima del temibile verdetto popolare, si leveranno ancora per difendere gli interessi del nostro paese» (Corriere del Ticino, 2-9-74). L’emigrazione italiana, organo della coalizione dei partiti democratici si sfoga a chiedere la parità di diritti fra lavoratori emigrati e svizzeri. È come pretendere giustizia dallo Stato borghese per la classe operaia; significa non capire, non voler capire, che l’unica giustizia possibile nel regime esistente, in qualsiasi forma politica esso si presenti sta nel difendere il capitale e schiacciare il proletariato. La posizione di L’emigrazione italiana la si comprende benissimo: non è piacevole per la borghesia italiana e i suoi manutengoli «democratici» pensare ad un rientro, nella situazione attuale dell’Italia, di un numero imprecisato di disperati che andrebbero ad ingrossare le file dei disoccupati locali. Ma che senso ha la rivendicazione della «parità di diritti»? A parte l’essere completamente campata in aria (non si è realizzata durante il boom dell’economia svizzera, figuriamoci se si realizzerà ora durante la crisi incipiente; e per realizzarla eventualmente, bisognerebbe scontrarsi con tutti gli interessi più vitali della borghesia svizzera, cioè contro lo Stato e questo esigerebbe mobilitazione, lotte, scioperi generali e violenti, tutte cose a cui non si osa neanche pensare) non significherebbe altro che uno spostamento della questione dal punto di vista proletario. La sua piena e completa realizzazione, nei fatti e non sulla carta, qualora fosse possibile significherebbe soltanto che la crisi avanzante colpirebbe con i licenziamenti e la disoccupazione sia gli operai svizzeri che quelli stranieri. Ma disoccupazione e fame resta sempre e comunque. La bandiera della «parità di diritti» non è dunque che una frase con cui la borghesia italiana finge di difendere i lavoratori «stranieri» in Svizzera con l’intento di crearsi una verginità per inscenare, qualora il rientro dovesse veramente avvenire, una altra orgia di nazionalismo alla rovescia: il «genio italiano» contro il «genio svizzero», cioè per deviare i proletari emigrati da ogni sana reazione classista. Il fronte è così delineato perfettamente.

DUE FRONTI DI CLASSE CONTRAPPOSTI

Va dalle truculente enunciazioni di Azione nazionale, alle misure «realistiche» del governo federale, cioè dello Stato borghese svizzero, alla adesione ad esse di tutti i partiti dal conservatore al socialdemocratico, alla adesione dei falsi sindacati operai, alla solidarietà sostanziale della borghesia italiana con quella elvetica. Ma questo fronte non è affatto il fronte degli svizzeri contro gli «stranieri», cosa che tutti, con toni e sfumature diverse fingono di credere: È IL FRONTE DELLA BORGHESIA INTERNAZIONALE CONTRO IL PROLETARIATO INTERNAZIONALE, SVIZZERO E STRANIERO. La borghesia svizzera è riuscita a mantenere la «pace del lavoro» soltanto immobilizzando gli operai svizzeri, per il tramite dei loro partiti e dei loro sindacati traditori, alle briciole che derivano dal supersfruttamento degli operai immigrati e nutrendoli costantemente con queste briciole e con una ideologia nazionalista. Oggi la borghesia svizzera si trova nella necessità di aumentare lo sfruttamento degli operai occupati e di peggiorare le loro condizioni di vita e di lavoro oltre al buttarne sul lastrico una buona parte. Ed inventa il «problema degli stranieri» e lo propaganda con varie tonalità e vari accenti. Si tratta per la borghesia di ottenere che gli operai svizzeri si sacrifichino per le esigenze della loro sacra economia, cioè rimangano ligi ed obbedienti ai loro padroni, scaricando il loro odio non contro il padronato ed il suo Stato, ma contro una parte di se stessi, «gli stranieri». E per la borghesia italiana il gioco è lo stesso: il suo boom economico, cioè i suoi favolosi profitti, come la sua tranquillità politica e sociale si è fondato sulla propaganda del «paradiso svizzero», cioè sullo smaltire in Svizzera ed altrove l’eccesso di disoccupati che non poteva sfruttare in patria; oggi mette gli operai italiani contro gli operai svizzeri lasciando credere loro che è la mancata realizzazione della «parità di diritti» la causa di tutti i loro guai. A questo fronte borghese deve rispondere il fronte proletario; fronte di classe contro classe, non di nazionalità, di «genio» contro «genio». Questo fronte non ammette nessun «problema straniero», perché non ammette nessuna solidarietà con l’economia nazionale, cioè con i profitti dei capitalisti in pericolo, rinnega la «pace del lavoro», la vergognosa tregua sociale che esiste da trent’anni, proclama la difesa con la lotta e con lo sciopero (sia o non sia iscritto come diritto nella legge borghese) di tutti gli operai in quanto venditori di forza lavoro, in quanto salariati, a qualsiasi nazionalità, lingua, razza o religione appartengano, combatte per sconfessare la politica dei sindacati traditori che accettano e mantengono la pace con la borghesia e per ricostituire su quelle elementari basi di solidarietà di classe delle organizzazioni di difesa economica che siano realmente degli organi di lotta del proletariato contro il padronato e lo stato borghese, si lega all’indirizzo del vero ed unico partito rivoluzionario che persegue una politica di classe: il partito comunista marxista risorto ed agente alla scala mondiale. Quali sono oggi le forze dei due fronti contrapposti? Le forze del fronte borghese schiacciano, con i loro agenti opportunisti in seno alla classe operaia, le quasi inesistenti forze proletarie. Ma la strada è una sola: o il fronte proletario si rafforzerà e sarà capace di dare battaglia alla borghesia e ai suoi manutengoli o saranno, non gli operai svizzeri, italiani, o spagnoli o greci ad essere sconfitti, ma la classe operaia nel suo insieme.