Partito Comunista Internazionale

Abbasso il parlamento, abbasso la democrazia!

Categorie: Democratism, Electoralism, Opportunism

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L’ASTENSIONISMO DELLA SINISTRA

Il nostro astensionismo parlamentare è ormai vecchio più di 50 anni. «O preparazione rivoluzionaria o preparazione elettorale». Questa l’alternativa che ponemmo, negli anni della rinascita del movimento rivoluzionario, al vecchio P.S.I., ormai incancrenito nell’azione legalitaria e riformista. La ripetemmo a Lenin al II Congresso dell’Internazionale Comunista. Partivamo da identiche premesse: «Il parlamento borghese è una macchina che serve a un pugno di sfruttatori per schiacciare milioni di lavoratori» (Lenin), e tendevamo agli stessi obiettivi: distruzione del parlamento come di ogni altra istituzione del potere borghese.

«Il comunismo nega dunque il parlamentarismo come forma del futuro ordine sociale. Lo nega come forma della dittatura di classe del proletariato. Nega la possibilità di una duratura conquista del parlamento; si pone il compito di distruggere il parlamentarismo. Perciò si può parlare soltanto di utilizzazione degli istituti statali borghesi ai fini della loro distruzione. In questo e soltanto in questo senso è lecito porre la questione». (Tesi di Lenin-Bucharin sul parlamentarismo).

La divergenza verteva sul tema tattico: partecipazione o meno ai parlamenti. La Centrale considerava il parlamentarismo strumento utile ai fini dell’organizzazione rivoluzionaria, qualora i partiti comunisti fossero stati capaci di svolgere una azione in parlamento che in ogni momento tendesse a screditarlo di fronte agli occhi degli operai, a smascherare la sua vera funzione di classe. Noi della Sinistra italiana invece, considerando che il più grosso ostacolo alla ripresa del movimento rivoluzionario erano le tradizioni e i partiti politici della democrazia borghese e le propaggini che attraverso il socialismo della II Internazionale legavano questa alle masse operaie, affermammo invece indispensabile il troncare ogni contatto tra il movimento comunista e gli organi rappresentativi borghesi.

Non consideravamo allora questo punto della tattica principio permanente, cioè valido in ogni fase della lotta. Riconoscemmo infatti che: «Nel periodo in cui nel movimento internazionale del proletariato la conquista del potere non si presentava come una possibilità vicina e non si poneva ancora il problema della preparazione diretta alla dittatura proletaria, la partecipazione alle elezioni e all’attività parlamentare poteva ancora offrire delle possibilità di propaganda, agitazione critica» (Dalle Tesi della Frazione astensionista).

Fu il periodo storico apertosi nel dopoguerra con la Rivoluzione russa, con il primo esempio di dittatura proletaria e con la costituzione della nuova Internazionale in opposizione al socialdemocratismo dei traditori, che ritenemmo ponesse per la prima volta e drasticamente la questione della incompatibilità tra preparazione rivoluzionaria e preparazione elettorale. I comunisti avrebbero dovuto condurre l’agitazione per il boicottaggio delle elezioni da parte dei lavoratori; lo richiedeva la chiarezza della propaganda non meno che l’efficacia della preparazione all’assalto finale.

«La pratica ultra parlamentare dei partiti socialisti tradizionali ha già troppo diffuso la pericolosa concezione che ogni azione politica consista nelle lotte elettorali e nell’attività parlamentare. D’altra parte, il disgusto del proletariato per questa pratica di tradimento ha preparato un terreno favorevole agli errori sindacalisti e anarchici, che negano ogni valore all’azione politica e alla funzione del Partito. Perciò i Partiti Comunisti non otterranno mai un largo successo nella propaganda del metodo rivoluzionario marxista, se non poggeranno il lavoro diretto per la dittatura del proletariato e per i Consigli operai sull’abbandono di ogni contatto con l’ingranaggio della democrazia borghese». (Dalle Tesi della Frazione astensionista).

Dunque il nostro non fu un antiparlamentarismo per motivi «estetici» o di «principio» come per gli anarchici, né lo considerammo una condizione irrinunciabile nella nostra adesione all’Internazionale Comunista, tanto è vero che accettammo e traducemmo in atto, in modo non semplicemente accademico, le Tesi di Lenin, dando all’Internazionale uno dei pochi esempi di vero parlamentarismo rivoluzionario.

Oggi il nostro astensionismo, nei paesi in cui rimane all’ordine del giorno solo la univoca rivoluzione proletaria, è divenuto principio tattico permanente e irrinunciabile. È il bilancio tratto dagli avvenimenti che seguirono, che ci permette di escludere definitivamente il parlamentarismo come possibilità tattica per il movimento comunista.

Vediamo infatti oggi come oltre alle numerose «défaillances» nell’applicazione del parlamentarismo rivoluzionario, la mancata adozione dell’astensionismo marxista nel 1920, abbia pesato sugli sviluppi del movimento rivoluzionario negli anni in cui, 1925-1927, si giocavano le sorti dell’Internazionale di Lenin.

Al II Congresso la Sinistra aveva sottolineato come l’insistere nella prassi parlamentare, nel delicato periodo di formazione dei partiti comunisti, minacciasse di ritardare o indebolire il necessario processo di selezione delle sane forze comuniste e proletarie dall’incancrenito democratismo della destra e del centro. Lo consideravamo un salutare reagente, un catenaccio mille volte più efficace di qualunque condizione di ammissione, per i giovani partiti comunisti di fronte all’assalto del riformismo e della socialdemocrazia.

Il rifiuto dell’astensionismo fu così duramente pagato negli anni della degenerazione; di fronte agli sbandamenti e alle deviazioni del partito russo, i giovani partiti di occidente non ebbero nessuna capacità di reazione, gonfi come erano di riformisti nascosti dietro l’accettazione formale dei 21 punti, momentaneamente silenziosi, ma pronti a tornare in scena man mano che l’astro della «via nazionale al socialismo», cioè della nuova ondata opportunistica, revisionista, controrivoluzionaria, saliva all’orizzonte.

Che, dopo di allora, niente sia rimasto in piedi del parlamentarismo rivoluzionario di Lenin nei partiti che ancora si dicono comunisti, non occorre nemmeno spendere tempo a dimostrare. In parlamento essi ci sono e ci restano, né lo nascondono, non per distruggerlo, ma per tenerlo in piedi, casomai dovesse crollare. È così che l’ammonimento nostro del 1920, che poteva allora apparire dettato da «pure considerazioni teoriche», oggi è divenuto carne e sangue della storia.

ASTENSIONE ANCHE OGGI

Ma qualche cosa di più è intervenuto a confermare oggi il nostro astensionismo.

Nella stessa misura in cui i partiti dell’Internazionale si imbevevano di «cretinismo parlamentare», la borghesia si toglieva anche l’ultima foglia di fico, disperdendo i suoi parlamenti, come in Italia e in Germania, o altrove esautorandoli di fatto.

È questo un fenomeno tipico dell’epoca imperialistica, l’epoca del predominio del capitale finanziario, che si riflette nelle forme politiche del regime capitalistico, nel senso di un sempre maggiore accentramento del potere nelle mani di una direzione unitaria al vertice di una struttura statale potente e fortemente centralizzata.

La stessa borghesia rinuncia ora alla sua libertà, al suo diritto di governare, e demanda il potere supremo di conduzione dell’ordine capitalistico ad una macchina che sembra così librarsi al di sopra della società e delle classi e prendere a camminare per suo proprio conto.

È questo il totalitarismo di stato, quello che noi abbiamo chiamato il «metodo fascista».

La democrazia perde qui qualsiasi contenuto reale, ma rimane come soporifera droga da somministrare ai proletari. Vittoriosa in guerra sul fascismo essa sopravvive infatti in forza dell’adozione non solo integrale, ma centuplicata, del metodo fascista, che è poi l’altra faccia del dominio totalitario delle grandi potenze imperialistiche alla scala del mondo.

Ricordiamo ciò che scrivemmo a questo proposito alla fine della seconda guerra mondiale sul nostro organo Prometeo: «La guerra in corso è stata perduta dai fascisti, ma vinta dal fascismo. Malgrado l’impiego su vastissima scala dell’imbonitura democratica, il mondo capitalistico avendo salvato, anche in questa tremenda crisi, l’integrità e la continuità storica delle sue possenti unità statali, realizzerà un ulteriore grandioso sforzo per dominare le forze che lo minacciano, ed attuerà un sistema sempre più serrato di controllo nei processi economici e di immobilizzazione dell’autonomia di qualunque movimento sociale e politico minacciante di turbare l’ordine costituito.

Come i vincitori legittimisti di Napoleone dovettero ereditare l’impalcatura sociale e giuridica del nuovo regime francese, i vincitori dei fascisti e dei nazisti, in un processo più o meno breve e più o meno chiaro, riconosceranno con i loro atti, pur negandola con le vuote proclamazioni ideologiche, la necessità di amministrare il mondo, tremendamente sconvolto dalla II guerra imperialistica con i metodi autoritari e totalitari che ebbero il primo esperimento negli stati vinti.

Questa verità fondamentale, più che essere il risultato di difficili e apparentemente paradossali analisi critiche, ogni giorno di più si manifesta nel lavoro di organizzazione per il controllo economico, sociale, politico del mondo».

In questo quadro cadono anche le premesse su cui si fondavano le tesi di Lenin e che la Sinistra confermò nella replica del suo rappresentante, cioè che nel parlamento si riflettessero le crisi e le contraddizioni della società. In realtà i parlamenti allora esistevano e operavano, non poteva essere ignorata la loro presenza.

I parlamenti risorti nel dopoguerra non sono invece più nulla «neanche un microfono, e l’aula ha da tempo cessato di essere il teatro di grandi battaglie non diciamo di principio, ma anche soltanto oratorie; è il regno della ordinaria amministrazione».

Dicemmo questo nel 1953, in occasione della campagna contro la «legge truffa», ribadendo che per noi l’unica truffa consisteva nel far credere ai proletari che vi fosse da difendere la vitalità delle istituzioni rappresentative della democrazia.

«Il cadavere ancora cammina, sì; ma solo come specchietto per le allodole proletarie. Se queste, per ipotesi assurda, scomparissero dal cielo tempestoso della società borghese, anch’esso sparirebbe senza che nessuno si accorgesse della sua scomparsa, perché la macchina statale gira per conto proprio e i costi di manutenzione di Montecitorio e di Palazzo Madama non entrano nel suo bilancio che come «faux frais» della conservazione sociale. I suoi puntellatori socialisti e «comunisti» non hanno neppure più le giustificazioni che di là «si parli alle masse»: la voce, là dentro, si spegne prima ancora di uscire dalle labbra (delicate labbra, del resto) di chi l’articola. Il baraccone ha il solo compito di fare atto di presenza: la sua funzione si riduce ad «essere lì», cadavere che ingombra la strada alla ripresa di classe proletaria… Il partito di classe, il partito rivoluzionario marxista, non ha che da prenderne atto…»

Nel 1920 dicemmo che l’adozione del «parlamentarismo rivoluzionario», specie nei paesi a capitalismo avanzato, era pericoloso; oggi, il bilancio di lunghi decenni ci autorizza a dire che a prescindere dalle buone intenzioni, ritentarlo sarebbe disfattista: equivarrebbe coscientemente o no, a ridare parvenza di vita a ciò che la storia stessa, con nostra somma gioia, ha ucciso; significherebbe restituire ossigeno a quello che la borghesia – smentendosi e dando ragione a noi – ha mostrato essere soltanto una larva.

Volga le terga per sempre, il proletariato, all’ignobile teatro dei pupi, e cerchi l’ossigeno delle grandi battaglie passate e avvenire – per dirla con Trotzki – laddove è solo possibile respirarlo: fuori da quelle mura, sulle piazze!» (dal nostro testo «O preparazione rivoluzionaria o preparazione elettorale»).

IL TEATRO DEI PUPI: IL PARLAMENTO

Oggi dopo venti anni, il cadavere imbalsamato, riverniciato, puntellato con mille cure da borghesia e opportunismo «ancora cammina» mentre attorno alla sua bara scompostamente si agitano borghesi stanchi della veglia e pronti a riproporre il governo forte, ed opportunisti specialisti in rianimazione che giurano sulla sua forte fibra. Che il cadavere sia un cadavere sono però gli stessi ideologi della classe dominante a constatarlo, essi che per primi gemono sul divorzio fra «paese reale» e «paese legale», sulla schiacciante preminenza dell’esecutivo sul legislativo, sulla soffocante «dittatura» della «classe politica» e dei suoi partiti, sulla riduzione dei molto onorevoli deputati e senatori a burocrati stipendiati, a managers dell’impresa statale, a ombre di quella che si presume sia la loro «storica» funzione.

I «bollettini medici» si susseguono contraddittori: l’ultimo in ordine di tempo proviene, non dal solito rozzo «fascista», ma da professoroni di Università, come riferisce con sorrisetto voltairiano Vittorio Gorresio, antiparassitario di marca Agnelli.

Sulla Stampa del 2 luglio ’74, prendendo spunto dal digiuno del segretario radicale Pannella (a proposito questi preti laici si stanno comportando peggio dei propri colleghi in nero) e delle sue tribolazioni per farsi ricevere come si conviene ad ogni democratico, dal presidente Leone, lamenta che finché non si avrà, da parte del potere, maggiore rispetto e considerazione per chi veramente crede nel parlamento e nella democrazia, sempre maggiore sarà la sfiducia nei confronti delle istanze rappresentative e popolari.

La prova sta nel fatto che accademici del peso di Giuseppe Galasso e Nicola Matteucci, benemeriti democratici, discutendo del cosiddetto «modo italiano di governare» hanno messo in risalto la scarsa «vitalità» del parlamento (ottimisti, dopotutto!). Matteucci in particolare ha affermato che il parlamento «un tempo sede dei grandi dibattiti di politica interna ed estera, oggi non è che il luogo in cui si registra notarialmente l’amministrazione della società».

Nonostante lo sfumato sociologismo di moda, risulta chiaro che il parlamento non decide un bel niente, ma si limita a ratificare, per la platea, le scelte del capitale e dei suoi «grands commis».

Tanto più evidente risulta questa funzione, quando, come nella situazione attuale, più aperta si manifesta la crisi economica e politica della dominazione borghese: nei momenti difficili gli amministratori delegati del capitale non possono perdere tempo nelle lungaggini della logorrea parlamentare: per quanto si affannino a dimostrarsi «democratici» e rispettosi del cosiddetto «pluralismo di opinioni e di interessi», non possono sottrarsi alla durezza dei fatti che dettano e alla necessità di interventi decisi immediati, capaci comunque di tamponare le falle che ormai si moltiplicano nella traballante barca.

E questo lo sanno anche gli addetti alla sala di rianimazione: non fanno infatti a tempo a protestare contro l’andazzo dei «decreti legge» o a convertire in legge l’ennesimo, che già il «governo ladro» ne sta preparando un altro. Basta sentire lo sfogo di Rinascita del 19 luglio ’74: «Le decisioni assunte dal governo sono in parte inaccettabili sotto il profilo costituzionale e ‘inique’ (la solita proudhonata) per il loro contenuto economico e sociale. Innanzitutto siamo dinanzi ad una pericolosa estensione dell’uso dei decreti legge». L’articolo 77 della costituzione reca: «il governo non può senza delegazione delle Camere emanare decreti che abbiano valore di legge ordinaria. Quando in casi di straordinaria necessità e di urgenza il governo adotta, sotto la sua responsabilità, provvedimenti provvisori con forza di legge, deve il giorno stesso presentarli per la conversione, alle Camere». Prosegue la lagna sostenendo che nel caso dei decreti per l’economia non sempre sono ravvisabili gli estremi della necessità e dell’urgenza.

Per parte nostra dobbiamo ricordare a questi petulanti opportunisti che la «pericolosa estensione dei decreti legge» non è un fatto nuovo, ma è la prassi del «modo di governare», per usare il loro stesso linguaggio, non solo italiano, ma del capitale in generale. Ci sappiano dire questi frati zoccolanti quando, nell’epoca imperialistica, i parlamenti sono stati chiamati a decidere qualcosa che non fosse già stato deciso alle loro spalle! È vero che «un tempo il parlamento era il luogo di grandi dibattiti di politica interna ed estera», come dice il Matteucci, ma di grazia si deve avere la faccia tosta di dire in quale tempo. Per noi questo tempo è passato da quando il fascismo si è affermato in Italia e in Germania e i cosiddetti vincitori del fascismo furono costretti ad adottarne i metodi.

Dobbiamo infatti ricordare a questi signori che mentre in Italia, anello più debole della catena imperialistica insieme a Germania e Russia, si affermava il fascismo, governo forte della borghesia in funzione antioperaia, nei paesi «democratici, a regime parlamentare», usciti vincitori dalla spartizione della preda, si riuscì a salvare la faccia e a conservare le «gloriose istituzioni» a colpi di decreti legge, guarda caso. Ed allora cosa ci vengono a raccontare con la storia del pericoloso modo di governare all’italiana. È una vecchia solfa e noi l’abbiamo imparata una volta per tutte.

Il bello è che questa volta non si tratta di paventare l’esautoramento del parlamento come anticamera del fascismo, perché quest’ultimo, presuntamente battuto dalla resistenza, non è morto, anche se la riesumazione del cadavere ha annebbiato con i suoi nauseabondi miasmi la mente di troppi, proletari e non. E non staremo certo a far polemiche sulla riabilitazione dei fascisti da parte di Togliatti ministro della giustizia, perché il problema è ben più vasto, e complesso, e storico. Palmiro non poteva fare che quello che fece!

Fanno eco al partitaccio democratico e parlamentare, principale puntellatore e partner nella macabra danza che sappiamo, gruppi e gruppuscoli che si fregiano, non a caso, del titolo di extraparlamentari, la cui aspirazione somma è di poter penetrare nelle aule rappresentative, magari, sulla scia di Pannella, a colpi di digiuno! (non sapendo di favorire, tra l’altro, i deprecati decreti legge sull’economia, la cui preoccupazione più forte è quella di riuscire ad abituare l’asino a non mangiare. Altro che lotta contro l’autoritarismo, qui si tratta di connivenza!). Che cosa lamentano infatti i gruppetti «a sinistra» del PCI? Che manca la democrazia, che di parlamenti ce ne sono pochi, specialmente di quelli aperti agli smaniosi aspiranti. O piangono che le drastiche regole del gioco li tengono fuori, condannati alla dispersione e ai quorum irraggiungibili nelle sagre elettorali.

Contro tutto questo sottobosco non abbiamo che da riproporre il nostro ormai storico ed irrinunciabile antiparlamentarismo, perché l’esperienza ha dimostrato a sufficienza che il cadavere sta in piedi, come nella macabra danza tibetana, solo perché sorretto dalla giovane forza del proletariato che ha tutto da perdere in questo abbraccio e nulla da guadagnare. Il nostro antiparlamentarismo, legato, nel 1920, alle esigenze immediate della mobilitazione sul terreno rivoluzionario del proletariato in lotta e alla necessità di una irrevocabile separazione del partito comunista dai metodi socialdemocratici, è oggi per legge dialettica una posizione irrinunciabile, contro tutte le contraffazioni, fossero pure i plebisciti, i referendum ed altri specchietti per le allodole che, a quanto pare, servono ancora. Tutto questo perché non riteniamo che si debba tenere in piedi un morto, quando perfino borghesi «razionalisti e progressisti» riconoscono che dalla sua bocca non escono più dibattiti e decisioni, ma registrazioni meccaniche, tardive e notarili. Il cadavere ancora cammina, ma i fatti stessi si incaricano, come abbiamo visto, di dimostrare ogni giorno di più che cadavere è e rimane.