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Gestione sociale della scuola: riforma di stampo fascista

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Preceduti da una sbracatissima propaganda, stanno per entrare in vigore i cosiddetti «organi di gestione sociale della scuola». Una campagna pubblicitaria in grande stile, orchestrata da tutti i partiti borghesi, tende a far credere che la scuola si prepari a vivere una sorta di «rivoluzione»: Dichiarazioni di politicanti alla radio e alla televisione, articoli sulla stampa, convegni, dibattiti, ormai non si contano più.

Tutti i partiti, dalla D.C. ai sedicenti «socialisti» e «comunisti», con varie sfumature, sono d’accordo nel dire che: con questa riforma «la democrazia entra nella scuola», «la scuola si apre a tutte le componenti sociali», ecc.

In particolare il P.C.I., sostiene che questa riforma, presenta sì qualche lacuna, ma «dalle considerazioni critiche… si deve passare ad una gestione non passiva, né meramente amministrativa dei decreti…». Cioè si deve «lavorare dentro» gli organi collegiali, per renderli il più «democratici» possibile, o per sfruttare ogni spiraglio che questi offrono. («l’Unità» del 24 nov.)

Non poteva mancare il M.S.I., che pur criticando la riforma, intende partecipare agli organi collegiali con liste di «destra», per costituire «un diffuso schieramento antimarxista negli istituti» («Il secolo» del 24 nov.).

Tutti accettano il principio fondamentale che è espresso dall’articolo 1 della legge, il quale afferma che «Al fine di realizzare… la partecipazione nella gestione della scuola, dando ad essa il carattere di una comunità che interagisca con la più vasta comunità sociale e civica, sono istituiti… gli organi collegiali».

Tutti sono quindi concordi nel ritenere che la scuola è una «comunità» nel quadro della «più vasta comunità sociale», e di conseguenza, ognuno deve collaborare a rendere più efficiente e a fare funzionare meglio questa «comunità».

Ma che cosa sono questi «organi collegiali»? Si tratta in sostanza di una serie di parlamentini «a livello di istituto», «a livello provinciale e distrettuale» e «a livello nazionale», che riuniranno: presidi e direttori didattici, lavoratori della scuola (insegnanti e non), bonzi sindacali, genitori, studenti, rappresentanti degli enti locali, imprenditori, rappresentanti dei lavoratori autonomi e di «istituzioni culturali».

Tutte queste cosiddette «componenti sociali», discuteranno insieme le iniziative didattiche, i programmi scolastici, gli orari, i libri di testo, iniziative di aggiornamento, ecc. in una parola, del «buon funzionamento della scuola».

Si può facilmente dimostrare che in realtà, questi organi non decideranno nulla e che la scuola resta e resterà saldamente nelle mani dello Stato, la cui autorità risulta semmai rafforzata da questa parvenza di «gestione dal basso».

Ma questo, per noi, è un aspetto secondario, poiché anche se le decisioni scaturissero veramente da questa specie di «consultazione popolare», il risultato non sarebbe diverso.

Il significato fondamentale di questa riforma, che si rileva dietro la ciarlatanesca campagna pubblicitaria, è che questi «nuovi» organi, sono ispirati a un criterio interclassista e corporativo, in perfetto accordo con lo spirito della carta del lavoro fascista. Infatti, ritenere che esista un interesse generale della nazione al disopra degli interessi delle classi; ritenere che i lavoratori salariati abbiano degli interessi comuni con i loro padroni non è forse il punto centrale delle concezioni fasciste in campo sociale?

Citiamo testualmente dalla «Carta del Lavoro» fascista:

«Il bene dello Stato è dunque da anteporsi a quello degli individui isolati o dei gruppi di individui che compongono la nazione italiana. A questo concetto è informata non solo la Carta del Lavoro, ma tutta la politica fascista… Nel contratto collettivo di lavoro trova la sua espressione concreta la solidarietà fra i vari fattori della produzione, mediante la conciliazione degli opposti interessi dei datori di lavoro e dei lavoratori, e la loro subordinazione agli interessi superiori della produzione… Questa disposizione elimina qualsiasi cagione di odio tra lavoratori e principali, i quali, nei loro rapporti, non si considereranno più come nemici, ma come cordiali collaboratori, nel comune intento di migliorare la produzione… Le associazioni professionali comprendono o soli datori di lavoro o soli lavoratori. Le Corporazioni invece riuniscono le associazioni di datori e quelle di lavoratori di un dato ramo della produzione, in un gruppo solo di forze e sono organi dello Stato».

Si confrontino queste affermazioni con le tesi sostenute da tutti i partiti «democratici e antifascisti»: allora si parlava del «bene dello Stato» al disopra degli interessi di parte; oggi si parla di «difesa delle istituzioni», di «salvataggio dell’economia nazionale», per cui gli operai devono «fare sacrifici», mettendo da parte i loro interessi di classe. La sostanza di queste posizioni apparentemente opposte è sempre la stessa: salvaguardare il regime capitalistico.

Nel caso specifico, si pretende che i lavoratori della scuola abbiano un interesse comune con i rappresentanti del loro padrone-Stato, cioè presidi e direttori didattici; e quindi debbano collaborare assieme a tutte le altre «forze sociali» per far funzionare bene il settore scuola.

A qualcuno potrà forse apparire strano che partiti di dichiarata fede «antifascista» e dirigenti sindacali, si ritrovino a difendere organi di chiaro stampo corporativo. Il fatto per noi non costituisce una sorpresa e non è altro che una nuova conferma delle tesi che noi abbiamo sempre sostenuto.

Nel 1945, il fascismo, sconfitto sul piano militare, fu vittorioso sul piano politico; cioè si affermò come moderno metodo di gestione dello Stato borghese.

La democrazia postfascista, in campo sociale, non ha fatto altro che continuare la politica fascista, avvalendosi dell’apporto indispensabile dei falsi partiti comunisti e socialisti, che avevano ed hanno il compito di mantenere gli operai sul terreno della pace sociale e della «legalità democratica».

Gli operai che hanno vissuto il dopoguerra, ricorderanno che la parola d’ordine del P.C.I. era allora: mettere da parte ogni rivendicazione di classe per «ricostruire l’economia nazionale»; e fu nel nome del «superiore interesse della patria» che gli operai dovettero subire fame, disoccupazione e sfruttamento; vi furono persino molti episodi in cui essi lavorarono gratis per ricostruire fabbriche e cantieri.

Tutti sanno come lo «stato democratico» ricompensò i proletari che si erano sacrificati per il «bene della nazione». Basta ricordare gli eccidi di braccianti in Puglia, in Sicilia, in Val Padana, i morti di Reggio Emilia, i più recenti di Avola e Battipaglia. I proletari caduti sulle piazze dal 1945 ad oggi sono la testimonianza che il piombo democratico non è diverso dal piombo fascista.

Un’altra conferma del perfetto travaso che è avvenuto tra fascismo e democrazia la ritroviamo anche nella prassi costantemente seguita dai dirigenti sindacali di riunirsi assieme agli imprenditori e ai rappresentanti dello Stato per discutere «i problemi» di un determinato settore produttivo; ad es. come utilizzare al meglio gli impianti, oppure come sviluppare gli investimenti, ecc. Si noti come tutto questo si accorda perfettamente con la «Carta del Lavoro» fascista.

I partiti opportunisti e i dirigenti sindacali che da essi emanano, cercano costantemente di imbrigliare le lotte operaie e di mantenerle nel quadro delle necessità del regime capitalistico. Perciò essi affermano che gli interessi dei braccianti sono legati alla riforma dell’agricoltura, che i ferrovieri devono lottare «per una nuova politica dei trasporti», che i metalmeccanici devono non richiedere aumenti salariali, ma «maggiori investimenti nel mezzogiorno», che i lavoratori della scuola non devono pensare ai loro interessi materiali, ma al buon funzionamento della «comunità scolastica».

Tutto questo non è altro che la riproposizione, sotto altre etichette, del corporativismo fascista, di cui tutto lo «stato democratico» è permeato.

Di fronte a questa realtà, che con l’avanzare della crisi si evidenzia sempre più, facendo svanire ogni speranza di «evoluzione pacifica», noi non piangiamo la morte della democrazia. Ne siamo anzi felici, ben sapendo che la prima condizione per la ripresa della lotta di classe è che il proletariato si liberi dalle illusioni democratiche, e dalla tutela dei partiti opportunisti.