Opportunismo in difesa della “iniziativa privata”
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Come è noto è ormai da molto tempo che il P.C.I. ha abiurato alla politica del «tanto peggio tanto meglio», che in linguaggio volgare dovrebbe significare politica rivoluzionaria capace di approfittare delle crisi ricorrenti del sistema capitalistico: non ci saremmo aspettati, si fa per dire, che potesse approdare in modo così squallido alla pratica del «tanto peggio… tanto peggio».
Fuori di metafora, nella incessante rincorsa alla conquista dei ceti medi, secondo la nefasta «politica delle alleanze», il partitaccio si è dato ad organizzare convegni di «politica economica», con invito esteso a personaggi dell’area governativa e «manager» possibilmente di piccolo e medio calibro, nonché economisti condiscendenti e disposti a coprire con l’aureola della scienza (borghese) le analisi e le previsioni proposte.
Ultimo in ordine di tempo è stato il convegno sulla piccola industria, sotto la direzione del comunista-liberale Amendola, appaiato dal responsabile della sezione economica Barca (in omaggio allo slogan in voga «siamo tutti sulla stessa… barca»), introdotto dalla relazione di Peggio, uno dei più autorevoli strateghi del centro studi economici del P.C.I.
La ricetta di Peggio in ordine alla situazione attuale si riassume così: rifiuto di ulteriori nazionalizzazioni (dopo che per anni questa misura è stata sbandierata come l’anticamera del socialismo), riconoscimento del ruolo primario delle piccole e medie imprese nel sistema produttivo italiano. L’analisi del relatore ha messo in risalto che tra il 1951 e il 1971 tre quarti dei manufatti si sono creati nelle unità produttive con meno di cento addetti; per certi campi (calzature, abbigliamento, mobilio, meccanica agraria, ceramiche) il peso degli operatori minori è addirittura prevalente, tanto da rendere falsa l’affermazione che piccole e medie industrie non sarebbero altro che «reparti staccati delle grandi industrie».
Dunque riconoscimento dell’autonomia dei «padroncini», della loro insostituibile funzione nella politica dell’occupazione, e via di seguito con certe amenità.
Ma il merito dei piccoli imprenditori non si ferma qui: infatti «nonostante che le grandi aziende abbiano imposto una politica monopolistica della domanda e dell’offerta, nonostante che i banchieri abbiano dirottato i finanziamenti sulle speculazioni immobiliari e sugli investimenti in beni-rifugio, nonostante che lo stato abbia gestito i crediti agevolati come crediti ‘privilegiati’, il piccolo imprenditore ha saputo affermarsi superando molti ostacoli».
Si passa poi, di peggio… in Peggio, all’autocritica, immancabile ormai secondo il costume degli staliniani: «occorre stare in guardia dal pericolo di ripetere l’esperienza, assai negativa, compiuta dopo il 1964, quando, di fronte alla crisi economica, prevalse l’idea che bisognasse spingere a fondo il processo di concentrazione, credendo erroneamente che grandi o grandissime imprese fossero comunque più efficienti, più competitive, più vitali delle imprese minori». (la confessione è per noi una conferma che il P.C.I. non si è sempre preoccupato che della efficienza, della competitività, della produttività, in una parola della difesa del Capitale). E il patriarca Amendola, battendosi ancor più forte il petto ha rincarato la dose: «ci siamo battuti per 20 anni a favore dell’estensione dell’area economica pubblica, e ora ci accorgiamo di aver lavorato soltanto per aumentare il potere di sottogoverno della D.C.» (Cari operai, ve lo raccomandiamo in gran partito, lavorate, lavorate, e dopo 20 anni vi si viene a dire che avete lavorato per la D.C.!) Ed ora un inevitabile pensierino a C. Marx, che invisibile ma presente, deve essersi fatto sentir scricchiolare nella fossa di fronte a simili bestialità: «non si tratta, – ha precisato Peggio – di voltare le spalle alla dottrina economica di C. Marx, ma di prendere atto che nel contesto italiano attuale bisogna evitare ogni ulteriore allargamento dei parassitismi e delle inefficienze, salvando ogni manifestazione di vitalità imprenditoriale».
Amendola poi, ancora dolorante, ha chiesto oltre che la facilitazione dell’accesso al credito per la piccola industria, definita «libera imprenditoria», «patrimonio insostituibile dell’economia italiana», una programmazione democratica a favore dei consumi sociali (nuovo modello di sviluppo) e una politica sindacale diversificata e capace di rispettare le «lungimiranti» iniziative della media e piccola impresa. Peggio ha infine sottolineato che queste aperture del P.C.I. sono l’espressione di una linea non contingente, ma di carattere strategico e valida per un lungo periodo storico (possibilmente eterno, commentiamo noi). Ah!, su questo niente da eccepire. È ormai quasi mezzo secolo che ci sgoliamo a dimostrare che la politica dell’opportunismo staliniano consiste nella capitolazione nei confronti delle esigenze del capitale, che necessariamente passa attraverso la resa nei confronti delle mezze classi e dei loro apparati politici e sindacali. Contro la pretesa della piccola-borghesia di non cadere nelle condizioni di vita del proletariato, avendo gli occhi sempre rivolti verso la «gran vita» del grande capitale, la dottrina comunista rivoluzionaria ha sempre sostenuto la politica del «terrorismo» nei confronti dei politicanti e degli apparati di difesa degli interessi piccolo-borghesi, mostrando come solo la via del comunismo può risolvere le loro contraddizioni, il loro costante e inevitabile schiacciamento da parte del capitale come forza tendenzialmente protesa alla concentrazione mediante lo strangolamento della riscoperta (dal P.C.I.) «libera imprenditoria».
È questa la politica delle alleanze che il comunismo rivoluzionario ha sempre sostenuto: mostrare alle mezze classi che di fronte alla crisi del modo di produzione capitalistico il dilemma è tra due vie: o dittatura della borghesia o dittatura del proletariato, tertium non datur. Il P.C.I., come del resto i riformisti di ogni tinta, pretende di proporre una terza via, quella stessa che si illusero di seguire utopismo e democrazia liberale in coma, la via delle riforme, l’illusione di far girare la storia a ritroso, resuscitando appunto una «piccola libera imprenditoria», magari cooperante idillicamente, e da sempre riserva di caccia di tutte le proudhonate di ieri e di oggi. I politicanti del P.C.I. hanno scoperto che è falso che piccole e medie imprese non sono altro che reparti staccati della grande industria. Ed hanno ragione, essendo reparti «attaccati», e in che modo!, al grande capitale, dal momento che la loro vita è possibile solo all’ombra del monopolio, da esso incessantemente e prolificamente rigenerati nel processo di concentrazione tendenziale del capitale come forza anonima globale, che non comporta affatto il passaggio meccanico ed indolore alla grande produzione associata, essendo il processo di concentrazione e la proliferazione della piccola produzione nient’altro che la reazione per sopravvivere alla contraddizione insuperabile tra produzione sociale e appropriazione privata dei beni prodotti. Ma il pachidermico P.C.I. scopre ora che la piccola e media industria è più elastica nei momenti di crisi, più flessibile, senza precisare in funzione di chi. Ed allora lo diciamo noi: in funzione delle esigenze di ristrutturazione capitalistica, dal momento che è meno difficile decretare il fallimento e l’invio della lettera di licenziamento ai proletari sparsi e divisi, alla mercé del signorotto locale, magari capace con la benedizione degli opportunisti, di fare il piagnisteo e proporre una comune protesta contro il capitale monopolistico. Inoltre le carogne non dicono in che modo il «padroncino» può permettersi il lusso di essere inflessibile e competitivo: premendo sul salariato, sfruttandolo fino all’osso, non rispettando nemmeno i contratti che i sindacati venduti hanno sottoscritto. Non ci sono miracoli nella produzione capitalistica: solo l’estorsione di plusvalore garantisce all’azienda grande o piccina di mantenersi a galla sul mercato e nella lotta della concorrenza.
Mettete sul conto della piccola impresa il maggior costo del denaro, l’ambiente insicuro con relative morti bianche, e poi se avete il coraggio veniteci a parlare di «libera imprenditoria». Libera per chi? Ma è chiaro, per loro signori e loro parassiti. I signori del P.C.I. fanno finta di non sapere che sono piccole e medie imprese le aziende edilizie, dove altissimo è il tributo di morti bianche, piccole aziende sono i borsifici che riducono, specialmente i minori, inabili e disgraziati innanzi tempo. È questo il bengodi che si vuole incrementare? È qui che risalta la funzione controrivoluzionaria e antiproletaria di questi personaggi, la loro esclusiva preoccupazione di dare una mano al capitale e al suo Stato per uscire dalla crisi, per puntellare col costo di vite proletarie, che a loro «umanisti» e «moralizzatori» interessano per eternare il disordine borghese, l’anarchia della vita sociale.
Contro questa menzogna si erga la forza del proletariato, organizzato nella grande industria monopolistica o sparso nello stillicidio della piccola e media produzione. Solo lo smascheramento dell’opportunismo, nello schieramento del quale il P.C.I. è punta di diamante e organizzatore principe, permetterà alla classe operaia di riprendere la sua lotta rivoluzionaria, realizzare il suo incontro storico col suo Partito che mai ha abbandonato la trincea difficile della difesa pratica e teorica dei principi del comunismo. La via della liberazione di classe è dura, non sono permesse facili scorciatoie frutto di moralismi e ribellismi piccolo-borghesi. I paradisi artificiali a base di promesse nella cornice dell’ordine democratico o di «organizzazioni» rivoluzionarie accelerate dalla buona volontà non possono che aumentare lo smarrimento e le sofferenze.