Partito Comunista Internazionale

Breznev-Kissinger stregoni a consulto

Categorie: USA, USSR

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Non è da ora che sosteniamo, contro tutti gli «innovatori», «riformatori», «rinnegati» e via dicendo, essere destino della fase controrivoluzionaria che stiamo attraversando che tutti, chi più chi meno, si sentano o si camuffino da «marxisti»: è un’esigenza per meglio confondere le idee già paurosamente annebbiate di proletari e non.

Non ci saremmo però mai aspettati una confessione esplicita, anche se furbamente celata tra l’ironia ed il sussiego, da parte del Corriere della Sera, specializzato in questi ultimi tempi in «advances» progressiste tanto da essere caduto in sospetto di «criptocomunismo» presso i borghesi timorati di Dio e per niente disposti a scherzare.

Il bello è che il Corriere viaggia in compagnia di due illustri personaggi che in una fase in cui, come commenta, «ormai tutti siamo marxisti o quasi», fanno bella mostra di sé proponendo la loro analisi della situazione internazionale e le loro previsioni con realismo e spregiudicatezza facendo professione di cinismo e di machiavellismo deteriore, che poi per questi signori sarebbe il marxismo dei nostri tempi!

Il noto commentatore di politica internazionale per l’azienda milanese V. Zorza si affretta comunque a precisare che se dovessimo fare una distinzione, i due illustri dovrebbero essere classificati tra i «marxisti evoluzionisti», e ci mancherebbe altro!, nemici adunque di ogni brusco sovvertimento e specialisti nell’arte di arginare il pericolo che la crisi politica ed economica possa riportare alla ribalta della storia i «marxisti rivoluzionari», che per i democratici, pensate un po’, sarebbero i «falchi» degli opposti schieramenti statali!

Kissinger in una sua intervista a James Reston del New York Times ha parlato della «quasi certa disintegrazione della civiltà occidentale se le nazioni che ne fanno parte non riconoscono la loro interdipendenza nell’odierno mondo economicamente turbato e percosso dall’inflazione».

In un discorso che Breznev ha fatto quasi contemporaneamente (marxisti «sincronizzati») ha così diagnosticato i sintomi della malattia del capitalismo del nostro tempo: «inflazione galoppante, crisi economica acuta, caduta della produzione e aumento della disoccupazione» (profondo, no?). La crisi della democrazia occidentale – ha detto – «sta accelerando la disintegrazione della macchina politica del sistema capitalistico». Per lui tutto ciò era «inevitabile», perché proviene «dalla natura stessa del capitalismo». Secondo il modello marxista marca Breznev i guai economici del capitalismo faranno sì che esso attacchi i livelli di vita dei lavoratori. Il proletariato allora contrattaccherà, il che indurrà i capitalisti ad assoldare le forze del fascismo. Nel confronto che ne seguirebbe prevarrebbero i comunisti (quali?) e i fascisti, il che condurrebbe alla guerra civile e a tensioni internazionali, che potrebbero provocare più ampie guerre.

Come si vede la larga mente di Breznev in quanto a «capacità creativa» non ha proprio da invidiare a nessuno: ripete tale e quale la dogmatica staliniana, che abbiamo sempre definito opportunismo socialdemocratico aggravato dalla decimazione dei comunisti rivoluzionari, idealismo e meccanicismo. Chi non ricorda le profezie di Baffone?: il capitalismo è un sistema economico e politico soggetto a crisi ricorrenti: il socialismo (quello «edificato in Russia») è al contrario una struttura ordinata e pianificata, che scorre senza scosse, non conosce crisi economiche, è capace di aumentare le forze produttive in maniera illimitata: ergo, il socialismo vincerà sorpassando l’antagonista in campo politico ed economico. Il sillogismo è perfetto: solo che si dimentica che il sillogismo è il fondamento della metafisica e della logica scolastica, ed è un pochino lontano dalla dialettica materialistica. Per questi signori, con baffi o senza, tutto va avanti a base di gradualismo, di evoluzione inevitabile, con qualche «inevitabile piccolo sussulto» tipo distruzione della vecchia guardia bolscevica, epurazioni e bagattelle varie.

Non una parola naturalmente sul ruolo del partito comunista, come è normale d’altro canto in quanto decimato e annientato, fatto a pezzi da Stalin e «disintegrato dai suoi seguaci»: la vittoria del socialismo si affermerà così per forza di cose, come diceva (per loro) papà Marx, «inevitabilmente». Per tutti gli evoluzionisti, anche se lordi di sangue proletario, a vincere è sempre il destino: male che vada potrà essere «cinico e barbaro», secondo la nota sortita saragattiana.

Nel bel mezzo della crisi anche Breznev, come tutti i falsi marxisti, si sente in dovere di spiegare, stralciando qualche vecchia frase ad effetto, la sua interpretazione del difficile momento, preoccupandosi comunque di nascondere al proletariato la serie di tradimenti e di diserzioni che lo hanno costretto alla più nera delle controrivoluzioni che la storia della lotta di classe ricordi.

Kissinger, suo amabile interlocutore, non gli è da meno, e pur senza citare Marx (non è poi tanto scemo) lo tallona da vicino con una analisi alla Metternich, tutta realismo e pragmatismo: «le rivalità locali – ha detto – condurrebbero dapprima a tentativi, da parte di ciascun paese, di sfruttare al massimo i propri vantaggi. Ciò porterebbe «inevitabilmente» (anche per lui il destino batte alla porta) a prove di forza che aggraverebbero le crisi domestiche dei paesi coinvolti. Questi a loro volta costituirebbero dei regimi autoritari (se comunisti o fascisti non precisa) ma presumibilmente «fascisti» in alcuni casi e «comunisti» in altri. Lo stadio successivo vedrebbe crisi internazionali tra questi regimi e «probabilmente» confronti militari: ma, anche senza questi confronti, dice Kissinger, crisi sistematiche simili a quelle degli anni ’20 e ’30 sono destinate a ripetersi.

Questo non è esattamente l’ordine in cui Mosca vede il verificarsi degli eventi, ma tutto vi è compreso – annota Zorza. – Appunto, mutato l’ordine dei fattori, il risultato non cambia.

Nello stesso tempo i tecnici del dipartimento di stato americano hanno cercato di dare un ulteriore ordine logico alla concettualizzazione che l’ordinata mente di Kissinger non è riuscita a fare nel concitato scambio di domande e risposte: un suo aiutante di campo, mister Lord si domanda preoccupato: «le notizie della morte della dottrina comunista sono molto esagerate? Non possiamo esser sicuri che i futuri “capi comunisti” resteranno costruttivi come quelli attuali». Egli teme che possano agire di nuovo come capi di stato «rivoluzionari» per far crollare il sistema internazionale, forse nel modo implicito nelle loro attese, da benefici derivanti dalla crisi dell’Occidente. Il bello è che secondo il Lord sarebbero i militari dei due campi a costruire spietatamente la guerra e la fine della distensione. Un generale sovietico avrebbe detto che «in qualsiasi momento può sorgere in qualche anello del sistema capitalistico una situazione che spianerà la via delle “fondamentali trasformazioni rivoluzionarie”».

Intanto compito dei due «marxisti di razza», Breznev e Kissinger, è di tener lontana tale eventualità, sviluppando in maniera irreversibile la via alla collaborazione. Il che è come dire: se la rivoluzione è proprio un destino, non si dirà che non abbiamo fatto il possibile per esorcizzarla. Se proprio la forza degli eventi dovesse spingere il proletariato a rialzare la testa, non si potrà dire che non si è fatto di tutto per tenerla a bada.

Oh sì, si è fatto veramente di tutto, da papà Stalin al compagno Leonid, per ricacciare il proletariato nel vicolo cieco della controrivoluzione, distruggendo letteralmente le avanguardie operaie e il fiore della direzione bolscevica. Nonostante tutto non si dormono sonni tranquilli, né sul fronte borghese orientale né su quello occidentale: la vecchia talpa lavora assiduamente, deve solo rialzare il muso dalle oscure tenebre sotterranee, e tutto nella previsione marxista di sempre dice che avverrà. Ciò apparirà un destino per borghesi e opportunisti che hanno lavorato con tutti i mezzi per evitarlo, una conferma per i rivoluzionari comunisti che non hanno abbassato la bandiera della rivoluzione neanche nei momenti più neri, ma fedeli ai compiti storici che la lotta ha loro assegnato hanno «preparato» questa necessità mantenendo viva la possibilità che il proletariato potesse riconoscere, spinto da determinazioni materiali potentissime, la sua guida storica, il suo partito. Per noi gli eventi rivoluzionari non si verificheranno secondo un meccanico snodarsi di fatti, magari ordinati da qualche eccelsa mente, ma secondo una ripresa di bruschi sommovimenti che solo una mente collettiva e storica come il partito comunista sarà in grado di leggere correttamente e di volgere verso le finalità della classe operaia, la presa del potere e la dittatura proletaria come transizione unica verso la società senza classi. La preparazione rivoluzionaria sarà essa stessa non un meccanico ordinamento di eventi da parte di «organizzazioni» tipo, ma la capacità di non perdere il filo storico da parte della piccola e timida falange attuale che compone il partito formale.