Partito Comunista Internazionale

La piattaforma del P.C.I. per il «Compromesso Storico»: « GLI AGENTI DELLA BORGHESIA IN SENO ALLA CLASSE OPERAIA »

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Non da oggi il P.C.I. ha abbandonato la strada della rivoluzione proletaria, non da oggi esso è divenuto il miglior pilastro della conservazione sociale. Mille volte abbiamo dimostrato che il ruolo controrivoluzionario del falso partito comunista si è espresso alla luce del sole proprio in quello che esso rivendica come il suo vero atto di nascita: la resistenza antifascista che invece di schierare il proletariato sul fronte della guerra fra le classi, lo schierò in appoggio ad uno dei fronti imperialistici contro l’altro fronte e che, con la successiva «ricostruzione nazionale», legò le sorti della classe operaia alla resurrezione, naturalmente sulle sue spalle, della nazione e della economia nazionale. Le posizioni attuali del P.C.I., dal «compromesso storico» all’ultimo discorso di Berlinguer al C.C. non costituiscono dunque una novità, ma soltanto la riconferma e la dimostrazione che quanto i comunisti vanno dicendo da 25 anni corrisponde alla realtà.

LA GRANDE CONFESSIONE

Il capintesta del P.C.I. non dice cose nuove, a scorno di tutti coloro, compreso lui, che si aspettano svolte ad ogni piè sospinto. La situazione della crisi mondiale avanzante lo spinge soltanto a dire le cose più chiaramente ed apertamente, a dichiarare a tutte lettere il ruolo controrivoluzionario che il P.C.I. intende svolgere per la salvezza del modo di produzione capitalistico contro qualsiasi tentativo di emancipazione della classe operaia. È su questo che è necessario spingere gli operai a riflettere, perché possa costituire un coefficiente di schieramento delle forze proletarie sul terreno della rivoluzione e della battaglia per l’instaurazione della dittatura proletaria. Ed in primo luogo il discorso di Berlinguer contiene una confessione, la confessione che tutto ciò per cui durante la II guerra mondiale e nei 25 anni successivi si sono chiamati gli operai a versare il loro sudore ed il loro sangue era illusorio e inesistente. Tutto il piano che il P.C.I. ha prospettato da 25 anni alla classe operaia è fallito; la prospettiva per cui, una volta abbattuto il fascismo ed il nazismo il mondo avrebbe avanzato pacificamente e gradualmente verso il benessere, verso la pace, verso la graduale elevazione delle condizioni di vita e di lavoro delle masse proletarie, senza rivoluzioni, senza scontri violenti, senza cozzare contro le strutture del ricostituito Stato democratico, va in pezzi. «Su scala internazionale, tutti i principali paesi industriali si propongono lo stesso obiettivo: importare di meno ed esportare di più. Si ha così un ulteriore inasprimento della lotta e della concorrenza economica fra i principali paesi capitalistici». Lotta e concorrenza sempre crescenti, tendenza ad importare sempre di meno e ad esportare sempre di più; cose non nuove per il modo di produzione capitalistico, cose di sempre sulla base delle quali si impostano le trentennali tragedie a cui l’umanità è sottoposta dal modo di produzione capitalistico ed a cui non potrà non essere periodicamente sottoposta fino a quando questa forma di produzione esisterà: lo schiacciamento delle condizioni di vita del proletariato, la disoccupazione, la fame, la guerra, tutti fenomeni che accompagnano necessariamente l’esistenza del modo di produzione capitalistico nella sua fase imperialistica. L’unica cosa nuova è che, dopo aver addormentato per 25 anni la classe proletaria nell’oppio delle illusioni pacifiste e democratiche, la forza delle cose spinge il P.C.I. a riconoscere l’esistenza di questa situazione. «Il mutamento che è inevitabile nei rapporti economici e politici mondiali avverrà nella pace o attraverso nuove guerre? Altre volte il capitalismo ha cercato proprio nelle guerre il mezzo per venir fuori dalle sue crisi e contraddizioni, e ciò ha portato in questo secolo, oltre che a innumerevoli guerre locali, a due guerre mondiali che hanno distrutto un numero immenso di vite umane e incalcolabili ricchezze…». La guerra è dunque proprio quello che i marxisti hanno sempre detto: l’unico modo che il capitalismo conosce per uscire dalle sue contraddizioni e per risolvere le sue crisi attraverso la distruzione di forze produttive e di prodotti (vite umane e incalcolabili ricchezze). Bella conferma! Ma allora, secondo le parole stesse di Berlinguer, anche la II guerra mondiale rispose a questo scopo, era una guerra fra potenze imperialistiche per risolvere le contraddizioni del modo di produzione capitalistico. Ebbene, quale funzione reale ha svolto il partito che ha sempre presentato al proletariato la II guerra mondiale come una crociata «ideale» delle forze della democrazia e della pace contro le forze «della guerra e della reazione» rappresentato allora dall’imperialismo tedesco ed italiano? Non ha forse a quei tempi il P.C.I. svolto il ruolo di agente della propaganda del blocco imperialista anglo-russo-americano chiamando i proletari a schierarsi sul fronte degli Stati che combattevano «per la pace, per la democrazia e per la libertà?» E quali sono le prospettive future? «…Conflitti bellici di vaste proporzioni potrebbero accendersi in certe regioni del mondo con il rischio di dilatarsi fino allo scatenamento di una guerra mondiale… Gravido di pericoli che ancora non tutti avvertono è il fatto che si va estendendo nel mondo la corsa agli armamenti e che nuovi paesi si sono dotati di armi atomiche, mentre altri stanno lavorando per dotarsene anch’essi. Minacce alla pace possono venire, in questo periodo, dallo stesso aggravarsi della crisi del capitalismo. Non può davvero essere sottovalutato il discorso del presidente degli USA a Detroit, nel quale si è piuttosto esplicitamente parlato della eventualità di un ricorso alla forza per regolare i rapporti con i paesi produttori di petrolio. Ancora più netta è stata in questo senso una recente dichiarazione del ministro finanziario della repubblica federale tedesca». La prospettiva è dunque questa: crescente concorrenza fra gli Stati capitalistici, intensificazione della corsa agli armamenti, crisi economica mondiale («Sta di fatto che la crisi attuale non è superabile come quelle precedenti», dice Berlinguer), guerra mondiale. È di fronte a questa situazione, dunque, che ci si deve porre, che si devono impostare le direttive per la classe operaia del mondo intero. E di fronte a questa situazione ci si può porre solamente in due modi del tutto opposti ed inconciliabili. Il partito comunista ha sempre considerato le crisi ricorrenti del modo di produzione capitalistico come l’espressione inevitabile delle contraddizioni di questo stesso modo di produzione; di conseguenza ha sempre dimostrato alla classe operaia: 1) che queste crisi periodiche con tutte le loro conseguenze sono inevitabili finché esisterà il modo di produzione capitalistico, 2) che, di conseguenza, il proletariato deve predisporsi alla distruzione, per via rivoluzionaria e violenta, di questo stesso modo di produzione, per fondare, attraverso la dittatura mondiale del proletariato un modo di produrre e di vivere completamente opposto a quello attuale, 3) che i periodi di crisi e di dissesto della economia e dello Stato capitalistico, essendo quelli che materialmente indeboliscono il nemico di classe e che dimostrano praticamente alla classe operaia la necessità di combattere rivoluzionariamente contro il sistema che determina le crisi e le guerre, sono quelli più favorevoli perché il partito comunista possa schierare la classe sul terreno rivoluzionario. Per il partito comunista rivoluzionario l’avvento dell’inevitabile crisi capitalistica costituisce dunque non solo una conferma della sua visione, ma anche un dato favorevole allo schierarsi del proletariato sul fronte della guerra rivoluzionaria fra le classi.

AL SERVIZIO DELLA ECONOMIA NAZIONALE

E c’è un modo opposto di porsi di fronte alla crisi capitalistica, il modo dei socialdemocratici che si votarono alla difesa della patria ed alla organizzazione del massacro degli operai nella guerra 1914-18, il modo degli stessi socialdemocratici che, in nome della salvezza della patria, della ripresa produttiva, della salvaguardia della democrazia, sputarono tutto il loro veleno sulla rivoluzione russa, combatterono con le armi alla mano contro i comunisti e contro gli operai rivoluzionari (Germania, Ungheria, Italia) giungendo perfino ad un patteggiamento «per il ritorno della legalità democratica» con il fascismo (Italia e Germania); il modo di quei partiti, prodotti della degenerazione della III Internazionale, che chiamarono gli operai a sacrificarsi per la ricostituzione dello Stato borghese in forma democratica, per ricostruire l’industria e l’economia nazionale: il modo, insomma dell’opportunismo di sempre, il modo degli agenti della borghesia nella classe operaia. Per questa gentaglia che per svolgere il suo ruolo all’interno della classe è costretta a mascherarsi da «socialista» o da «comunista» la crisi capitalistica si presenta come una catastrofe nazionale proprio perché potrebbe portare ad uno schieramento frontale delle classi sociali ed allo scontro fra di esse. Non si tratta per essi di far comprendere al proletariato come proprio queste catastrofi periodiche dimostrino la necessità di combattere per distruggere l’attuale assetto economico, sociale e politico, dal momento che essi si sentono investiti della sacrosanta missione di salvare l’economia e la società attuale facendosi garanti che il proletariato sopporterà, grazie alla loro opera, tutti i sacrifici necessari a questo scopo, da quelli attuali di abbassamento del tenore di vita, disoccupazione e fame, fino a quelli di domani di vite da sacrificare nella futura guerra fra gli Stati. La crisi, infatti, che Berlinguer è costretto così bene a descrivere, non ha dal punto di vista capitalistico che una sola soluzione: pressione sempre maggiore sulle condizioni di vita e di lavoro della classe operaia. Per concorrere sul mercato mondiale, «per esportare di più ed importare di meno» c’è infatti un solo mezzo: produrre a prezzi più bassi dei concorrenti, abbassare i costi di produzione delle merci. E questa necessità non può non generare una lotta accanita per accaparrarsi tutte le fonti di materie prime al più basso costo possibile, per controllare i mercati di sbocco dei prodotti industriali e sottrarli ai concorrenti; e nello stesso tempo una pressione costante per ridurre il costo della forza lavoro intensificando i ritmi di produzione, licenziando una parte degli operai, abbassando i loro salari ecc. Di conseguenza la borghesia può pensare di uscire dalla crisi soltanto a patto che la classe operaia accetti passivamente questi «inevitabili sacrifici», che non reagisca rivendicando almeno il mantenimento delle sue attuali condizioni di vita. Se questo avvenisse, e noi comunisti lottiamo appunto perché questo avvenga, la fine del sistema capitalistico sarebbe segnata. Per impedire che questo avvenga occorre un partito il quale abbia seguito fra gli operai e che goda la loro fiducia. Nella crisi 1913-22 questo partito fu la socialdemocrazia internazionale, nella crisi 1929-1945 fu la degenerata III Internazionale, nella crisi attuale questo ruolo può svolgerlo soltanto il P.C.I. E lo svolgerà e dichiara apertamente di predisporsi a svolgerlo: infatti nel discorso di Berlinguer tutto quello che abbiamo detto è perfettamente contenuto. Facciamolo dire a lui. In primo luogo si tratta di convincere gli operai che la crisi e la guerra non sono per nulla inevitabili; una iniezione di oppio soporifero è necessaria, altrimenti la classe operaia potrebbe essere portata a credere che il modo di produzione attuale deve essere distrutto e non può essere riformato. Perciò la prospettiva che abbiamo descritto viene presentata dall’opportunista soltanto come una «possibilità», come un «pericolo» nei confronti del quale esistono pur sempre dei «rimedi» interni all’attuale assetto sociale e politico. I «rimedi» a livello internazionale consistono, secondo Berlinguer, in questo: «Si fa sempre più impellente la necessità di una ampia cooperazione internazionale fra paesi capitalistici, paesi socialisti, paesi del terzo mondo sia ricchi che poveri di risorse naturali. Cooperazione innanzi tutto per la pace, per una giusta soluzione dei conflitti internazionali per la sicurezza e il disarmo… Cooperazione per affrontare problemi vitali ed immani quali quelli della fame nel mondo… Cooperazione per mandare avanti linee nuove di sviluppo economico internazionale, tali che l’assolvimento del compito di contribuire al sollevamento dei popoli economicamente arretrati, pur comportando necessariamente oneri per i paesi industrialmente avanzati e ricchi di materie prime, costituisca per questi stessi paesi fattore e sollecitazione per uno sviluppo economico di tipo nuovo. Si tratta dunque di promuovere un sistema di scambi e criteri di divisione internazionale del lavoro che perseguano simultaneamente sia lo sviluppo agricolo, industriale e culturale moderno dei paesi produttori di materie prime, sia il sollevamento dei paesi più poveri del terzo mondo, sia la continuità e l’allargamento, in forme nuove, dello sviluppo economico e sociale dei paesi industrialmente progrediti…». Era destino che l’ex partito comunista si incontrasse su questa strada con quello che sembra essere divenuto il suo più valido alleato, la chiesa cattolica. Berlinguer lo dice apertamente: «Non ci sembra davvero che ci siano nel mondo altri movimenti e correnti di pensiero che possano essere capaci di porsi di fronte a questa realtà nuova in un atteggiamento che ne comprenda pienamente il senso generale. Forse, se si guarda all’ultimo periodo, fanno in parte eccezione alcuni atteggiamenti della Chiesa cattolica, la quale, a partire dal pontificato di Giovanni XXIII, e con la sollecitazione di molti episcopati, ha iniziato a prendere contatto con queste nuove realtà, e soprattutto con quella del terzo mondo, in un modo che tende a correggere e cancellare una condotta secolare che l’aveva vista spesso identificarsi con la politica delle classi dominanti e delle potenze coloniali, e… esaurire la propria funzione nelle opere di carità. Anche in questo campo si conferma la possibilità di convergenza e di incontri fra il movimento operaio e il movimento cattolico nell’azione per promuovere la pace e la giustizia nel mondo…». Ma non c’era bisogno che Berlinguer lo dicesse: infatti la funzione del P.C.I. e quella della Chiesa convergono nello stesso scopo: addormentare il proletariato facendogli credere che la «pace e la giustizia» sono possibili nell’attuale regime capitalistico purché si abbia «la buona volontà di fare gli indispensabili sacrifici». L’unica notazione importante è questa: mentre la Chiesa cattolica ha sempre combattuto non solo contro il comunismo, ma anche contro qualsiasi movimento degli operai che si ponesse sul terreno della lotta di classe e perciò è perfettamente coerente con se stessa e con la sua tradizione, quando predica piani di «collaborazione, pace e giustizia», il PCI deve, per fare la stessa cosa, rinnegare se stesso ed ogni suo collegamento con la tradizione marxista e rivoluzionaria. È la sorte dei traditori!

Che i piani siano utopistici e servano soltanto a far dimenticare alla classe operaia le sue reali condizioni ed i reali modi per uscirne lo dimostra lo stesso Berlinguer. Basta ascoltarlo: «Le classi dominanti del mondo capitalistico, le caste reazionarie e i gruppi di borghesia compradora che dirigono alcuni paesi del terzo mondo sono però organicamente incapaci di intraprendere e percorrere fino in fondo la strada di una cooperazione fondata su queste basi… Anche nelle sfere dirigenti del mondo capitalistico questi problemi sono ampiamente dibattuti. Ma, salvo qualche eccezione, essi vengono considerati quasi esclusivamente dentro l’angusta logica puramente contabile e mercantile dei costi e dei ricavi, dei profitti e delle perdite…» Il piano sarebbe dunque realizzabile: basterebbe soltanto che… il capitalismo non fosse capitalismo e smettesse di comportarsi secondo l’unica logica che corrisponde alla sua natura: quella appunto «dei costi e dei ricavi, dei profitti e delle perdite». Correva l’anno 1917 e un famoso teorico della socialdemocrazia tedesca impugnò la penna per sostenere che in fondo «il capitalismo avrebbe anche potuto non comportarsi da capitalismo, cioè non fare una politica aggressiva ed imperialistica». Fu giustamente bollato ed è conosciuto dai comunisti come il rinnegato Kautsky. Ma siccome era soltanto un socialdemocratico e non un rinnegato del comunismo diceva le cose con maggiore chiarezza, cosa che il P.C.I. non può fare. Sostenne che le guerre imperialistiche potevano anche essere evitate e perciò si poteva avere la pace mondiale, se le grandi potenze imperialistiche si fossero messe d’accordo per sfruttare insieme «pacificamente» il resto del mondo. Gli fu risposto che non solo questo era impossibile sul terreno del modo di produzione capitalistico nel quale «i periodi di pace non sono che intervalli fra due guerre» (Lenin), ma che dell’eternità di una simile pace, che significherebbe l’eternità del regime capitalistico i comunisti non sapevano che cosa farsene, perché loro, i comunisti, erano per la distruzione del regime capitalistico, non per la sua eterna conservazione «pacifista». Berlinguer non dice niente di diverso da Kautsky (altra riprova che le idee sono soltanto un riflesso degli interessi materiali), soltanto non osa proporle apertamente. Ma la posizione è la stessa: l’imperialismo ed il suo necessario corollario – la guerra – non sono lo sbocco inevitabile e necessario dello sviluppo o meglio del sopravvivere a se stesso del modo di produzione capitalistico, ma solo una «politica», «la politica preferita» del capitalismo. Se allora gli si dimostrasse, a questo capitalismo, a queste classi dominanti «particolarmente miopi da non saper riconoscere nemmeno i loro interessi», che ci sono «altre politiche possibili» per sfruttare il mondo, «politiche» più «pulite», «pacifiche», potrebbero convincersi a cambiare rotta. Anzi, ci dice Berlinguer, che una parte di queste «classi dominanti» si è già convinta: è possibile infatti un movimento non della sola classe operaia, ma dei democratici e dei pacifisti tutti, della borghesia «progressista e illuminata» che «isoli le forze della reazione e della guerra». In definitiva il piano è però quello di Kautsky: infatti la sua unica garanzia sta nella collaborazione fra USA ed URSS cioè fra le due potenze imperialistiche che si sono spartite il mondo dopo la II guerra mondiale: «Un aspetto essenziale dell’azione per scongiurare i pericoli di guerra e per garantire la pace mondiale è costituita dal dialogo sovietico-americano… Il ritorno a uno stato di tensione nei rapporti fra le due maggiori potenze mondiali determinerebbe, nel mondo di oggi, una situazione nella quale diventerebbe forse impossibile prevenire e scongiurare lo scatenamento in alcune regioni del mondo di conflitti militari di vasta portata e tali da creare pericoli immediati di una guerra generale». Dunque speriamo bene! E se il buon dio vorrà che non cozzino l’uno contro l’altro gli interessi economici dei due maggiori colossi imperialistici o che qualche altro Stato industriale non cerchi di conquistarsi il «suo spazio vitale», la povera umanità avrà la pace, una pace fondata sull’armamento fino ai denti, ma pur sempre una pace. Una volta si aveva il coraggio di collocare il regno «della pace e della giustizia» nell’immensità dei cieli. Era più credibile perché se nessuno poteva dimostrare di averlo visto, era anche impossibile dimostrare che non esisteva. Vero è che certi marxisti osarono tacciare i propagatori di questa credenza nell’aldilà da propagatori di oppio; ma è anche vero che la produzione di droga si è molto sviluppata e oggi è possibile far credere che «il regno dell’eterna giustizia» può esistere proprio qui sulla terra sotto i nostri occhi.

CONTRO GLI INTERESSI IMMEDIATI E GENERALI DELLA CLASSE OPERAIA

Ma la droga opportunista ha un suo ben preciso destinatario: è il proletariato che si tratta di dirottare dalla coscienza dei suoi compiti e delle sue necessità. Perciò a questa parte colorata vagamente di verde-speranza fa seguito, nel discorso di Berlinguer, una parte ben più realistica: è quella in cui si parla di come uscire dalla crisi italiana (quella che realmente e praticamente preoccupa il patriottico P.C.I.). Naturalmente anche qui è necessario far credere, come Kautsky, che la crisi italiana sia dovuta non alle contraddizioni del modo di produzione capitalistico, bensì ad «errori» e «miopia» delle dirigenze politiche. Non si può, nemmeno Berlinguer può, andare dagli operai e dirgli semplicemente «è necessario lavorare di più e guadagnare di meno»; bisogna mantenergli qualche speranza di «miglioramenti futuri»; quando poi questi non verranno, perché sul terreno del regime capitalistico non possono venire, come non vennero quelli di dopo il 1948, qualche scusa la troveranno. Nel 1948 la cosa fu semplice: si scoprì improvvisamente che «la grande democrazia» americana era in realtà uno Stato imperialista e fascista, che la Democrazia cristiana era al servizio della borghesia e degli USA, che Scelba aveva sul comodino la foto-ricordo di Mussolini e tanto bastò a turlupinare le masse operaie. Per il prossimo round noi comunisti speriamo e lavoriamo perché magari non sia così semplice e perché mai più il P.C.I. possa travestirsi di rosso. Comunque ci sono alcune «chiarificazioni» importanti. Prima di tutto la prospettiva: «Come si presentano oggi le questioni dell’avvenire del paese? Quali sono le prospettive vicine e quale potrà essere il futuro dell’Italia… convinzione preliminare: ci sono condizioni e forze, volontà e idee sufficienti ad assicurare la salvezza e la rinascita della nazione italiana… Una nazione può anche sopportare un periodo di difficoltà e di durezze, quando se ne fa una ragione; ma non può vivere, conservare una sua unità morale e andare avanti senza avere davanti a sé una prospettiva e delle mete da raggiungere». Naturalmente questa sacra unità nazionale (è sempre Berlinguer che parla, non Benito Mussolini) è messa in pericolo dalla politica delle classi dominanti «miopi» le quali non sanno far altro che «sviluppare processi di ristrutturazione che si risolvono in una ulteriore concentrazione del potere di comando in grandi gruppi industriali e finanziari, privati e pubblici, in un attacco al tenore di vita e alle conquiste della classe operaia e dei lavoratori e in un ulteriore decadimento del Mezzogiorno». Queste classi dominanti con il loro comportamento «antinazionale» spingono «la Nazione» verso il caos, potrebbero perfino provocare uno scontro fra le classi… se non ci fosse il P.C.I. Ma il P.C.I. c’è e veglia a che tutto si svolga bene e la Nazione sia salva. In che modo? «L’essenziale è, lo ripetiamo, di prendere come punto di partenza la situazione così com’è oggi e di vedere come da essa si può risalire. Ed è proprio ponendoci da questo punto di vista che noi – partito della classe operaia e degli sfruttati – diciamo chiaramente che non si può uscire dalla crisi senza un periodo di duro sforzo di tutto il popolo e di tensione di tutte le energie nazionali… Duro sforzo vuol dire che bisogna produrre di più, non sprecare, ma risparmiare e impiegare bene ogni risorsa, riconvertire l’industria e riorganizzare le attività economiche e amministrative secondo criteri di efficienza e di rigore… Duro sforzo significa che bisogna far recuperare al personale politico e a tutti gli appartenenti alle pubbliche amministrazioni uno spirito di dedizione al servizio della nazione e dello Stato… Duro sforzo vuol dire anche che insegnanti e studenti ritrovino l’impegno alla severità e alla disciplina negli studi… Duro sforzo vuol dire infine reagire tutti alle manifestazioni di delinquenza e di immoralità per ricreare, contro forme di egoismo e di individualismo esasperate, il senso della solidarietà e del mutuo sostegno tra gli uomini. Senza uno sforzo e una tensione di tal genere, l’Italia rischia davvero di arretrare a precipizio…». E pensare che avevamo cominciato nel 1848 col dire «I proletari non hanno patria. Non si può togliere loro ciò che non hanno». E avevamo, noi comunisti anche osato pensare che l’unica classe produttrice di plusvalore e di valore fosse la classe degli operai salariati e che le altre classi sociali vivessero ripartendosi il plusvalore estorto alla classe operaia. Per cui ci sembrava assurdo che anche le altre classi sociali potessero sia «produrre di più», sia «risparmiare» sia «fare dei sacrifici». Tanto è vero che quando Benito Mussolini ci venne a raccontare nel 1920 parlando agli operai della Dalmine che «tutte le classi sociali erano ugualmente interessate alle sorti della produzione e della economia e dovevano avere un forte senso dello Stato», venne da ridere non solo a noi, ma anche al vecchio Turati che pure di collaborazione fra le classi se ne intendeva. Il 1974 dimostra che non dovevamo ridere!

Ma sinceramente il conto di Berlinguer non torna, perché se la classe operaia è la sola classe che produce non si riesce a capire come si potrebbe realizzare la sua seconda condizione: «I sacrifici necessari per il duro sforzo di ripresa e di rinnovamento devono essere ripartiti secondo giustizia». Ma siamo noi a non capire, perché invece Berlinguer è molto esplicito: I) «In ogni caso è chiaro che sia in funzione di rinnovamento e ampliamento del mercato interno, sia in funzione degli scambi con l’estero è necessario elevare la competitività dell’industria italiana». Dunque anche l’industria italiana deve mettersi a fare quello che fanno «le classi dominanti dei paesi capitalistici», cioè cercare di «esportare di più ed importare di meno»? II) «Una solida competitività si può e si deve raggiungere puntando decisamente sulle innovazioni tecniche, sulla piena utilizzazione di tutte le risorse e degli impianti, e sulla ricerca di sbocchi più stabili e duraturi alla produzione per l’interno e per l’estero». In complesso il P.C.I. è d’accordo per la «ristrutturazione» dell’industria, anzi ne è il maggiore assertore. Ma è d’accordo anche perché l’industria italiana agisca, alla moda delle «più miopi» classi dominanti secondo il meccanismo dei «costi e dei profitti, delle spese e dei guadagni», perché competitività in un regime che produce merci non può significare che questo. E, del resto, modernizzazione degli impianti non può significare nel regime capitalistico, che maggiore sfruttamento della forza lavoro, riduzione del numero degli operai alla produzione, abbassamento dei loro salari. Infatti: III) «È evidente che una riconversione industriale comporta riduzione di certe produzioni e unità produttive e sviluppo di altre, innovazioni nelle tecniche produttive e nell’uso degli impianti e quindi anche, in certi casi, spostamenti nell’impiego della manodopera. Ma noi ci battiamo perché questi processi non siano lasciati all’arbitrio e ai calcoli dei dirigenti delle singole aziende private o pubbliche che siano. È necessaria una contrattazione condotta in termini non soltanto aziendali, con le organizzazioni sindacali; e sono necessari un indirizzo generale e un intervento dei poteri pubblici». In altre parole: non siamo contro i licenziamenti e contro la disoccupazione, siamo soltanto per contrattare e controllare che i licenziamenti («spostamenti di manodopera») non avvengano «ad arbitrio», ma «nel superiore interesse della nazione». Sistemata così la questione della «difesa del posto di lavoro» si passa a sistemare la questione del salario. IV: «Ma è ora che tutti cambino radicalmente atteggiamento nei confronti delle rivendicazioni salariali degli operai e dei braccianti… Non è da questa parte della società che sono venute o possono venire spinte irresponsabili…». E ancora: «La lotta per le rivendicazioni immediate economiche e sindacali è necessaria… Vi è però un orientamento che va tenuto fermo: evitare che i contenuti e le forme della lotta creino divisioni fra i lavoratori e suscitino incomprensioni ed ostilità nella popolazione». Della popolazione, senza tema di sbagliare, fa anche parte la borghesia e la piccola borghesia: dunque: bisogna lottare per rivendicazioni «responsabili» cioè tenendo conto delle esigenze della nazione e tali che per «forma e contenuto» non dispiacciano alle classi borghesi. La conclusione ogni operaio è in grado di capirla da solo!

«GARANZIE» A TUTTE LE ISTITUZIONI BORGHESI

Tutto questo discorso serviva a dimostrare alla borghesia italiana che il P.C.I. non ha nessuna intenzione di mettere in movimento la classe operaia neanche sul piano delle rivendicazioni economiche immediate. Deve ora, però dimostrare che la sua presenza ai vertici dello Stato è indispensabile perché tutto il piano si realizzi e l’Italia, cioè la borghesia italiana, possa «uscire dalla crisi». Ecco la dimostrazione di Berlinguer: «Bisogna che il paese e soprattutto il popolo lavoratore abbiano la garanzia che il duro sforzo a cui si è chiamati serva effettivamente a raggiungere la meta di un superiore assetto economico e sociale… E perciò chiaro che non ci si può affidare solo alle forze che hanno finora diretto il paese, perché esse non hanno l’autorità e la credibilità necessarie, per i guasti che hanno fatto, per le promesse che hanno tradito, per i gravi episodi di corruzione… Tanto è vero che gli appelli e le prediche di costoro passano come acqua su una lastra di marmo. Occorre una profonda trasformazione della direzione politica, il concorso di forze nuove di riconosciuta serietà, pulizia e fedeltà agli interessi del popolo per far sì che lo sforzo oggi indispensabile sia sostenuto dalla fiducia e dalla partecipazione attiva della parte più sana, laboriosa e produttiva del paese». Dunque, se c’è una possibilità che la classe operaia sopporti senza colpo ferire gli «indispensabili sacrifici» è necessario che a proporglieli sia il P.C.I., ritornato al governo dello Stato borghese, come dal 1945 al 1948, quando si trattò di imporre alla classe operaia il «necessario sacrificio» della ricostruzione dell’economia dello Stato. Per tradire la classe operaia occorre un partito che «goda la fiducia della classe stessa. Non possono farlo i partiti apertamente borghesi ai cui appelli al «sacrificio» il proletariato risponderebbe con la lotta. Questa è sempre stata la funzione dell’opportunismo: «Agente della borghesia nel campo operaio». E nelle epoche di crisi il partito opportunista non può restare all’opposizione, perché mentre la classe operaia viene colpita nelle sue condizioni di vita e di lavoro, c’è un solo modo per fargli credere che lo Stato che la colpisce è «il suo» Stato e per impedire che rivolga la propria collera contro l’apparato statale: vedere al vertice dello Stato quello che essa ritiene il suo partito di classe. Berlinguer è tanto compreso da questa necessità «nazionale» che aggiunge: «Quanto alle forme e ai metodi di questa partecipazione si vedrà!».

Ma se il P.C.I. non chiede «garanzie» e non pone «condizioni», le garanzie e le condizioni le chiedono invece gli interessi della borghesia italiana ed internazionale nelle loro varie espressioni. Bisogna dare assicurazione che nulla cambierà nella politica sia interna che estera dello Stato italiano. E Berlinguer si accinge a dare questa dimostrazione. Prima forza da rassicurare sono gli Stati Uniti d’America con le loro formidabili basi economiche e politiche, con le loro aziende multinazionali, i loro dollari investiti in Italia, le loro flotte che incrociano a difesa di queste aziende e di questi dollari. «La completa dissoluzione dei blocchi poi, in una tale ottica, appare come una delle conseguenze finali, e presumibilmente non prossime, dell’avanzata della distensione. Considerare invece l’obiettivo della dissoluzione dei blocchi come un prius significherebbe relegarlo fra le cose impossibili ed anzi potrebbe complicare e rallentare il movimento complessivo verso la distensione e la cooperazione… Non è realistico pensare a eventuali uscite unilaterali di singoli paesi dall’uno o dall’altro patto… Precisato chiaramente che anche noi riteniamo che il governo italiano non debba proporsi di compiere atti unilaterali che alterino l’equilibrio strategico militare tra il patto Atlantico e il patto di Varsavia, con altrettanta chiarezza e fermezza deve essere affermato il diritto del popolo italiano… gli indirizzi politici della sua vita interna, le maggioranze parlamentari e i governi chiamati a guidare il paese». Cioè: stabilito che gli interessi economici, politici e militari degli USA non saranno in alcun modo compromessi, «vogliamo essere liberi di decidere…». Non è una battuta di spirito, tanto è vero che Berlinguer conclude la sua genuflessione: «Non vi è nessuna delle grandi forze politiche italiane che voglia far seguire al nostro paese una linea di ostilità verso l’America». La faccia nella polvere anche di fronte alla borghesia italiana, la quale teme per la sua «libertà imprenditoriale»: «Ma questa ormai indispensabile avocazione al potere politico democratico della funzione di definire le scelte fondamentali… non implica affatto la statizzazione di tutta l’economia, né la scomparsa di quei meccanismi di mercato che costituiscono un criterio necessario per misurare l’economicità e per verificare la validità delle scelte produttive delle imprese pubbliche e private… (ma non avevamo sentito poco fa che «le sfere dirigenti del mondo capitalistico considerano i problemi dentro l’angusta logica puramente contabile e mercantile dei costi e dei ricavi, dei profitti e delle perdite»?) … È noto anche che noi consideriamo che il settore pubblico in Italia è già abbastanza vasto… Una programmazione ben impostata e realizzata comporta dunque, certo, l’effettivo esercizio di un potere di decisione da parte di una autorità pubblica democratica ed efficiente, ma dovrà, al tempo stesso, costituire un quadro di convenienze oggettive di tipo nuovo per il mondo imprenditoriale, che dovrà lasciare largo campo e stimolare l’autonoma iniziativa delle imprese private nell’industria, nell’agricoltura e in altri settori economici…». Altra genuflessione nei confronti dell’apparato burocratico dello Stato borghese, dei dirigenti industriali, dei baroni della «cultura»: «Anzitutto si tratta di correggere la sperequazione assurda dal punto di vista sociale ed anche economico tra le retribuzioni degli operai, braccianti, contadini, tecnici industriali e agricoli e quelle di alcuni strati di alti burocrati, di professionisti e di certe categorie di dipendenti di enti pubblici e semipubblici, sempre tenendo conto delle necessarie differenziazioni anche all’interno delle varie categorie, e senza deprimere le remunerazioni di quei quadri che assolvono effettivamente e con impegno a un’alta funzione produttiva, amministrativa e culturale…». Faccia a terra anche di fronte all’altra struttura dello Stato – la sua forza armata -: «Da molto tempo il P.C.I. ha criticato e superato vecchi atteggiamenti antimilitaristi che furono propri di un periodo della storia del movimento operaio italiano. La nostra ispirazione di principio e la nostra battaglia permanente per la causa della pace… non ci fa misconoscere la necessità che anche l’Italia abbia le sue forze armate, organizzate ed efficienti, a garanzia della sicurezza e dell’indipendenza nazionale… Vogliamo garantire la possibilità ai militari di assolvere con piena tranquillità e dignità, e con la solidarietà del popolo, quei doveri verso la Patria e verso le istituzioni in nome dei quali hanno prestato giuramento… Bisogna smascherare quei demagoghi e falsi patrioti fascisti che hanno tradito e calpestato l’onore della nazione». E siccome nel campo della forza armata è pericoloso scherzare e bisogna esser chiari, la genuflessione arriva fino alla condanna aperta dei gruppuscoli: «Noi respingiamo nettamente posizioni e orientamenti settari di gruppi che agitano parole d’ordine dannosi allo stabilirsi di un rapporto di fiducia tra i lavoratori e le forze armate… Noi riteniamo che si debba mantenere il carattere obbligatorio del servizio militare. Un esercito di leva è una delle garanzie per la salvaguardia del regime costituzionale e per la stessa efficienza della difesa nazionale. Tutti i giovani devono partecipare all’organizzazione difensiva della nazione. Inoltre il servizio di leva… può rappresentare un’esperienza positiva nella vita dei giovani e contribuire alla loro formazione professionale e civile…». Altro inchino nei riguardi delle forze di polizia: «Stanno qui le cause di un certo distacco tra forze di polizia e cittadini, che è invece interesse di tutti venga colmato. Da una parte bisogna far di tutto perché tutti gli appartenenti ai corpi di polizia non vedano più i lavoratori e le loro organizzazioni sindacali e politiche come loro avversari e come forze perturbatrici dell’ordine democratico. Dall’altra parte i lavoratori e le loro organizzazioni devono considerare con spirito di comprensione il dovere e il lavoro spesso pesante e rischioso degli appartenenti alle forze di polizia e sostenerne le richieste di migliori trattamenti… Utilizzazione, trattamento economico, orari di lavoro, carriere, qualificazione professionale, culturale e civile dei tutori dell’ordine devono essere ispirati a criteri più razionali ed umani. La tutela sindacale… deve essere assicurata». Alla Chiesa cattolica, come abbiamo visto, è già stato assicurato un posto di primo piano fra le «forze progressive»; alla piccola impresa, la recente conferenza del P.C.I. ha addirittura garantito un posto stabile nella società socialista futura, il cui avvento, dice comunque Berlinguer, non è da prospettarsi a breve scadenza; per ora si tratta solo di continuare «la rivoluzione democratica» e di introdurre «nella realtà italiana» «alcuni elementi di socialismo», naturalmente nel modo che abbiamo tratteggiato. Ma qualcosa manca ancora perché la faccia dell’ex partito comunista si immerga veramente nella polvere in attesa dell’investitura di sua Maestà il Capitale! Un omaggio alle tradizioni ed alle nostalgie imperialiste della servile borghesia italiana, divenuta antifascista solo per poter saltare il fronte di una guerra perduta, ma sempre attenta alle serenate sulla «missione civilizzatrice dell’Italia»: «Ma ciò deve valere anche e soprattutto per i paesi del Mediterraneo e del vicino Medio Oriente. Tale orientamento corrisponderebbe a una tradizionale vocazione dell’Italia. Anche se non si vuole risalire all’età delle Repubbliche marinare e alla plurisecolare iniziativa di Venezia, si può rammentare che l’apertura del canale di Suez coincise con il compimento dell’unità italiana, contribuendo a far emergere il ruolo dell’Italia come paese europeo collocato al centro del bacino mediterraneo, il quale ridivenne con quell’evento uno dei centri più importanti dei traffici mondiali. Né va dimenticato che il popolo italiano è naturalmente più sospinto di altri a comprendere la natura dei problemi che si pongono nelle aree sottosviluppate per il fatto che anche il nostro paese ha avuto ed ha un suo peculiare problema di natura analoga, qual è quello del Mezzogiorno…».

La conclusione unica di tutte queste oscenità è che la classe operaia si metterà in grado non solo di ricollegarsi alla prospettiva rivoluzionaria, ma perfino di combattere per la difesa immediata delle sue condizioni di vita e di lavoro, soltanto nella misura in cui riuscirà a demolire e ad espellere dal suo seno l’influenza controrivoluzionaria del partitaccio opportunista. La ripresa rivoluzionaria e l’influenza della controrivoluzione che il P.C.I. rappresenta sulla classe operaia sono in proporzione inversa l’una rispetto all’altra. E riconferma ancora più importante è la nostra di sempre: il partito comunista rivoluzionario non può risorgere che sulla base di un blocco omogeneo di posizioni teoriche, programmatiche e tattiche che costituisca la contrapposizione frontale di tutti i miti, le ideologie, i metodi attraverso i quali l’opportunismo avvelena ogni giorno la classe operaia: di conseguenza, al di fuori e contro tutte le semiposizioni, le elucubrazioni furbesche, le deformazioni e gli aggiornamenti che costituiscono la fisionomia e il patrimonio di tutti i cosiddetti gruppuscoli extraparlamentari, vere e proprie scorie, prive di vitalità propria e trascinantesi all’ombra del vero ed unico partito opportunista.