Partito Comunista Internazionale

Dalla Svizzera – Politica nazionale o politica di classe

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Si è ormai svolto anche l’ultimo referendum in Svizzera col quale i liberi cittadini della Confederazione, senza distinzione di classe, «gli svizzeri» insomma, erano chiamati a far finta di stabilire se gradissero o meno la presenza sul comune territorio nazionale di un mezzo milione di proletari di nazionalità straniera.

Coerentemente con la politica borghese svolta, il Partito Socialista e l’Unione Sindacale Svizzera nella loro campagna propagandistica a favore della permanenza dei lavoratori stranieri e nelle successive valutazioni della «vittoria», non potevano uscire, impostando la questione, da un quadro nazionale, strettamente non di classe, come postulati incontestabili sono assunti quegli obiettivi presunti comuni a tutti «gli svizzeri», nascondendo ai propri organizzati qualsiasi divergenza, anche immediata, delle diverse classi, in merito al trattamento riservato alla forza lavoro: «…Questo mezzo milione di persone produce più di quanto consumi, non vive alle spalle di nessun tipo di assistenza, lavora e si mantiene da sé – davvero un affare per “gli svizzeri”», osserva il settimanale della Federazione dei metalmeccanici «…la massiccia riduzione degli effettivi di stranieri, in particolare in determinati settori dell’economia ed aziende, darebbe luogo ad importanti ristrutturazioni aziendali…le conseguenze sarebbero frequenti e numerose chiusure di imprese…Contratti conclusi sul piano internazionale dovrebbero venire disdetti; ciò non contribuirebbe certamente a facilitare la nostra posizione nei confronti di altri Stati». Si tratta insomma «di una vittoria della Civiltà; il venti ottobre ha vinto il Buon Senso, la Ragione, la Democrazia», esclama Emigrazione Italiana del 23 ottobre.

Purtroppo tutte queste belle qualità del «genio elvetico» non sono state tenute in gran conto dagli interessi anonimi del capitale industriale: il problema della occupazione ed il controllo della concorrenza fra lavoratori, se non sembra interessare le organizzazioni sindacali imbevute di patriottismo, preme assai alla grande finanza, tanto poco «cantonale», quanto cosmopolita, come la composizione dei lavoratori nelle fabbriche: con un disinvolto pardon all’interdetto valligiano «referendista», cominciano a farsi sempre più frequenti i casi di licenziamento di operai – anche svizzeri – e per gli stagionali – si parla per un quarto di essi – il non rinnovo del contratto di lavoro per il prossimo anno. Infatti la crisi mondiale di sovraproduzione coinvolge anche la prospera ed efficiente economia svizzera che, oltre ad ospitare le maggiori banche del mondo, è assai dipendente dall’estero per il suo commercio: «Il nostro benessere dipende dagli altri – se ne è accorto perfino il capo del Dipartimento delle Finanze, anch’egli per il NO – dalle relazioni internazionali e da un’equa ripartizione delle risorse di lavoro». Come negli altri paesi le fabbriche meno competitive sono costrette a licenziare ed i primi ad essere colpiti saranno gli stranieri. Su questo privilegio dei residenti, di essere licenziati dopo, come su mille altri, prodotti artificialmente dal capitalismo, si basa la politica di divisione della classe operaia alla quale collaborano organizzazioni sindacali come l’USS. Anche da questi sindacati viene propagandata fra i lavoratori l’ideologia nazionale, la lotta contro l’inforestierimento della privilegiata Svizzera; dalle colonne della loro stampa si accusano le autorità di favorire una «emigrazione a briglie sciolte» e si invitano a regolamentare una «emigrazione controllata»; si mette in guardia la borghesia dall’importare nelle pacifiche valli, insieme alla forza lavoro, «ideologie e concezioni globali della vita e della storia…(che impediscono di) ridurre gli interessi di gruppo (classe) entro i limiti degli interessi generali (nazionali)» – Da Lotta Sindacale del 25/10. È patente come anche l’USS abbia rinnegato la sua stessa tradizione: teme questa organizzazione che teorie ed istinti di lotta di classe siano contrabbandati nel latte e cacao del suo collaborazionismo, mentre proprio nel programma di costituzione del 1881 si parlava perfino di «soppressione definitiva del lavoro salariato», ed ancora nel 1906 il Congresso di Basilea «dichiarava che l’USS rappresenta l’organizzazione collettiva di tutte le organizzazioni sindacali svizzere che si orientano sul terreno della lotta di classe (da Reymond-Sanvin)». Ma il sindacato svizzero ha ben altre e più recenti tradizioni da rivendicare. Sin dal fallimento dei moti dell’immediato dopoguerra la tendenza dell’USS a farsi garante della pace sociale è continua: nel 1920 il «fronte unito» col PSS, che nel 1921 rifiuta i ventuno punti di Mosca; con la cacciata dalle federazioni dei lavoratori comunisti. Poi negli anni successivi alla grande crisi economica mondiale, con l’instaurarsi di strutture come le «comunità professionali», vere e proprie corporazioni sullo schema fascista, si rinuncia definitivamente alla lotta di classe: tali organismi paritari «confidano la politica economica e sociale del paese ai sindacati padronali ed operai» come, sulla stessa linea, la firma nel 1937 della «Pace del Lavoro» e l’organizzazione di «Esercito e Focolare» per la mobilitazione patriottica dei lavoratori nell’ultima guerra.

Intanto oggi la crisi economica avanza anche alle spalle degli operai svizzeri e farà sentire i suoi effetti nei primi mesi del 1975: è in costante aumento il costo della vita, da gennaio potranno aumentare gli affitti due volte l’anno invece che una volta ogni due anni. Nella metallurgia, di fronte all’accelerarsi dell’inflazione, l’indennità di contingenza viene ridotta ai 4/5 e il padronato «…si sforza di garantire perlomeno il posto di lavoro a tutti i dipendenti. (Corriere del Ticino del 3/12)». Di fronte a questo attacco ai lavoratori il sindacato invita i propri iscritti ad appoggiare lo Stato nella sua proposta di legge per aumentare le tasse sui redditi dei proletari: «…un lavoratore non potrà mai considerare suo interesse l’impoverimento dello Stato. Uno Stato povero non può essere sociale. I poteri pubblici devono avantutto servire la grande maggioranza del popolo. Votate SI anche se siete del parere che i grandi guadagni dovrebbero venir tassati maggiormente. La situazione economica è diventata critica ed il voto dell’otto dicembre dovrebbe esservi dettato soltanto da considerazioni di politica congiunturale». (Da Lotta Sindacale 29/11). Lo «Stato sociale», infame menzogna, bandiera di tutti i traditori ex-comunisti ed ex-operai. Nessuno Stato, nemmeno la dittatura del proletariato, sarà mai «sociale».

I proletari della Svizzera che oggi sono guidati a negare la solidarietà di lotta ai di loro più sfruttati compagni emigrati ed a schierarsi dalla parte dello Stato, domani sconteranno su sé stessi ogni compromesso passato e presente dei loro dirigenti con la propria borghesia. Per ogni difesa del lavoro e del pane si mostrerà drammaticamente inadeguato lo schema nazionale dell’opportunismo e si imporrà nell’azione il ritorno alle tradizioni di classe del proletariato svizzero, il ricordo collettivo dello sciopero generale del novembre 1918 che solo l’intervento dell’esercito borghese ed il tradimento dei dirigenti sindacali e politici riuscirono ad arginare. Allora, come nelle vicende tumultuose di un’Europa nascente e già decrepita, si diffuse al di sopra dei confini per la prima volta lo spettro, per i borghesi, l’unitaria marxista coscienza di sé, per gli sfruttati, ugualmente nella ventura ripresa del moto internazionale proletario le schiere dei lavoratori costretti ad emigrare si faranno veicolo non di «realtà», bisogni e partiti nazionali, cioè borghesi, ma del semplice, unico impellente bisogno di milioni di proletari: soppressione del lavoro salariato.