Partito Comunista Internazionale

Sdegno per eccidi, beffardi aumenti e “garanzie” salariali, riforme demagogiche, coprono crisi, licenziamenti, potenziamento della polizia e delle bande fasciste, la preparazione di un nuovo massacro mondiale

Categorie: Capitalist Crisis

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L’economia capitalistica mondiale è avviata verso il baratro di una crisi generale inarrestabile. Lo sanno tutti. Tutti sanno che non esistono soluzioni per impedire la catastrofe. Ciò non toglie che si facciano «piani», che si propongano formule, che addirittura gli stessi ideologi del capitalismo ammettano la necessità di «nuovi modelli di sviluppo». Questi ultimi propongono persino – propongono soltanto, s’intende – di «smercantilizzare» alcuni prodotti come il petrolio, il frumento ed anche la terra.

«Piani», dunque, come quello, in realtà assai imbecille, di «esportare di più e importare di meno», che vale «vendere più di quanto si acquista»; oppure «investire socialmente» e non privatamente e consumare di meno individualmente. Questi «piani», o meglio formule, definiscono l’incapacità del capitalismo a conoscere le sue stesse leggi economiche. La crisi verso cui si sta marciando non è dovuta a cattiva amministrazione del capitale, che per definizione è una forza sociale e non personale, anche se si personalizza in Agnelli, Ford ed altri burattini del genere, a scarsa trasformazione del prodotto netto o meglio del profitto in capitale, ma è dovuta esattamente al fenomeno opposto: a troppo capitale, alla trasformazione di una quota sempre maggiore di prodotto netto in capitale. È una inflazione di capitale. Il mondo «civile» affoga nel capitale. I capitalisti e i loro preti non lo potranno mai ammettere. Ma non importa. Per capire la spiegazione marxista del problema basta riferirsi alla considerazione che oggi mediamente le aziende producono ad un tasso di profitto che si aggira attorno all’1,1/2-2%, contro l’8-10% di alcuni anni fa. Ciò significa che per ottenere la stessa massa, volume, di profitto si deve sfornare una quantità di merci di quattro-cinque volte maggiore, investire capitale nelle stesse maggiori proporzioni. I mercati si saturano. L’incertezza di realizzare il profitto contenuto nelle merci prodotte aumenta. Di converso la produzione capitalistica deve ridurre il costo di produzione, che è possibile comprimere soltanto premendo sulle due parti costitutive variabili di cui è composta, e cioè i salari operai e il profitto d’impresa. I salari dei proletari sono già sottoposti ad una pressione crescente che tende ad aumentare ed aumenterà. Ma sorge il problema di chi consuma, se il monte salari si riduce progressivamente alla scala mondiale, cioè aumenta in maniera meno veloce del profitto o addirittura diminuisce assolutamente. Perché gli operai oltre ad essere gli unici produttori di merci assieme ai contadini, sono anche la massa più importante di consumatori di merci. Il profitto è l’altra parte variabile, modificabile. Quanto al tasso di profitto, a percentuale, il capitalista è costretto dalla concorrenza dei singoli capitalisti a ridurlo, ma a condizione di ottenere una massa maggiore, un volume più grande. Per ottenere questo risultato, appunto, il capitalismo deve, come abbiamo detto, aumentare indiscriminatamente la produzione. E qui si ritorna al punto di partenza: chi consumerà, se i salari si riducono? Il dilemma è irrisolvibile da un punto di vista capitalistico. È irrisolvibile con mezzi puramente economici.

Intanto la concorrenza agisce anche nel campo dei possessori di capitali, riducendone il numero, eliminandone i più deboli: concentrazione del capitale, fase tipica della crisi. Parte della media e piccola borghesia, ed anche alcuni grossi monopoli vengono spazzati via. Le aristocrazie del lavoro si assottigliano. Resta per questo «libera», disponibile una massa di braccia, di nuovi salariati per il capitale, che non potendoli impiegare li utilizza come esercito di pressione sul salario stesso, per ridurlo. La concorrenza investe anche la classe operaia.

L’unica proposta «seria», da un punto di vista capitalistico, che è anche la più spudorata, è quella dei «signori del mondo» degli USA. Chiaramente dicono agli Stati di essere i più forti e di avere il «diritto» di decidere per tutti. È ovvio che è la guerra. Il petrolio è il rituale pretesto, facilmente trasformabile in «crociata» per la immarcescibile «libertà».

È una proposta «seria», perché il capitalismo durante la sua pace prepara una nuova tragedia che a sua volta premette la sua pace, e così via. È un problema che va studiato nei confronti della classe operaia e della rivoluzione comunista. Perché è lampante che la soluzione, irrisolvibile per il mondo del capitale, è risolvibile per il mondo del lavoro. Una nuova guerra mondiale potrebbe creare una emorragia tale tra le file proletarie da non avere questi la forza di rialzarsi e di lanciare la sfida a questa società omicida.

Ma vi è anche un’altra proposta, anch’essa «seria», nel senso che in definitiva approda allo stesso risultato ultimo, la guerra, ma non pervenendo dai «signori del mondo» non può assumere le forme della prepotenza, della tracotanza, dell’arroganza, ed è costretta a travestirsi da riformista, da possibilista, da pacifista, da legalitaria. È la vile e infame proposta delle riforme. Un mondo che tutti sanno è in putrefazione, si pretende che gradualmente si modifichi, che la cancrena che lo invade da capo a piedi regredisca con somministrazione di sangue nuovo e fresco che invece si confonderebbe subito con le carni putrefatte. L’inganno, la mistificazione è sempre il nemico peggiore per il proletariato. Il nemico dichiarato non inganna. È il nemico mascherato da amico che tradisce.

Abbiamo detto che tutti sanno. Ma ci sono alcuni che fingono di non sapere. Assistiamo da alcuni mesi ad una gara di generosità verso la classe operaia. Lo Stato francese «concede» il «salario garantito» agli operai, a condizioni tanto salate che in effetti di garantito non esiste nulla. E come potrebbe? Lo Stato italiano ha fatto altrettanto proprio in questi giorni, a maggior gloria dei Sindacati tricolori. I governi americano, inglese e tedesco hanno annunciato l’aumento dei sussidi di disoccupazione. Tutti sono impegnati ad aumenti salariali «ragionevoli». Sembra proprio che questa crisi sia una invenzione dei comunisti rivoluzionari, che in verità l’attendono da anni.

Da un punto di vista economico, per esempio, l’attuale rivalutazione dei salari in Italia raggiunge appena l’8-10% del salario attuale, contro un tasso d’inflazione nel solo 1974 del 25%. Quindi, contro una perdita secca per l’anno passato del 15%, un’altra perdita secca del 12-15% per l’anno in corso. Inoltre sulla «garanzia» di un assegno dell’80% del salario per i disoccupati, a «certe condizioni» ritorneremo in dettaglio in un prossimo articolo. Per i disoccupati, ammesso e non concesso che ricevano l’assegno tutti e per tutto il periodo è una ulteriore perdita poiché l’80% è su un salario già svalutato teoricamente del 12-15%. Ma la demagogia e la viltà stanno da un’altra parte. Come pensare di aumentare l’assegno di disoccupazione, quando i fondi sono ridotti all’osso per stessa ammissione dei governanti, e si sono già svalutati nella stessa misura teorica del 25%, cioè di un quarto? Con quali fondi si affronterà la disoccupazione che ogni giorno cresce?

La risposta vile e infame è appunto quella della «riforma». Con essa si nasconde alla classe operaia il reale stato fallimentare non solo dell’economia italiana, ma mondiale, la si mobilita per appoggiare un mero cambiamento di governo, se ci sarà, la si illude che il potere effettivo, che non risiede nei quattro fantocci al governo, ma nella forza reale dello Stato, nella sua violenza organizzata, verrà messo bellamente, con semplice volontà maggioritaria, nelle mani dei suoi partiti e sindacati ufficiali. Il capitalismo, la organizzazione più sanguinaria e violenta della storia, che pacificamente, persuaso della sua inettitudine, cede il passo alla classe operaia: una turlupinatura colossale. Se i partiti «operai» andranno al governo della Repubblica, ciò vorrà dire che si sono dimostrati innocui, non pericolosi, meritevoli della fiducia del capitalismo, delle forze dello Stato.

Intanto, dietro questa regia da preti, lo Stato rafforza le sue difese, legali ed extralegali. Aumenta i contingenti di polizia, vara leggi antisciopero, addestra reparti speciali per la repressione civile. Piange e tuona sugli eccidi il governo dei capitalisti, ma non fa nulla, e non può farlo, contro il moltiplicarsi dei mazzieri di S.M. il Capitale.

Quella della «riforma», è, allora, una «proposta» seria? Sì, lo è per il capitalismo, per la sua conservazione, perché non impedirà la crisi generale, né impedirà che il capitalismo sferri il suo attacco frontale contro la classe operaia, né impedirà il terzo conflitto mondiale. Perché esiste una sola forza al mondo che possa superare il capitalismo, non con «proposte», ma con una sfida globale, di classe contro classe: è il comunismo rivoluzionario.