PCI ala sinistra della borghesia
Categorie: Opportunism, Partito Comunista Italiano
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Il P.C.I. rivendica di fronte agli operai la sua continuità con il 1921. Con il crescere, come succede anche agli individui, sarebbe semplicemente divenuto più maturo, più riflessivo, più pratico. La contrapposizione sarebbe fra la giovinezza, l’entusiasmo un po’ incosciente, barricadiero e sognatore che caratterizza i giovani e la posatezza, maturità, senno di chi ha vissuto grandi esperienze e sa di avere grandi responsabilità. Ma c’è un’altra versione del P.C.I., altrettanto falsa, che circola negli ambienti cosiddetti extraparlamentari, «rivoluzionari»: il P.C.I. sarebbe il partito riformista, l’esponente delle tendenze riformiste in mezzo alla classe operaia; grande partito che arruola gli operai, partito «operaio» di pieno diritto, avrebbe il torto di indirizzare il proletariato sulla via del gradualismo riformista. Come nei primi anni del 1900, si contrapporrebbero, all’interno del movimento operaio, due tendenze riguardo alla via che il proletariato deve percorrere per la sua emancipazione di classe: la via riformista e la via rivoluzionaria. Inutile dire che questa seconda valutazione ha riflessi pratici importantissimi: tutte le forze politiche che la condividono non possono non adottare nei riguardi del P.C.I. che una politica frontista, bloccarda, di «dialogo» e di «confronto» e convergere con lui in tutti i casi decisivi, per esempio, di fronte al delinearsi del famoso «pericolo di destra». Posizioni del genere contraddistinguono tutti i «gruppetti» dal Manifesto a Lotta Continua e vengono costantemente prese anche dai residui del movimento trotskista che pure era nato come opposizione frontale allo stalinismo.
La posizione del partito è opposta: non solo il P.C.I. ha rotto ogni continuità con la linea rivoluzionaria marxista su cui nacque nel 1921; non è neanche un partito operaio riformista, la linea riformista in seno al movimento operaio; è un partito borghese, controrivoluzionario, esprime la sottomissione della classe operaia agli interessi, alle idealità, alla politica della borghesia. Conseguenza di ordine pratico: la demolizione dell’influenza del P.C.I. sulla classe operaia, è la condizione sine qua non della ripresa della lotta di classe rivoluzionaria; ripresa rivoluzionaria e potenza del partito controrivoluzionario stanno in proporzione inversa.
RICHIAMI STORICI
Tutti coloro che parlano del P.C.I. come di un partito operaio riformista, cioè come di una forza che, nonostante tutto, sta all’interno del movimento operaio, dimenticano i fatti storici. Il riformismo, alla Turati, alla Kautsky ecc. fu una «tendenza legittima» del movimento operaio fino alla prima guerra mondiale. Questa tendenza esprimeva il fatto materiale che l’epoca «pacifica» dello sviluppo capitalistico (1880-1914) aveva creato in seno al proletariato degli strati notevoli di «aristocrazia operaia» pronti ad acquisire la mentalità e le ideologie riformiste e democratoidi della piccola borghesia «progressista». Essendo la situazione quella del diffondersi a scala mondiale delle strutture capitalistiche, delle forme capitalistiche di produzione e di scambio, questa ideologia aveva un suo terreno reale, non era ancora reazionaria e retrograda. Tanto è vero che le stesse ali rivoluzionarie coerenti non rinnegavano affatto la lotta per le «riforme», cioè per ottenere all’interno della stessa società borghese, dei miglioramenti e dei «diritti» per le classi oppresse.
La contrapposizione e lo scontro consisteva nel fatto che, mentre le tendenze rivoluzionarie facevano della lotta per le riforme nient’altro che un mezzo per preparare il proletariato all’inevitabile scontro rivoluzionario, i riformisti vedevano in questa lotta e nelle «conquiste» su questo terreno la via che avrebbe portato, senza bisogno di rivoluzione violenta e di dittatura, al completo emanciparsi della classe operaia. Fino al 1914, infatti, ala riformista ed ala rivoluzionaria coesistevano, in continuo combattimento, all’interno dello stesso partito proletario: P.S.I., la grande Socialdemocrazia tedesca, il partito operaio socialdemocratico russo ecc.
LA SVOLTA CRUCIALE DELLA GUERRA
La prima guerra mondiale è un nodo storico da tutti i punti di vista: economico, sociale, politico. Il modo di produzione capitalistico è entrato nella sua fase imperialistica, nella sua fase «putrescente». La guerra è il segnale che esso non ha più nulla da dire, non ha più nulla da sviluppare, può sopravvivere soltanto grazie ad alterne e periodiche catastrofi distruttive delle forze produttive che esso stesso ha creato. Mentre nel campo economico si afferma il totalitarismo dei monopoli, dei trust, delle banche ed il dominio indiscusso su tutta la produzione del capitale finanziario, nel campo politico vanno decadendo e perdendo di importanza le istituzioni democratiche borghesi, le quali da effettivo organo di governo della macchina statale ad opera delle varie frazioni borghesi (perciò sempre rivolte contro il proletariato e contro le sue lotte) divengono sempre più degli apparati veramente formali, coreografici, dei «mulini di chiacchiere», mentre il vero esercizio del potere statale si sposta nel connubio sempre più stretto fra «oligarchia finanziaria» e apparato esecutivo dello Stato (Lenin).
Nel campo dei rapporti interstatali si va verso il periodico scontro armato fra i grandi mostri imperialistici armati fino ai denti. I periodi di pace «relativa» non sono che «intervalli fra due guerre» (Lenin). Aumenta la subordinazione ai grandi apparati statali ed al capitale finanziario, internazionale delle nazioni piccole e deboli le quali, è storia di oggi, anche quando riescono a liberarsi dal dominio politico e militare delle grandi potenze, non riescono però, se non con percorsi contraddittori e tragici ed eccezionalmente, a liberarsi del loro cronico «sottosviluppo» cioè della sottomissione economica e finanziaria alle esigenze dei grandi centri imperialistici. In questa situazione, gli strati piccolo borghesi, all’interno di ciascun Stato, vengono sempre più strettamente subordinati al monopolio del capitale finanziario, viene tolto loro il terreno materiale di qualsiasi movimento progressista. La prima guerra mondiale, proclamò l’Internazionale Comunista al suo primo congresso nel 1919, ha aperto l’era della rivoluzione proletaria mondiale. E questa proclamazione non era intesa per l’immediato, ma per tutto l’arco storico che si era aperto ed in cui viviamo oggi: la fase imperialistica del capitalismo chiude per sempre la possibilità di «alternative» all’interno del sistema capitalistico stesso; l’alternativa unica rimane: o dittatura borghese o dittatura proletaria, o guerra periodica fra gli Stati o rivoluzione proletaria, o dominio totalitario dei grandi monopoli e dei grandi centri finanziari sull’economia e sulla vita sociale, o dominio dittatoriale del proletariato. Con la prima guerra mondiale l’ipotesi gradualista, riformista, pacifica e democratica cessa di essere reale, muore. Non per nulla abbiamo sempre detto e dimostrato che le istanze riformiste furono ereditate dal fascismo. Il riformismo cessa di essere una tendenza interna al movimento operaio, l’ala destra di questo movimento; passa definitivamente nel campo borghese e ne costituisce l’ala sinistra. Questa la tesi non solo nostra, ma di Lenin e della III Internazionale. Il capitalismo, giunto al termine della sua fase espansiva ed entrato nella fase imperialistica, non può più essere «riformato», né in senso economico, né in senso sociale, né in senso politico: l’unica «riforma» che può sopportare è la sua distruzione ad opera della rivoluzione proletaria e della dittatura del proletariato. Che gli strati piccolo borghesi, schiacciati dal peso crescente del grande capitale, continuino a sognare, a propagandare, a progettare impossibili riforme, sta nella loro natura; ma le loro proposizioni non sono più, come agli inizi del secolo, progressive e perciò suscettibili di interessare il proletariato e la sua causa, per quanto subordinate alla futura rivoluzione, sono reazionarie e si svolgono costantemente contro gli interessi della classe operaia.
LA SANZIONE DEI FATTI STORICI
La rottura definitiva del riformismo con il movimento proletario, il suo passaggio nel campo della borghesia, nel campo della controrivoluzione armata contro la classe operaia è inscritto, non nelle nostre idee, ma nei fatti. 1914: la borghesia tedesca, francese, inglese, italiana si rivolge nelle aule parlamentari e nelle strade ai rappresentanti politici del proletariato in questi termini: «Nei 30 anni passati, voi operai avete ottenuto dei “diritti”, delle “libertà”, delle posizioni nell’apparato amministrativo ecc. Ora, per difendere e mantenere questi “diritti”, queste “libertà” è necessario il sacrificio delle vostre condizioni di vita e delle vostre stesse vite a milioni e milioni. Il regime, all’interno del quale voi godete di questi “diritti” e di queste “libertà” ha bisogno, per sopravvivere, di una guerra mondiale. Se vi pronunciate contro la guerra, contro il regime di emergenza che è necessario instaurare, contro il massacro dei vostri figli, vi pronunciate contro il regime e contro i vostri stessi “diritti” e “libertà”. Se volete che questi “diritti” siano salvati, preparatevi agli inevitabili sacrifici». Ecco il significato profondo dell’atto di votare i crediti di guerra da parte dei capi della II Internazionale: sottomissione del movimento proletario alle esigenze del capitalismo, subordinazione di ogni anche minima rivendicazione di classe alle esigenze della Nazione, della Patria, cioè del Capitale finanziario. Riconoscimento, perfino formale, che se gli operai vogliono, nelle epoche di slancio produttivo ed economico, usufruire di un minimo di «libertà» all’interno del sistema borghese, devono, in media ogni 30 anni essere disposti a rinunziare non solo ai loro «diritti» e alle loro «libertà», ma alla loro stessa vita in nome della sopravvivenza del sistema stesso. Il tratto di strada in comune fra riforme e rivoluzione era materialmente finito: o la guerra mondiale «per difendere le riforme» o la rivoluzione: ecco l’alternativa. La piccola borghesia che vede il sistema capitalistico, come l’unico dei mondi possibile, anche se maledettamente imperfetto e da perfezionarsi, l’aristocrazia operaia che vive all’ombra dei sovrapprofitti delle epoche di boom, accettarono loro malgrado e bofonchiando fra i denti (ecco il falso pacifismo degli Ungaretti o dei Trilussa) l’ennesimo sacrificio. Era un tributo necessario perché potesse domani continuare la loro sopravvivenza. La classe operaia, nella misura in cui credeva nella possibilità dell’avvento di una società nuova cioè nella misura in cui era rivoluzionaria, si oppose alla guerra.
La sua parola d’ordine fu «Guerra alla guerra!», «Contro la guerra fra gli Stati per la guerra civile fra le classi». Il «patto» fra ala riformista ed ala rivoluzionaria del movimento operaio fu da allora denunciato.
Durante la guerra e dopo la guerra i partiti della seconda Internazionale si spezzano e nascono i partiti comunisti rivoluzionari, nasce la III Internazionale che pone a suoi principi cardine la rivoluzione violenta, la dittatura ed il terrore proletari, come preventivi ad ogni possibile reale «riforma» della società e della economia. I riformisti, rimasti soli, fanno una politica di puro e semplice accodamento degli operai alle esigenze borghesi; il loro più grande nemico è divenuto il partito rivoluzionario del proletariato contro il quale non esiteranno ad impugnare le armi. È la Germania che dà il segnale di questa prassi: nel gennaio 1919 il governo di Weimar diretto dai socialdemocratici massacra gli Spartachisti insorti a Berlino, nello stesso tempo in Ungheria i socialdemocratici aprono la strada al massacro della repubblica sovietica; in Russia i menscevichi si schierano apertamente dalla parte delle guardie bianche; in Inghilterra il governo laburista invia truppe contro la Russia. In Italia ed in Germania i socialdemocratici appoggiano apertamente non solo lo Stato, ma anche il fascismo e il nazismo, nella repressione dei comunisti. È utile ricordare agli immemori che le famose «violenze» naziste prima del 1933 avvennero all’ombra e sotto la protezione del governo socialdemocratico, mentre in Italia il 1921 vide la firma dei famosi «patti di pacificazione» fra socialisti e fascisti. Tutte le frazioni, i partiti, le tendenze della borghesia erano schierate su di un unico fronte contro lo spettro della rivoluzione proletaria. E su quest’unico fronte stavano in prima fila i socialdemocratici, i riformisti, i pacifisti, i popolari ecc. Il riformismo, ala del movimento operaio, divenne la controrivoluzione, ala sinistra della borghesia, espressione di istanze reazionarie dei ceti intermedi, pronto a rinunziare anche a queste istanze per genuflettersi ai piedi del grande capitale e delle sue esigenze, mascherate da esigenze nazionali. Il P.C.I. non è un partito operaio riformista; è un partito borghese controrivoluzionario che arruola i suoi membri fra gli operai.
Dopo il 1926, furono gli stessi partiti della III Internazionale a riprendere la strada dei socialdemocratici, cioè a farsi portatori, in nome delle «riforme», della «democrazia», di un «capitalismo migliore» delle rivendicazioni reazionarie delle classi piccole borghesi interessate al mantenimento ad ogni costo dell’ambiente economico e sociale capitalistico che permette loro, pur schiacciandole e massacrandole periodicamente, di sopravvivere. In Francia fu il partito «comunista» che, avendo represso ogni velleità rivoluzionaria del proletariato, rese possibile il «fronte popolare»; le istituzioni democratiche furono mantenute e il fascismo non venne a patto che il proletariato rinunciasse alla lotta contro il regime borghese. E garante del patto fu il partito stalinista. In Spagna dal 1936 al 1939 è lo stalinismo che agisce a mano armata contro ogni tentativo anche incoerente degli operai spagnoli di andare oltre la democrazia borghese e di instaurare un potere proletario. La guerra del 1939-1945 vide i partiti stalinisti schierare il proletariato sul fronte della difesa della «democrazia» e combattere accanitamente anche i minimi accenni di nuclei proletari a trasformare la guerra imperialistica fra gli Stati in guerra rivoluzionaria fra le classi. La resistenza antifascista fece spargere il sangue della classe operaia in nome della riconquista della «libertà» e della «democrazia», cioè in nome del regime borghese e della sua conservazione. In Italia ed in Francia sono, dal 1945 al 1948, i partiti stalinisti che si fanno promotori della «ricostruzione nazionale» soffocando anche le più piccole spinte del proletariato a difendere perfino le sue immediate condizioni di vita. «Prima ricostruire e poi rivendicare!» è l’infame formula con cui il P.C.F. ed il P.C.I. reprimono anche le minime rivendicazioni proletarie. È questa la tradizione del «riformismo» dopo il 1914. E questa tradizione mostra che le velleità riformiste sono divenute, nell’epoca del capitale imperialista, pura e semplice politica di conservazione sociale del regime esistente e di conseguenza, pura e semplice azione di soffocamento delle spinte rivoluzionarie del proletariato, svolta finché è possibile sotto la prospettazione di un patrimonio di «libertà», «diritti», «riforme» che il proletariato dovrebbe difendere e, nel caso, riconquistare; quando non è più possibile e il proletariato tende a schierarsi sul fronte della distruzione rivoluzionaria del potere borghese e del regime che lo affama e lo opprime, svolta anche con la forza delle armi da governi «di sinistra».