Le necessità del capitalismo: blocco produttivo – Licenziamenti
Categorie: Capitalist Crisis, Italy
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In Italia la situazione economica si va facendo sempre più pesante, mentre il costo della vita aumenta rapidamente (in Novembre più 26,2 per cento rispetto all’anno precedente), i salari rimangono inchiodati (a parte l’aumento dovuto alla contingenza che risulta sempre marginale rispetto al salario base e non può essere certo considerato un adeguamento dei salari al costo della vita). Inoltre la disoccupazione aumenta, mentre migliaia di emigrati che hanno perso il lavoro tornano in patria (circa 20 mila dalla Svizzera e 25 mila dalla Germania). In certi settori come l’edilizia (700 mila disoccupati) o quello dell’industria automobilistica, la situazione sta diventando addirittura disastrosa. Inoltre sappiamo come, durante il periodo natalizio, la maggior parte delle aziende di tutti i settori abbiano sospeso l’attività e lasciato gli operai a casa, e dopo questo periodo già molte industrie grandi e piccole annuncino nuove riduzioni di orario (come per i 6 mila operai alla Lancia, e i 65 mila della Fiat).
I sindacati ingoiano, o meglio fanno ingoiare ai lavoratori, tutto questo; vedi ad esempio alla Fiat dove, dopo un accordo in cui avevano già accettato sospensioni nel periodo di Natale e di Pasqua, hanno ora sottoscritto senza fiatare le nuove sospensioni mentre la contropartita consisterebbe nell’impegno dell’azienda a sostenere l’industria collaterale in crisi, a convertire la produzione da mezzi di trasporto privati, in quelli pubblici, ad incrementare gli investimenti nel sud.
Sembra così che la crisi attuale sia dovuta all’ottusità dei dirigenti, i quali ancora non avrebbero capito che è meglio per tutti che si producano autobus piuttosto che automobili, che si investa nel Mezzogiorno piuttosto che a Nord pretendendo di «umanizzare» quella produzione capitalistica che trae la forza motrice dalla realizzazione del prodotto come valore di scambio, cioè dal mercato, anziché dai bisogni sociali.
Fino ad ora il mercato dell’automobile ha assicurato alla Fiat il suo tasso di profitto, adesso il mercato è saturo, 350 mila automobili rimangono ad arrugginire sui piazzali della Mirafiori. È certo che se la grande Fiat vorrà sopravvivere, dovrà convertire la sua produzione, cercare nuovi investimenti, ma lo potrà fare e lo farà solo nei settori dove il mercato potrà assicurare la ricettività ai suoi prodotti e non è affatto escluso che uno di questi settori possa essere, invece che quello dei trasporti pubblici, quello della produzione bellica.
Nel capitalismo si investe e si produce quando e dove si realizza profitto.
Superare questa situazione significa superare la forma mercantile dello scambio dei prodotti e quindi il modo capitalistico di produzione che vede solo nell’accrescersi del capitale tramite il profitto, e non nelle necessità della specie umana, la molla della produzione.
E per fare questo ci vuole ben altro che andare a chiedere ai dirigenti della Fiat di convertire la produzione e di indirizzare gli investimenti a seconda dei bisogni della «popolazione»! Sarebbe lo stesso che andare a chiedere al capitale di smettere di essere capitale.
A meno che non si pensi di difendere, anziché i bisogni della società, gli interessi dell’azienda. Ma non sta certo agli operai fare questo, divenire consulenti industriali suggerendo ai padroni l’investimento nel settore più redditizio e arrivando magari alla conclusione che di settori redditizi oggi non ve ne sono e che, tutto sommato, c’è poco da convertire o da indirizzare, ma solo da ridurre la produzione e licenziare gli operai.
Fare credere il contrario, cioè che la classe lavoratrice abbia da difendere l’economia nazionale e, scendendo nei particolari, gli interessi di ogni azienda in crisi, significa tradire non solo gli scopi finali del movimento operaio, che sono di distruggere il capitalismo e non di salvarlo dalla crisi, ma anche quelli immediati che sono la difesa delle condizioni di vita dei lavoratori.
È così che i bonzi sindacali difendono veramente l’economia nazionale deviando su una falsa strada le rivendicazioni degli operai, rifiutandosi di condurli alla lotta per obiettivi concreti come gli aumenti di salario, il rifiuto dei licenziamenti e delle sospensioni. In realtà essi non sono e non si trasformeranno mai in esperti per il buon andamento delle aziende e dell’economia nazionale; il capitalismo non si serve di loro per questo scopo, non ha bisogno di consulenti economici, ma di agenti traditori che tengano lontana la classe operaia dalla via della ripresa della lotta.