Partito Comunista Internazionale

Codicillo del 1975

Categorie: PCInt, Student Movement

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Riscriviamo, per chi ha dimenticato e per chi non sa, quattro tesi ne di partito del maggio 1949:

« 1 – Il movimento proletario socialista non è in nessun modo un movimento di cultura e di educazione. Le possibilità di sviluppo del pensiero sono derivazioni e conseguenza del migliore sviluppo di vita fisica e quindi verranno dopo la eliminazione dello sfruttamento economico. Gli appartenenti alle classi a basso tenore di vita per lottare non hanno bisogno di sapere, basta che si rivoltino all’affamamento. Capiranno dopo.

2 – Il partito rivoluzionario di classe non rifiuta di accogliere nelle sue file come compagni e militanti qualificati individui delle classi economicamente superiori e di servirsi del loro migliore sviluppo intellettivo nella propria lotta quando sono dei veri disertori del campo sociale avversario. In tutte le lotte di classe vittoriose, questa è stata una delle prime rotture del fronte controrivoluzionario, pur presentando inconvenienti crisi e ritorni nei singoli casi.

3 – La classe proletaria, come ha bisogno per la sua vittoria della formazione del partito politico, ha necessità di chiarezza continuità e coerenza teoretica e dà alla difesa della dottrina di classe (non confondiamo con il termine coscienza, insidiosamente soggettivo e non collettivo da regalare a posizioni conformiste e tradizionaliste con tanto altro ciarpame lessicale) un posto di primissimo ordine.

4 – Il movimento comunista rivoluzionario annovera tra i suoi nemici peggiori, con i borghesi i capitalisti i padroni, e con i funzionari e giannizzeri delle varie gerarchie, i “pensatori” e gli “intellettuali” indiscriminati, esponenti della “scienza” e della “cultura”, della “letteratura” o dell'”arte”, accampate come movimenti e processi generali al di fuori e al di sopra delle determinazioni sociali e della lotta storica delle classi.

Qualunque sviamento da tali punti per evidenti ragioni viene in contrasto insanabile con le basi del marxismo e conduce alla degenerazione opportunista e alla disfatta della rivoluzione. »

Dicemmo anche che « optiamo per gli ignoranti » e che:

« Sul terreno scuola, stampa, propaganda, chiesa, ecc. finché la classe lavoratrice sarà sfruttata, la diffusione della ideologia borghese avrà sempre un immenso vantaggio sulla diffusione del socialismo scientifico. La partita sarà perduta per la rivoluzione fino a che non si fa assegnamento su forti masse che lottano, senza presupporre nemmeno per sogno che siano uscite dalla influenza culturale ed economica borghese, ma per la ineluttabile spinta del contrasto delle forze produttive materiali non ancora divenuto coscienza dei combattenti e tanto meno poi scientifica cultura! ».

Giusta Lenin, i comunisti vanno in « tutte le classi della popolazione », per significare che il partito rende noto a tutti il suo programma, la sua dottrina, ed anche la sua azione e che « tutti » possono aderire alla milizia rivoluzionaria, alla condizione che si subordinino al programma, è che lavorino per la sua realizzazione nella disciplinata organizzazione del partito. Questo lo possono non solo gli operai, ma in generale « tutti ».

I giovani, da qualunque parte provengano, potranno aderire alla milizia di partito, la cui azione non si propone di mobilitare i « giovani », ma di organizzare la « gioventù proletaria », cioè la parte più entusiasta, più disinteressata del proletariato; come i comunisti “adulti” non si propongono di organizzare gli “adulti”, ma il “proletariato” che in questo parallelo possiamo chiamare “adulto”.

Quindi non ha alcun senso parlare di “studenti comunisti”, come non lo ha quello di parlare di “bottegai comunisti” e al limite di… “capitalisti” comunisti. Lenin batte il pugno sul tavolo, e nella parafrasi della Sinistra dice: « Il partito è un’organizzazione di rivoluzionari professionali. Ad essi non si chiede: siete operaio? In quale professione? Meccanico, stagnaio, legnaiuolo? Essi possono essere così bene operai di fabbrica come studenti o magari figli di nobili; risponderanno: rivoluzionario, ecco la mia professione. Solo il cretinismo stalinista poteva dare a tale frase il senso di rivoluzionario di mestiere, di stipendiato dal partito ».

Il partito sviluppa la sua rete di organi nella organizzazione di classe, i « gruppi sindacali e di fabbrica », non in altri movimenti che non siano economici della classe, ad eccezione dei Soviet, organismi politici ma sempre della classe. Nella Russia del 1903 ed anche del 1917 nelle scuole superiori e nelle università vi erano anche i figli della borghesia, storicamente rivoluzionaria, per cui è facilmente comprensibile che vi fossero « studenti rivoluzionari », e che costituissero un movimento politico, ma di segno democratico-borghese, verso cui il partito proletario non poteva essere indifferente come non fu verso la rivoluzione democratica. Fu conseguente, quindi, che il partito bolscevico, dopo febbraio, ed in clima di « rivoluzione doppia », ed in presenza di un forte partito comunista, proponesse riforme strutturali, come poi la N.E.P., e sovrastrutturali, come quella della scuola, che non andavano al di là del più accentuato radicalismo borghese. Rivendicarle oggi, 1975, in un paese industrializzato, incatenato e interessato dall’imperialismo, sarebbe fuori luogo, come fuori luogo è la rivendicazione della « democrazia » contro l’« assolutismo ». Sarebbe se non ridicolo almeno demagogico rivendicare oggi la « libertà di stampa », la « libertà d’insegnamento », la « elezione e la revoca democratica degli insegnanti ».

Non solo, ma elezione e revoca non saranno nemmeno possibili nella fase post capitalista, per il semplice fatto che la professione dell’insegnante è diventata, sotto il capitalismo sviluppato, un mestiere, una funzione di salariati dello Stato. L’insegnante salariato che non dovesse ubbidire alle disposizioni dello Stato dittatoriale del proletariato, sarebbe colpito alla stessa stregua dell’operaio che ne sabotasse l’economia e la produzione, ma non per volontà democratica, ma per disposto statale.

DIFESA DEI LAVORATORI DELLA SCUOLA

L’insegnante è, dunque, un salariato dello Stato e nella gran parte remunerato come un operaio specializzato, non di più. Come tale, come lavoratore, lo Stato è il suo padrone da cui deve difendersi quanto a stipendio, quanto a durata ed intensità del lavoro, quanto alle pressioni disciplinari, ecc. Questa è la sua condizione reale, anche se mistificata sia dalla democrazia che lo vorrebbe in una funzione particolare di « pedagogo », sia dall’antica posizione che aveva come « intellettuale », « maestro ». Queste incrostazioni ancora permangono in molti, sebbene il rullo compressore del livellamento capitalistico proceda inesorabilmente.

Anche per essi, la rivendicazione della libertà d’insegnamento è demagogia o stupidaggine pura. Questa libertà non l’avrà nessuno, tanto meno in regime proletario. Nemmeno ha senso rivendicare « una funzione professionale ». Dovrebbero rivendicarla anche gli operai di fabbrica? Ma è questa una tipica « rivendicazione » opportunista, una forcaiola pretesa del sindacalismo tricolore: la « professionalità » in virtù della quale si contribuisce a far perdere ai lavoratori la intuizione di essere una classe almeno economicamente e socialmente diversa dalle altre classi, anziché provare l’orgoglio di essere diversi e contrapposti ai borghesi, ai bottegai. « L’uguaglianza » delle classi, « fraternità e libertà », è la bandiera della borghesia. E che significa questa funzione « adeguata alle esigenze dell’odierno sviluppo scientifico-culturale? ». Lo « sviluppo scientifico-culturale odierno », cioè della società capitalistica di oggi, è merda. Oppure si crede che la « scienza » e la « cultura » siano al di sopra delle classi, e non siano più scienza e cultura borghesi, da respingere dal proletariato? I lavoratori della scuola dovrebbero, allora, adeguare la loro « funzione professionale » alla… merda! È una bella rivendicazione, una prospettiva invidiabile!

Gratta il « pratico » il « non indifferente » e ci trovi la fogna, nella quale sguazzano le « forze disponibili » degli studenti, dei genitori, dei sindacalisti, dei politicanti, dei pizzicagnoli, ecc., ecc., cioè della borghesia, e delle mille volte più spregevole piccola-borghesia e aristocrazia operaia, semiclassi bare e puzzolenti.

I lavoratori della scuola, se ne hanno la forza, hanno da dire NO! in blocco al riformistume parafascista e soprattutto NO! all’orgia elettoralesca, con cui lo Stato tenta di coprire il potenziarsi e l’estendersi del suo totalitarismo mettendo a disposizione di nuovi e crescenti strati di vanagloriosi e succhioni una infinità di microscopici parlamentini. Lo Stato, dall’alto del suo potere dittatoriale ed assoluto, sembra dire: parlate, discutete il più possibile, proponete quello che vi pare; ma io solo deciderò con la forza del poliziotto, del magistrato, del funzionario.

È con queste posizioni programmatiche e d’azione, di scontro e di battaglia, di separazione netta degli interessi di classe, che Lenin ci ha insegnato ad « andare fra tutte le classi della popolazione », e non a cercare alleanze, confluenze, blocchi o pateracchi.