Un inedito vecchio quanto… Confucio
Categorie: Mao Zedong, Maoism, Marxist Theory of Knowledge
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A ognuno la sua condanna: mentre Mao, come è risaputo, è condannato a pensare per il bene del « popolo », la stampa occidentale, specie se tinta di « sinistra », è condannata a « scoprire » meravigliose novità anche nelle più vecchie e logore litanie.
È il turno di « Paese Sera » che nel numero di domenica 28 luglio pubblica « i pensieri segreti di Mao », stampati a Taiwan in due volumi di articoli e discorsi destinati alla « circolazione riservata e qualificata ». La redazione del giornale avverte che « il leader comunista spazia, nel testo presentato, dalla politica alla scienza naturale, dal passato al futuro, sino alle soglie dell’utopia, dove non ha paura di avventurarsi ».
Prendiamo in considerazione il « prezioso » testo senza l’intenzione di trattare nei particolari la nostra ormai lunga e circostanziata critica alla cosiddetta filosofia di Mao Tse Tung: rimandiamo a questo proposito agli articoli di giornale che il Partito Comunista Internazionale ha dedicato alla questione cinese e al presunto marxismo del pensiero del Presidente: avremo comunque l’occasione di ribadire e mettere in rilievo come Mao, in linea con tutti i più o meno recenti « innovatori » del marxismo, altro non può che approdare ai lidi del più consunto idealismo soggettivo anche quando « civetta » col marxismo dei classici, in questo caso di Engels, o quando infioretta il discorso di polemiche solo apparentemente anti-idealistiche e sostanzialmente imbevute di empirismo e di pragmatismo.
L’inedito, in uno stile definito colloquiale e incisivo, e che noi al contrario definiamo ostentatamente oracolare, proprio dei « profeti » convinti di annunciare la buona novella anche quando, proprio in quanto ispirati, non fanno altro che porgere ai miseri mortali il verbo fattosi carne, esordisce con un’affermazione lapidaria e impegnativa: « la filosofia ci può essere soltanto quando c’è lotta di classe. È pura perdita di tempo discutere l’epistemologia separata dalla pratica », e di seguito, tutto d’un fiato, l’inevitabile morale della parabola: « i compagni che studiano filosofia dovrebbero andare quest’inverno o la prossima primavera nelle campagne per partecipare alla lotta di classe. Dovrebbero andarci anche quelli che non godono di buona salute, non moriranno mica. Al massimo si prenderanno un raffreddore, e il male si ripara coprendosi un po’ di più ».
E così, con l’ambiguità tipica del linguaggio apparentemente ortodosso, Mao spezza un’altra lancia contro la filosofia libresca che contempla e non trasforma, e deve sembrare, oltre che sembrare maledettamente rivoluzionario ai piccolo-borghesi in perpetua agitazione e in vena di « fare », qualunque cosa, purché « fare ». Sposando un’ipostasi generica e piatta Mao finge di non essere tenuto a precisare, non in termini di puro pensiero, ma attenendosi ai dati materiali e storici, perché, quando e come « la filosofia ci può essere soltanto quando c’è lotta di classe ». Il marxismo dice al contrario che la « filosofia », altro non essendo che il rispecchiamento nella mente delle forze sociali della loro concreta pratica storica, esiste e si configura in modo diverso quando c’è lotta di classe e quando lotta di classe non c’è. Il dire che quando non c’è lotta di classe non c’è filosofia equivale a cadere in una sorta di eraclitismo di buon effetto, forse, alla Lassalle per intenderci; ma tutto questo con il materialismo storico ha ben poco a che fare. Le società comunistiche primitive, dove non c’è lotta di classe, tanto che costituiscono la prova storica della dialettica sociale, e cioè che le società umane e la loro forma di organizzazione non sono eterne, ma transitorie e mutevoli, hanno una loro « filosofia », come pure le società a noi più vicine, e più note, dall’antica « democrazia » greca ai modi di produzione e di società a noi più vicini, da quello feudale a quello capitalistico. A che vale sostenere che la filosofia ci può essere soltanto quando c’è la lotta di classe, se non a proporre la lotta di classe stessa come una specie di « sacro fuoco » eraclitico che garantirebbe la vita nello scontro eterno degli opposti?
Siamo di fronte alla volgarizzazione, in forma colloquiale, e sia!, non certo del materialismo dialettico, ma del più corposo scritto di Mao « Sulla Prassi » (del lontano luglio 1937, contenuto in Scritti filosofici. Ed. Oriente, Milano 1964, pagg. 7-8), dove vengono esposte le tesi maoiste circa le forme della coscienza ideologica degli « uomini », la loro origine, fonte, evoluzione, l’ambiente sociale, della loro genesi, gli ostacoli che si frappongono al loro svolgimento. È il caso di dire che nell’inedito in questione il Verbo si spiega e si porge in pane quotidiano per i palati meno solidi, marxisticamente parlando. Il Verbo, all’inizio misterioso a se stesso, si spiega e si autorivela, come avviene nella abusata triade hegeliana, o se vogliamo nella mitologia religiosa.
L’invito di Mao ai compagni che studiano filosofia nei libri, in fin dei conti molto cortese e pedagogico, ad andare in campagna ad imparare la lotta di classe, partecipandovi, è la traduzione « colloquiale » del principio maoista secondo il quale la « prassi sociale » sarebbe fondamento della conoscenza degli « uomini ». Vediamo come si esprime nello scritto « Sulla Prassi » del 1937: « i marxisti ritengono, innanzi tutto, che l’attività produttiva degli uomini sia l’attività pratica fondamentale, ed è ciò che determina ogni altra forma di attività. Nel processo della conoscenza, l’uomo, basandosi principalmente sull’attività di produzione dei beni materiali, comprende progressivamente i fenomeni della natura; inoltre attraverso l’attività produttiva, e anche a gradi differenti e in modo progressivo conosce determinati rapporti reciproci tra uomo e uomo. Tutte queste conoscenze non possono essere acquisite al di fuori dell’attività produttiva. Nella società senza classi, ogni uomo, come membro della società, collabora con gli altri uomini membri della società, entra con essi in determinati rapporti di produzione, s’impegna nell’attività produttiva, per risolvere i problemi della vita materiale degli uomini. Nelle differenti società di classi, i membri di queste società che appartengono alle diverse classi, entrano ugualmente, in varie forme, in determinati rapporti di produzione, si impegnano nell’attività produttiva per risolvere i problemi della vita materiale degli uomini. Questa è l’origine fondamentale dello sviluppo della conoscenza umana.
« La prassi sociale degli uomini non si limita alla sola attività produttiva, ma ha anche molte altre forme: lotta di classe, vita politica, attività scientifica e artistica; in breve, l’uomo sociale partecipa a tutti i campi della vita pratica della società. Per questo l’uomo, nel processo della conoscenza, apprende, a diversi gradi, i vari rapporti che esistono tra gli uomini, non solo nella vita materiale, ma anche nella vita politica e culturale (che è strettamente legata alla vita materiale). Fra questi rapporti, le diverse forme della lotta di classe esercitano, particolarmente, una profonda influenza sullo sviluppo della conoscenza umana. Nella società divisa in classi, ogni uomo vive in una determinata posizione di classe e non esiste alcuna ideologia che non porti un’impronta di classe.
« I marxisti ritengono che l’attività produttiva della società umana si sviluppi passo a passo, dai gradi inferiori ai gradi superiori, e, per questa ragione, le conoscenze degli uomini, sia nel campo della natura che in quello della società si sviluppano anche passo a passo, dai gradi inferiori ai superiori, cioè dal semplice al complesso, dall’unilaterale al multilaterale. Per un periodo storico molto lungo gli uomini poterono comprendere solo unilateralmente la storia della società: ciò era dovuto da una parte al modo di vedere tendenzioso delle classi sfruttatrici che deformavano costantemente la storia della società e dall’altra alla scala ridotta della produzione che limitava la percezione degli uomini ».
Come abbiamo detto in altre occasioni, in questa concezione non vi è nulla di diverso dal più classico e convenzionale razionalismo, mentre evidente è l’abisso col materialismo dialettico.
L’asserzione secondo la quale gli uomini conoscono soltanto attraverso la prassi è giusta, ma troppo schematica e insufficiente. Per il materialismo dialettico, la « prassi » sta all’origine della conoscenza nella misura in cui gli uomini entrano in determinati rapporti tra loro e con la natura: la conoscenza è intesa come riflesso di questi rapporti nel cervello umano. Quindi tutte le teorie che postulano una « autonomia » della coscienza rispetto ai rapporti economici e sociali hanno contenuto antimaterialistico e antimarxistico. Per questo dire che la filosofia ci può essere soltanto quando c’è la lotta di classe è un modo volutamente semplicistico per pretendere che « la lotta di classe » e le sue « varie forme » esercitino direttamente un influsso particolarmente determinante sullo sviluppo delle conoscenze umane. Per il marxismo, la base della lotta di classe è data dallo sviluppo delle forze produttive e della loro organizzazione in dati modi di produzione e rapporti sociali. Ma si cercherebbe invano nel contesto delle operette « teoriche » di Mao il più fugace richiamo al modo di produzione, concetto essenziale alla comprensione del materialismo storico: e ciò, ovviamente, gli impedisce d’intendere il reale processo della conoscenza umana che ne è solo la forma intellettuale secondaria, derivata.
Se non altro, comunque, dal momento che Mao ammette che l’attività produttiva determina ogni altra forma di attività, dovrebbe anche ammettere che nelle società in cui non c’è lotta di classe esiste un diverso rapporto tra l’attività produttiva e le altre attività, compresa la conoscenza del mondo naturale e storico, e non che non esiste. Come si vede, è proprio vero che il Verbo, mano a mano che si allontana dalla sua origine misteriosa si disperde nell’auto-divulgazione fino al punto di non riconoscersi più, o meglio, a sciogliersi nella mistica del semplicismo e nella capziosa ingenuità.
Secondo Marx, l’attività produttiva si svolge in determinati modi di produzione, secondo il grado di sviluppo delle forze produttive, e queste non evolvono affatto con processo « graduale », bensì attraverso una sequela di profondi sconvolgimenti della società e del suo modo d’organizzazione. Nella società comunistica primitiva, il grado di sviluppo delle forze produttive determina certi rapporti di produzione, e necessariamente un certo grado di coscienza, di conoscenza del mondo naturale e sociale. È noto inoltre che Marx precisa nella lettera a Weydemeyer che soltanto ad un certo grado di sviluppo delle forze produttive la storia si presenta come storia della lotta delle classi, senza con questo negare che prima che la storia si presentasse come storia della lotta di classe la società avesse un suo corrispondente sviluppo della conoscenza. È anche noto che Marx individua solo nel moderno sviluppo delle forze produttive la comparsa delle classi sociali, e non si avventura certo a pretendere che la società schiavistica e le sue contraddizioni, oppure la società feudale con le sue, sia la stessa cosa della moderna società borghese. Ed allora è antimaterialistico dire che dove non c’è lotta di classe non c’è conoscenza: è corretto dire che dove non c’è lotta di classe c’è una diversa forma di conoscenza.
Dice Engels nella prima prefazione all’Antidühring sulla dialettica: « il pensiero teorico di ogni epoca, e quindi anche della nostra, è un prodotto storico, che assume in differenti tempi forme assai differenti e con ciò un contenuto assai differente. La scienza del pensiero è perciò, come tutte le altre, una scienza storica, la scienza dello sviluppo storico del pensiero umano. E ciò è importante anche per l’applicazione pratica del pensiero ai campi empirici. Poiché, in primo luogo, la teoria delle leggi del pensiero non è una verità ” eterna”, fatta una volta per tutte, come il senno dei filistei immagina quando si pronuncia la parola ” logica “. La stessa logica formale ha continuato ad essere, da Aristotele ai giorni nostri, il terreno dei più vivaci dibattiti. E la dialettica, invero, è stata indagata profondamente soltanto da due pensatori, da Aristotele e da Hegel. Proprio la dialettica, però, è per la scienza naturale odierna la forma di pensiero più importante, perché essa sola offre le analogie, e con ciò i metodi per comprendere i processi di sviluppo che hanno luogo nella natura, i nessi generali, i passaggi da un campo di ricerche ad un altro. In secondo luogo, però, la conoscenza del processo di sviluppo storico del pensiero umano, delle concezioni dei nessi generali del mondo esterno che sono state espresse nei diversi tempi, è un’esigenza necessaria per la scienza teorica della natura, perché tale conoscenza offre un criterio che la scienza stessa deve costruire ». Come si vede, per chi sa leggere, tutt’altra cosa dello sviluppo « passo a passo, dai gradi inferiori ai gradi superiori delle conoscenze degli uomini » di cui parla Mao, in tutto degno dei peggiori idealisti evoluzionisti che hanno ammorbato e continuano ad ammorbare il mondo. L’allegra elencazione che Mao fa delle « esperienze » umane dista mille miglia dalla dialettica materialistica. Che senso ha l’affermazione secondo la quale « la prassi sociale degli uomini non si limita alla sola attività produttiva ma ha anche altre forme: lotta di classe, vita politica, attività scientifica e artistica »; e, in breve, che « l’uomo sociale partecipa a tutti i campi della vita pratica della società »? Siamo di fronte ad un idillico romanzo dello sviluppo sociale, nel quale la lotta di classe assume la funzione di un incidente nel lavoro, tra le tante altre « attività » dell’uomo. Secondo Marx, al contrario, l’attività produttiva si svolge in determinati modi di produzione, in rapporto al grado di sviluppo delle forze produttive, e queste non evolvono affatto con un processo « graduale », ma attraverso una sequela di profondi sconvolgimenti della società e del suo modo d’organizzazione. La storia umana, nella concezione materialistico-dialettica, ben lungi dal presentare un decorso continuo e lineare, è un contesto di fasi di stagnazione delle forze produttive e di fasi in cui esse erompono in un’esplosione politica, per la quale possono proseguire la loro espansione. Mao sembra ignorare che le forze produttive capitalistiche hanno languito per secoli nell’ambito ristretto dei rapporti di produzione feudali, e che il loro immenso sviluppo è stato reso possibile da quella totale e violenta dissoluzione di tali rapporti che ha costituito la rivoluzione borghese. Allo stesso modo, questo processo non graduale delle forze produttive determina il corso della conoscenza umana, che non ha mai proceduto « passo a passo », ma a salti.
Per Mao invece la lotta di classe, come la sua teoria, è un processo talmente graduale che si può apprendere purché si abbia buona volontà di imparare e il coraggio di affrontare il pericolo di qualche raffreddore. In fondo la lotta di classe, un’« esperienza » tra le tante altre, assume nell’inedito in questione un sapore squisitamente « ecologico », si riduce ad una boccata d’aria pura della campagna; basta sentire l’invocazione agli intellettuali: « voi intellettuali ve ne state seduti tutti i giorni nei vostri uffici governativi, mangiate bene, vi vestite bene e non fate nemmeno qualche camminata. È per questo che vi ammalate… Perché non fate una prova?
Se i vostri mali si aggravano seriamente, tornate in città, ma la linea di demarcazione la dovete fissare al punto di morte. Quando siete tanto malati sul punto di morire, allora potete tornare… ». Sì, sì, abbiamo capito che sotto l’amabilità « colloquiale » c’è l’ironia e il piglio che conoscevamo, ma nonostante tutto, tra bastone e carota, spunta inequivocabile « il metodo democratico », la collaborazione di classe, l’abile, ma pur sempre idealistica « dialettica dei distinti » maoista. Le vecchie idee non spariscono in grazia della ricerca intellettuale corretta, o sorretta, magari, dalla partecipazione fisica alla lotta di classe, in una parola, insomma, per via « ideale »; questa fantasia va lasciata agli epigoni della Sacra Famiglia degli ideologhi tedeschi, o, più generalmente, al filisteo progressista, all’intellettuale avanzato che rimastica le scorie dell’illuminismo o peggio del positivismo.
Scrive Marx nella prefazione (estate 1846) alla Ideologia tedesca: « finora gli uomini si sono sempre fatti idee false intorno a se stessi, intorno a ciò che essi sono o devono essere. In base alle loro idee di Dio, dell’uomo normale, ecc. essi hanno regolato i loro rapporti. I parti della loro testa sono diventati più forti di loro. Essi, i creatori, si sono inchinati di fronte alle loro creature. Liberiamoli dalle chimere, dalle idee, dai dogmi, dagli esseri prodotti dall’immaginazione, sotto il cui giogo essi languiscono. Ribelliamoci contro questa dominazione dei pensieri (compresi quelli di Mao, come è naturale, ci permettiamo di osservare). Insegniamo loro a sostituire queste immaginazioni con pensieri che corrispondano all’essenza dell’uomo, dice uno; a comportarsi criticamente verso di esse, dice un altro; a togliersele dalla testa, dice un terzo, e la realtà ora esistente andrà in pezzi. Queste fantasie innocenti e puerili formano il nucleo della moderna filosofia giovane-hegeliana… Una volta un valentuomo immaginò che gli uomini annegassero nell’acqua soltanto perché ossessionati dal « pensiero della gravità ». Se si fossero tolti di mente quest’idea, dimostrando per esempio che era un’idea superstiziosa, un’idea religiosa, si sarebbero liberati dal pericolo di annegare. Per tutta la vita costui combatté l’illusione della gravità, delle cui dannose conseguenze ogni statistica gli offriva nuove e abbondanti prove. Questo valentuomo era il tipo del nuovo filosofo rivoluzionario tedesco ».
Inutile osservare che è anche il tipo dei marxisti « creativi » alla Mao ed affini, che nel loro « lungo viaggio attraverso le sovrastrutture » si ritrovano a braccetto con pre e post-hegeliani che hanno mal digerito la dialettica materialistica.
Per intanto, augurando agli intellettuali sedentari cinesi un forte raffreddore, ribadiamo che i marxisti rivoluzionari non si sono mai sognati di poter mescolare a loro piacimento pratica sociale e conoscenza di essa, e per questo si attengono ad un tipo di pratica critica e storica che si condensa in una teoria non modificabile per un moto di pensiero, o peggio per un’« esperienza personale » della lotta di classe, ma valida per tutta la fase imperialistica, fino al crollo del regime borghese, e bussola per la fase di transizione fino al comunismo.
La prassi sociale di Mao « creativa ed originale » approda alla democrazia e alla collaborazione di classe, la nostra, « vecchia e schematica », alla dittatura proletaria e alla società senza classi.