Partito Comunista Internazionale

Risorgano i sindacati di classe – Punti fermi della Sinistra Comunista Pt.2

Categorie: Party Doctrine, PCd'I, Union Question

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Il no. 2 dell’ottobre 1974 di questo giornale, sotto il titolo «Risorgano i Sindacati di classe – punti fermi della Sinistra Comunista», conteneva cinque punti che scarnamente ribadivano le posizioni di sempre del comunismo rivoluzionario di fronte al sindacato operaio. A sostegno del breve testo furono pubblicati brani significativi di testi di partito dal 1945 al 1965, limitati nel numero soltanto per economia di spazio tipografico, anch’essa mezzo significativo della dittatura oggettiva della situazione controrivoluzionaria.

Da quando si è aperta l’era della rivoluzione comunista, le riforme, vero ed unico mezzo di esistenza di movimenti politici socialdemocratici, servono come strumento per tenere lontane le masse operaie dalla via della rivoluzione, sino al punto che lo stesso Stato borghese ha fatto propria una politica riformista, prima col regime fascista e poi con il suo naturale prolungamento meramente temporale, l’antifascismo. Una politica riformista esige l’abbandono della lotta diretta, ostacola la mobilitazione di classe, sposta le masse dalla lotta di classe alla collaborazione di classe, si pone il problema del potere non come lo scontro violento del proletariato contro lo Stato, ma come inserimento nello Stato sino a divenirne una forma di governo. Questa situazione è uguale in ogni paese del mondo.

Non a caso si è mobilitato il movimento sindacale operaio per subordinare le stesse ragioni d’esistenza del sindacato, che sono di difesa economica immediata della classe lavoratrice, alla politica di riforma sotto mille aspetti di riforma della casa, della scuola, ed infine dello Stato. Un Sindacato che opera in tal modo si svolge nel senso del suo inserimento nello Stato, per non difendere nemmeno le condizioni di lavoro e di vita degli operai, per cessare di essere un sindacato operaio e trasformarsi in un organo dello Stato.

Fatta questa constatazione, peraltro puntualmente esaminata e descritta ne Il corso storico del movimento di classe del proletariato del 1947 e nelle Scissioni sindacali in Italia del 1949, il partito non è pervenuto alla conclusione che il Sindacato è superato, non serve più, deve essere sostituito da altro organismo di tipo politico, ma ha solennemente ribadito sulla scorta della tradizione comunista da Marx a Lenin che «in ogni prospettiva di ogni movimento rivoluzionario generale non possono non essere presenti questi fondamentali fattori: 1) un ampio e numeroso proletariato di puri salariati; 2) un grande movimento di associazioni a carattere economico che comprenda una imponente parte del proletariato; 3) un forte partito di classe, rivoluzionario, nel quale militi una minoranza dei lavoratori, ma al quale lo svolgimento della lotta abbia consentito di contrapporre validamente ed estesamente la propria influenza nel movimento sindacale a quella della classe e del potere borghese…» (Partito rivoluzionario e azione economica – aprile 1951). Ciò corrisponde alla «piramide» di classe descritta nelle tesi del II congresso dell’Internazionale Comunista del 1920, e cioè «Partito, sindacati, classe», in ordine d’importanza, che si precisa alla vigilia della presa del potere in «Partito, Soviet, Sindacati, classe»; traduce il concetto di Marx essere i sindacati «una scuola di guerra» e una «leva della rivoluzione» e quella di Lenin, essere i sindacati «la cinghia di trasmissione del partito».

Il partito deve lavorare nei sindacati, anche «reazionari», «tricolori», di «destra», ricordando che sono pur sempre sindacati operai, di soli salariati, a direzione reazionaria, tricolore, di destra. È la lezione di Lenin nell’Estremismo, e la lezione della Sinistra ribadita nelle Tesi sul compito storico ecc. del 1965:

«È antica tesi del marxismo di sinistra che si deve accettare di lavorare nei sindacati di destra ove gli operai sono presenti, ed il partito aborre dalle posizioni individualistiche di chi mostri di sdegnare di mettere piede in quegli ambienti giungendo perfino a teorizzare la rottura dei pochi e flebili scioperi a cui i sindacati odierni si spingono.»

Per «lavorare nei sindacati» il partito deve partecipare alle lotte economiche degli operai, alle agitazioni e agli scioperi per scarsi e «flebili» che siano. Questa partecipazione consiste non solo nella fisica presenza dei militanti di partito tra gli operai in lotta, ma anche, unitamente all’esaltazione della lotta stessa, nella critica spietata verso la politica sindacale delle centrali, mostrandone la subordinazione alla conservazione del regime presente, proponendo il ritorno all’uso dei mezzi della lotta diretta e rivendicazioni economiche comuni a tutta la classe lavoratrice.

DETERMINISMO ECONOMICO

Le Tesi sulla tattica formulate dalla Sinistra nel Congresso del PCd’I del 1922, mettono in evidenza, come viene svolto in altra pagina di questo numero del giornale, la base realistica e materialistica sia della esistenza stessa del partito e della sua azione. I bisogni economici che suscita la pressione dell’economia capitalistica sul lavoro salariato, inducono, obbligano gli operai ad organizzare un’adeguata difesa, li spingono in dati svolti storici, in cui appare insostenibile per il proletariato l’esistenza del regime capitalistico, ad abbracciare le posizioni e l’indirizzo del partito. L’organizzazione sindacale, l’associazione economica degli operai è dunque il prodotto di queste necessità, anzi «Il vero risultato delle loro lotte non è il successo immediato, ma la unione sempre più estesa degli operai» – scrive Marx nel Manifesto – «Essa è agevolata dai crescenti mezzi di comunicazione che sono creati dalla grande industria e che collegano tra loro operai di località diverse. Basta questo semplice collegamento per concentrare le molte lotte locali, aventi dappertutto eguale carattere, in una lotta nazionale, in una lotta di classe. Ma ogni lotta di classe è lotta politica.»

Finché esisterà capitalismo e quindi salariati, vi saranno lotte e l’«unione» degli operai per cui gli operai entreranno in lotta contro i padroni e le loro organizzazioni, da cui la lotta politica.

In Salario, prezzo e profitto, Marx, poi, ammonisce la classe a non esagerare a se stessa i successi di queste lotte perché essa «lotta contro gli effetti, ma non contro le cause di questi effetti; che essa può soltanto frenare il movimento discendente, ma non mutarne la direzione; che essa applica dei palliativi, ma non cura la malattia». E quindi Marx traccia l’indirizzo programmatico: «Perciò essa non deve lasciarsi esclusivamente assorbire da questa inevitabile guerriglia che scaturisce incessantemente dagli attacchi continui del capitale e dai mutamenti di mercato». E quando ciò si verifica si ha il fenomeno deviazionista del sindacalismo, dell’operaismo, che restano bloccati e vincolati agli effetti. Marx, quindi conclude: «Essa deve comprendere che il sistema attuale, con tutte le miserie che accumula sulla classe operaia, genera nello stesso tempo le condizioni materiali e le forme sociali necessarie per una ricostruzione economica della società. Invece della parola d’ordine conservatrice “un equo salario per una equa giornata di lavoro”, gli operai devono scrivere sulla loro bandiera il motto rivoluzionario: “soppressione del sistema del lavoro salariato”, cioè soppressione del sistema capitalistico».

Non negazione delle lotte contro gli «effetti», ma, lottando contro gli «effetti» del sistema borghese, «comprendere» che bisogna attaccare le cause, l’esistenza stessa del regime presente. Le lotte economiche, la lotta di classe è degli operai, l’organizzazione è degli operai, la comprensione del valore limitato di queste lotte e il loro superamento è del partito.

Negli Statuti generali dell’Internazionale, del 1872, questo concetto viene sancito: «Nella sua lotta contro il potere unificato delle classi possidenti, il proletariato può agire come classe solo organizzandosi in partito politico autonomo, che si oppone a tutti gli altri partiti costituiti dalle classi dominanti. Questa organizzazione del proletariato in partito politico è necessaria allo scopo di assicurare la vittoria della rivoluzione socialista e il raggiungimento del suo fine ultimo; la soppressione delle classi. L’unione delle forze della classe operaia, che essa ha già raggiunta grazie alle lotte economiche, deve anche servirle di leva nella lotta contro il potere politico dei suoi sfruttatori… la conquista del potere politico è diventata il grande dovere del proletariato».

Marx, sempre nel 1871 in una lettera a Bolte, ribadisce da par suo il nesso stretto tra base economica-materiale e azione politica:

«Dai singoli movimenti economici degli operai, sorge e si sviluppa dovunque il movimento politico, cioè un movimento della classe per realizzare i suoi interessi in forma generale, in una forma che abbia forza coercitiva socialmente generale. Se è vero che questi movimenti presuppongono una certa organizzazione preventiva, essi sono da parte loro altrettanti mezzi per lo sviluppo di questa organizzazione.»

Lenin, nelle pagine altrettanto lucide e taglienti del Che fare?, lottando contro lo spontaneismo, il sindacalismo, ma non negando spontaneità e sindacato, conclude: «il nostro compito consiste nell’attirare il movimento operaio sotto l’ala della socialdemocrazia rivoluzionaria». E precisa:

«Le organizzazioni operaie per la lotta economica devono essere organizzazioni trade-unioniste. Ogni operaio socialdemocratico deve, per quanto gli è possibile, sostenerle e lavorarvi attivamente. È vero. Ma non è nel nostro interesse esigere che solo i socialdemocratici possano appartenere alle associazioni “corporative” (sindacali – Ndr), perché ciò restringerebbe la nostra influenza sulla massa. Lasciamo partecipare all’associazione corporativa qualunque operaio il quale comprenda la necessità di unirsi per lottare contro i padroni e contro il governo. Le associazioni corporative non raggiungerebbero il loro scopo se non raggrupprassero tutti coloro che comprendono almeno tale necessità elementare, se non fossero molto “larghe”. E tanto più larghe saranno, tanto più la nostra influenza su di esse si estenderà non solo grazie allo sviluppo “spontaneo” della lotta economica, ma anche grazie all’azione cosciente e diretta degli aderenti socialisti sui loro compagni»

Gli stessi concetti Lenin li ribadiràr nell’Estremismo contro gli operaisti tedeschi (K.A.P.D.) e verso tutti coloro che non vorrebbero lavorare nei sindacati «reazionari». Lenin spinge la sua argomentazione sino a stabilire che l’organizzazione sindacale è

«un apparato formalmente non comunista, flessibile e relativamente ampio, molto potente, proletario, mediante il quale il partito è strettamente collegato alla “classe” e alle “masse” e attraverso il quale, sotto la direzione del partito, si realizza la “dittatura della classe”.»

Il partito, quindi, lavora nei sindacati, li penetra, tende alla loro direzione prima durante e dopo la rivoluzione. L’Internazionale Comunista lo pone come una condizione di ammissione. Il nono dei famosi «21 punti di Mosca» suona esattamente così:

«Ogni partito deve sistematicamente e tenacemente svolgere una attività comunista entro i sindacati, consigli… e organizzare cellule comuniste che guadagnino i sindacati alla causa del comunismo.»

I SINDACATI SONO INSOSTITUIBILI

Le associazioni economiche degli operai cesseranno di esistere quando il comunismo avrà trionfato nel mondo, perché, come abbiamo visto, costituiscono l’organizzazione, «la vera organizzazione di classe del proletariato, in cui esso combatte le sue lotte quotidiane contro il capitale, in cui si addestra», come scrive Engels a Bebel nel 1875. Sono talmente insostituibili che i sindacati rappresentano il naturale terreno di scontro tra il partito comunista rivoluzionario e gli altri partiti, perché sono il campo di arruolamento dell’armata di classe sotto la direzione del partito.

I testi sin qui compulsati nell’arco di oltre un secolo, che cristallizzano l’esperienza storica della classe nelle varie fasi di trapasso dell’organizzazione sindacale, non rivelano altri organismi capaci di inquadrare il proletariato nella sua azione elementare e basilare di difesa economica. Forse i Soviet? Nemmeno i Soviet possono sostituire la funzione dei sindacati, perché i Soviet, od organi equivalenti, sono organi politici per la conquista del potere, sorgono nella fase cruciale dell’azione rivoluzionaria che, come abbiamo visto, non può prescindere dall’azione elementare nel campo economico, e cioè il sorgere dei Soviet ha come premessa l’esistenza, l’efficienza dei Sindacati, o in altri termini della classe operaia organizzata sul terreno economico. Ciò è stato vero nella Russia assolutista, nella Germania industriale, nell’Italia «civile», sarà vero domani in qualsiasi punto della terra in cui il proletariato si disporrà sul fronte della rivoluzione se il marxismo non è acqua sporca.

Forse i Consigli di fabbrica? Nemmeno, per la loro limitatezza alla sola azienda al massimo possono funzionare come base aziendale del Sindacato economico. Le vecchie Camere del Lavoro, per esempio, costituivano una rete formidabile perché riunivano in una centrale locale unitaria operai di diverse professioni e di diverse aziende, per cui era possibile, soprattutto con l’adeguata penetrazione del partito di classe, avere una visione d’insieme dell’azione di classe locale. A più forte ragione questa caratteristica positiva risiede nella Centrale sindacale nazionale, e domani internazionale.

Il ricostituirsi di una rete siffatta a direzione classista è facilmente intuibile quanto possa essere decisiva alla mobilitazione rivoluzionaria. Irrinunciabile deve essere, quindi, il lavoro di partito in questo senso, nei limiti delle condizioni materiali.

UN CERTO CARATTERE REAZIONARIO

È Lenin che nell’Estremismo martella le posizioni infantili dei «sinistri» tedeschi e giunge persino a dire che «un certo carattere reazionario dei sindacati… è inevitabile durante la dittatura del proletariato». Figuriamoci se non è possibile questo «carattere reazionario» nei sindacati non controllati dai comunisti.

«Nei paesi più avanzati della Russia – sostiene Lenin – un certo reazionarismo dei sindacati si è manifestato, e doveva senza dubbio manifestarsi, molto più fortemente che da noi… In Occidente, i menscevichi di colà si sono “annidati” molto più solidamente nei sindacati; là si è formato uno strato, molto più forte che da noi, di “aristocrazia operaia”, corporativistica, gretta, egoista, sordida, interessata, piccolo borghese, di mentalità imperialista, asservita e corrotta dall’imperialismo». «Ciò è incontestabile», commenta Lenin. Ciò è incontestabile, signori «rivoluzionari» del «setaccio»….. sfondato. «La lotta… nell’Europa occidentale è incomparabilmente più difficile della lotta contro i nostri menscevichi». «Questa lotta deve essere condotta senza pietà… fino a disonorare completamente e a scacciare dai sindacati tutti i capi incorreggibili dell’opportunismo e del socialsciovinismo…»

«Ciò è incontestabile»! Ed è «incontestabile» che si deve condurre questa «lotta contro l'”aristocrazia operaia”, rappresentata dalla politica “gretta, egoista, sordida, interessata, piccolo borghese, di mentalità imperialista, asservita e corrotta dall’imperialismo”», «in nome della massa operaia e per attrarre questa massa dalla nostra parte»; «…contro i capi opportunisti e socialsciovinisti per attrarre dalla nostra parte la classe operaia.»

«Sarebbe stolto» «dimenticare questa verità elementarissima ed evidentissima». «Sarebbe stolto» trarre «la conclusione» che «dal carattere reazionario e controrivoluzionario delle alte sfere dei sindacati», «bisogna uscire dai sindacati». «Sarebbe stolto», «non lavorare in seno ai sindacati reazionari», «abbandonare le masse operaie arretrate e non abbastanza sviluppate all’influenza dei capi reazionari, degli agenti della borghesia…».

Ce n’è abbastanza per ribadire che i comunisti non arretrano dal lavoro e dalla battaglia nei sindacati per il fatto che sono diretti da reazionari, da controrivoluzionari, da propugnatori di una politica «tricolore», «sciovinista». Ma gli «stolti» abbondano, e in nome della «politica rivoluzionaria», vorrebbero che il marxismo rivoluzionario si convertisse al riconoscimento di una patente addirittura comunista ai «pratici», a coloro che «fanno la rivoluzione», nei «referendum», nelle molteplici «gestioni sociali» degli organi statali (la scuola, «sinistri» pendolari, è un organo dello Stato politico della borghesia non una organizzazione «neutra» né tanto più proletaria; non si conquista, si abbatte!), nei pateracchi nel movimento «rivoluzionario generico».